L'articolo analizza le dinamiche complesse che si celano dietro la crescente polarizzazione ideologica, in particolare nel contesto del "woke", e le conseguenze che ne derivano, come ritorsioni e un clima di intolleranza. Si esplora il fenomeno del "wrestling morale" inscenato dai social media, dove l'indignazione diventa merce di scambio, e si riflette sulla perdita di libertà di espressione e sulla manipolazione del linguaggio.
L'Incomprensione Dietro il Gesto di Inginocchiarsi
Molti commentatori, giornalisti e politici faticano a comprendere la reazione negativa di molti italiani alla richiesta pressante rivolta ai calciatori della Nazionale di inginocchiarsi in omaggio al movimento Black Lives Matter. Perché non riescono ad accettare che si possa essere contro il razzismo senza sposare questa specifica forma di protesta?
La risposta risiede in diversi fattori, tra cui la presunzione di colpevolezza universale. Secondo il credo "woke", ogni occidentale, in particolare ogni occidentale bianco, nasce con una colpa originaria di razzismo, sessismo e omofobia, da cui non potrà mai emanciparsi completamente. Il colore della pelle definisce l'individuo come colpevole, indipendentemente dal suo comportamento o dalla sua responsabilità personale. Questa colpa ontologica genera un senso di colpa perenne, una croce da portare in virtù della propria appartenenza razziale.
Quando la Protesta Diventa Obbligo
Questa colpa ontologica porta a una pretesa di estendere il rito dell'inginocchiamento oltre i confini della realtà sociale in cui è nato (gli Stati Uniti, con la loro storia di schiavismo e segregazione), trasformandolo in una generica proposizione morale che presuppone una colpa condivisa. In questo contesto, non assecondare il rito diventa un gesto di empietà e colpevolezza, anche per chi non ha legami diretti con la storia americana.
Il problema è che quando una protesta diventa obbligatoria, ne cambia la natura. Da atto di solidarietà verso una rivolta altrui, si trasforma in imposizione, rovesciandosi nel suo esatto contrario. Le accuse generalizzate dei "woke" sono pesanti e offensive, tacciando una larga parte della popolazione di razzismo senza fornire prove concrete. Queste generalizzazioni arbitrarie sono la pietra angolare dell'intero edificio "woke", che crolla se si ricorda che nascere di un determinato colore in una determinata zona del pianeta non significa automaticamente essere colpevoli di ogni nefandezza. Il razzismo autolesionista rimane comunque razzismo.
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L'idea che si possano non accettare le forme e i modi del culto "woke" e non essere affatto razzisti non è contemplata. Le scelte offerte sono solo l'adesione completa o la profonda empietà, rendendo breve il passo verso l'obbligatorietà.
Il Silenzio Timoroso e le Ritorsioni
Nel silenzio timoroso di ritorsioni economiche e sociali, si perdono i distinguo, compresi i limiti e le criticità del movimento Black Lives Matter sul fronte interno, come i saccheggi sistematici e l'impennata di violenze nei quartieri neri. Si oppone anche un anatema di impronunciabilità a chi fa notare la tribalità anti-illuministica del nome Black Lives Matter, preferito a All Lives Matter, slogan considerato tanto più giusto e progressista da parere ovvio. Tuttavia, anche questa semplice osservazione è considerata segno di massima eresia.
La realtà è che in America i neri muoiono per mano della polizia percentualmente più dei bianchi, ma anche i bianchi vengono uccisi a ritmi che in Europa non osiamo nemmeno immaginare. Il problema è complesso e riguarda la diffusione delle armi da fuoco, l'attitudine e l'addestramento della polizia americana, la concezione culturale del rapporto tra cittadino e forze dell'ordine, la diffusione delle aziende private nella gestione della sicurezza pubblica e le problematiche socio-economiche che rendono alcune zone delle città più esposte al rischio di omicidio. Al netto delle diverse incidenze razziali, il problema andrebbe affrontato complessivamente: davvero tutte le vite contano.
In una situazione dai toni orwelliani, molte persone negli Stati Uniti sono state licenziate per aver detto che come slogan avrebbero preferito All Lives Matter a Black Lives Matter. La pressione sui calciatori italiani rappresenta una fase meno intensa rispetto alle persecuzioni in atto nel mondo anglosassone.
Il Capitalismo Corporate e il Wokismo
Il credo "woke" ha nel capitalismo corporate il suo alleato d'elezione, perché niente torna comodo a una multinazionale quanto dare una passata superficiale di colore "inclusivo" alla comunicazione del suo brand, garantendosi così maggiore benevolenza su tutto il resto: dalle condizioni dei lavoratori, alle responsabilità ambientali, alle pratiche monopolistiche. Una larga parte del sistema economico teme le capacità di boicottaggio della minoranza "woke" ma sa anche che, se accarezzato dal lato giusto del pelo, questo nuovo radicalismo può rivelarsi un volano per garantire affari e un lasciapassare per le malefatte che non rientrano nel cono di attenzione dei moderni sacerdoti dell'inclusività.
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Per non sbagliare, gli influencer più importanti vengono spesso messi sotto contratto come brand ambassador attraverso accordi che limitano la loro libertà di espressione sulle attività delle multinazionali per cui lavorano.
La Dittatura Nascosta delle Minoranze
La dinamica della limonata kosher negli Stati Uniti e delle carni halal in Gran Bretagna illustra come un gruppo intransigente (la minoranza) possa influenzare un gruppo flessibile (la maggioranza). Questa dinamica si applica anche alla pressione degli attivisti "woke" a favore di una censura del linguaggio, del licenziamento di persone che esercitano la loro libertà di espressione e altre cosiddette battaglie inclusive. La maggioranza della popolazione ritiene che siano esagerazioni ma ha altro a cui pensare, teme ritorsioni e in fondo pensa che si tratti comunque di esagerazioni a fin di bene. Finché, naturalmente, non arriva il loro turno.
Non è in corso nessun rinascimento inclusivo, né alcun cambiamento nella sensibilità popolare: si tratta di un meccanismo di mercato capitalista. In sostanza, stiamo parlando di una sorta di dittatura nascosta delle minoranze. La battaglia attorno alle parole segue la stessa logica: non è certo delle più costose in termini produttivi, quindi rientra in questa dinamica. I costi culturali e democratici sono in compenso elevatissimi, perché il linguaggio è un bene comune e il fatto che venga preso in ostaggio dalle minoranze ideologizzate genera danni collettivi pesanti e finisce per cambiare l'essenza stessa del nostro sistema politico.
In virtù di questo genere di meccanismi, il marketing corporate è una delle grandi forze propulsive storiche del "wokismo".
Social Network e Vittimismo: L'Involuzione Tecnologica
L'altro fattore centrale nell'affermazione del "wokismo" è stata la diffusione dei social network. Marketing aziendale e social network rappresentano rispettivamente il braccio strutturale e quello sovrastrutturale del culto "woke". Le religioni si adattano ai mutamenti dei mezzi di comunicazione, per cui se in una società della tradizione orale è importante essere degli abili racconta-storie attorno al fuoco, in quella della scrittura è centrale la redazione di testi sacri, in quella della stampa e della televisione è importante un controllo dei media di massa.
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La società dei social network non fa certo eccezione e la sua architettura premia coloro che sanno avvantaggiarsi della dinamica vittimaria e del rogo primordiale del capro espiatorio perché è questo il modo con cui le piattaforme massimizzano il tempo che gli utenti passano esposti alle pubblicità. In un certo senso, nella scala della storia si tratta di un'involuzione messa però in atto con ampio dispiegamento di tecnologie raffinatissime. La disintermediazione per molti aspetti primitivizza e appiattendo ogni cosa riporta allo stato originario di guerra di tutti contro tutti.
La figura centrale dell'epoca "woke" è la vittima sacra, che ha sostituito quella del vincente, dell'uomo pio o dell'uomo virtuoso delle epoche precedenti. Il cambiamento è agevolato dal meccanismo di denuncia perpetua dei social network, ambienti in cui l'incentivo numero uno per ottenere l'attenzione è la denuncia di qualche malefatta subita, sempre nel codice più binario, immediato e bianco e nero possibile. I sacerdoti supremi di questo meccanismo in virtù del quale l'indignazione genera attenzione che a sua volta genera denaro, sono naturalmente gli influencer.
L'industria dell'indignazione inscena scientificamente una sorta di wrestling morale, dove l'indignazione forse non sarà genuina ma di sicuro genera engagement e aumenta i fatturati. Il vittimismo è precisamente la radice filosofica del politicamente corretto. Il secondo non può esistere senza il primo.
Il Significato Profondo dell'Inginocchiarsi
Nella nostra cultura ci si inginocchia solamente di fronte a Dio (o almeno così fanno i credenti) o in situazioni estreme in cui la dignità personale viene messa da parte per gli scopi superiori, come la richiesta di perdono o per una proposta di matrimonio. Pentimento o amore, non proprio due motivi banali, come è giusto che sia perché l'inginocchiarsi è un'infrazione piuttosto pesante alla dignità di un uomo o di una donna propriamente detti.
Non ci si inginocchia a cuor leggero, con buona pace di tutti i commentatori che dicono "cosa costerà mai inginocchiarsi". Dipende da quanto valore si dà alla propria dignità personale, alla simbologia corporea, al potere delle metafore, all'idea che sia importante chiedere scusa ma solo quando si sia veramente colpevoli di qualcosa, altrimenti si tratta di una banalizzazione o di una subdola forma di sopraffazione.
È ironico che questa propensione a inginocchiarsi arrivi da un culto la cui origine filosofica affonda nel post-strutturalismo francese. Era proprio Michel Foucault a parlare di corpi docili, forgiati dai regolamenti invasivi delle istituzioni pubbliche e private, istituzioni che attraverso il governo dei piccoli gesti quotidiani arrivavano a dominare le menti e i cuori degli uomini a loro sottoposti.
Oltre l'Intolleranza: Alla Ricerca di Soluzioni Efficaci
Tutto questo scompare però nella capacità di unire queste contraddizioni all'interno di un principio unificante, l'idea cioè che tutte queste dinamiche siano in fondo meno importanti dello scopo, in questo caso l'eliminazione del razzismo. Che questo modo intollerante, settario e tribale di provare a risolvere questi mali sia l'unico possibile è discutibile.
L'illuminismo con i suoi ideali di uguaglianza di fronte alla legge è un modello universale non perfetto ma infinitamente superiore dal punto di vista sia della raffinatezza teorica sia dell'efficacia pratica. Ci sono modi migliori di cercare di eliminare il razzismo, il sessismo e l'omofobia, ad esempio smettere di giudicare una persona prima di tutto sulla base del suo colore della pelle.
Conseguenze e Ritorsioni
Le conseguenze di questa polarizzazione ideologica possono essere gravi, portando a ritorsioni, perdita di posti di lavoro, emarginazione sociale e un clima di paura e intolleranza. È fondamentale promuovere un dialogo aperto e rispettoso, basato sull'evidenza e sul ragionamento critico, per contrastare la diffusione di ideologie divisive e promuovere una società più inclusiva e giusta.
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