Introduzione
Questo articolo esplora il tema del viaggio, ispirato da un'esperienza personale in Mongolia e dall'influenza del gruppo musicale CSI (Consorzio Suonatori Indipendenti). Il racconto intreccia elementi autobiografici, citazioni musicali e riflessioni culturali, offrendo una prospettiva unica sulla scoperta di un paese e sull'incontro con una cultura diversa.
Radici Musicali e Stimoli Culturali
Il viaggio in Mongolia trae origine da uno stimolo cultural-musicale legato all'ex gruppo musicale dei CSI. Nel 1997, i CSI ebbero l'opportunità di visitare la Mongolia, un'esperienza che portò alla creazione del CD "Tabula Rasa Elettrificata" e del libro "In Mongolia in retromarcia". Come in un precedente resoconto di viaggio, la voce narrante si mescola a canzoni del gruppo, a libri letti, a brani citati, senza soluzione di continuità.
Ulaan Baatar: Un Mosaico di Contrasti
La capitale mongola, Ulaan Baatar, si presenta come una città architettonicamente sghimbescia, sbilenca, disarmonica, con palazzi ultramoderni giustapposti a edifici fatiscenti, ad architetture “soviet” e cinese, frapposte a cartelloni pubblicitari (come in Cina, come da noi) che magnificano le doti di automobili e telefoni cellulari, su uno sfondo di ciminiere fumanti nate in mezzo al nulla desertico di cespugli d’erba verde e rada. Il tutto immerso in un traffico stradale incomprensibile.La città rivela un contrasto tra la densità di popolazione e la scarsità di abitanti nelle regioni circostanti. Un terzo della popolazione mongola vive nella capitale (circa 800.000 persone), mentre il resto è sparso nelle regioni circostanti, densamente spopolate [densamente spopolata è la felicità]. In compenso ci sono circa 33 milioni di animali tra pecore, capre, mucche, cavalli e cammelli.La visita al monastero del lama Choijn, unico superstite alla rivoluzione culturale, stavolta non cinese ma russa, offre uno sguardo sulla storia e la cultura locale. Architetture originali e ben conservate, di pregio gli originali di alcune statue bronzee di Zanabazar (1635-1723), raffiguranti Buddha. Fedeli al motto nietzschiano di “eliminare la poltrona di Dio” e a quello di Marx per il quale “la religione è l’oppio dei popoli”, i russi hanno se non altro avuto il buon senso e il buon gusto di risparmiare l’opera di quello considerare l’equivalente di un Michelangelo o un Canova asiatico.
Incomprensioni e Adattamenti
Le dinamiche di gruppo in un viaggio organizzato emergono attraverso incomprensioni sulla sistemazione per la notte. Da programma avevamo il pernottamento in albergo, mentre l’agenzia mongola aveva previsto - sorpresa! - un’accoglienza al campo nomadi, con tanto di festa di benvenuto e dormita in tenda. A me andava bene un po’ tutto, ma non così per tutti. Qualcuno ha malignato che la sorpresa fosse organizzata ad arte per evitare di occupare l’albergo per una notte: pare che in coincidenza del nostro arrivo ci sia un’importante fiera (e corsa) di cavalli, che attira un po’ di persone. Più conveniente per l’albergo offrire letti per più notti. Dopo qualche telefonata intercontinentale e qualche manager tirato giù dal letto in Italia, pare che la questione si sia risolta: siamo, come da programma, in albergo.Queste situazioni mettono in luce la difficoltà di adattarsi a standard diversi e la virtù di appartenere a un gruppo con esperienza di viaggi organizzati.
L'Arte di Osservare e Documentare
La scelta di documentare il viaggio con le parole piuttosto che con le immagini riflette una sensibilità personale. Dopo il monastero/museo siamo andati alla piazza più grande della città, una sorta di Tienanmen in miniatura e, ovviamente, molto meno popolata: sulla sinistra il mausoleo - per fortuna in via di smantellamento - dell’ultimo dittatore filorusso. Lo stile, al solito, è l’indefinibile razionalismo che sembra essere stata l’arte preferita da tutti i totalitarismi, dal fascismo al comunismo.Anche qui qualche (meno insistente) pletora di questuanti e venditori, vera vittoria del capitalismo: i primi contatti con un altro popolo, con un’altra civiltà sembrano passare nei tempi moderni invariabilmente attraverso la dura legge del mercato. Il solo essere turista significa questo. È una cosa che mi pesa un po’: mi piacerebbe avere amici nei posti, ma è difficile quando il rapporto è professionale e - come nel caso delle guide locali, per esempio - è pure occasionale.L'incontro con la cultura locale avviene anche attraverso la dura legge del mercato, suscitando riflessioni sul ruolo del turista e sulla difficoltà di stabilire rapporti autentici.
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Il Passaggio al Nomadismo Stanziale
Passiamo davanti a un quartiere del quale avevo letto: alcuni nomadi, stanchi di esserlo, hanno piazzato definitivamente le loro gher e le hanno rese stanziali. Oppure hanno costruito una casa in muratura e hanno messo la gher in giardino, per andarci ogni tanto. È buffo per noi, ma il nodo - simbolo del nomadismo, perché ha facoltà di essere sciolto - si trasforma in chiodo - simbolo dell’animale/uomo stabile, stanziale (4). Il problema è che sempre più famiglie operano questa scelta per problemi ovvi, il primo dei quali è mandare a scuola i figli.La trasformazione del nomadismo in stanzialità, motivata da esigenze pratiche come l'istruzione dei figli, rappresenta un cambiamento culturale significativo.
Canto di Gola e Suggestioni Siberiane
Al termine del solito ristorante per turisti, veniamo intrattenuti da un concertino in abiti tipici. Siamo gli ultimi avventori e praticamente questi suonano solo per noi. Apprendo da qualche compagno di viaggio che il cantante sfrutta una tecnica particolare - chiamata il canto di gola - per far funzionare le proprie corde vocali simultaneamente. Esce dalla sua bocca una strana melodia, più simile a uno strumento che alla voce umana. Ne vengo suggestionato al punto che mi vengono i brividi, perché mi sembra che canti l’ululare del vento siberiano. Quel vento che fa della mite Ulaan Baatar di oggi un posto che, d’inverno, arriva senza difficoltà a -35°C (3).L'esperienza di ascoltare il canto di gola evoca immagini di paesaggi siberiani e suscita una profonda suggestione emotiva.
Elsen Tasarhal: Tra Nodo e Chiodo
Al campo base di Elsen Tasarhal, il tempo rallenta e le dinamiche di gruppo si intensificano. Stamattina la polemica è proseguita e c’è stato un nuovo scontro tra nodo e chiodo: non possiamo portare tutti i bagagli sulle jeep e si rende necessario selezionare ciò che più ci sarà funzionale per questa escursione di 3 giorni. Lamentele e proteste si levano perché pare che molti non siano attrezzati adeguatamente o, più semplicemente, non abbiano borse o zaini nei quali stipare un bagaglio più piccolo. Riesco, pensandoci 10 minuti, a fare un solo zaino da 30 litri, nel quale metto tutto. Bagaglio minimo, macchinista ferroviere! Le esigenze del nomadismo (per quanto praticato come turismo), del viaggiare leggeri (5) si scontra con la pesantezza, il fardello di chi da sempre nasce, vive, frequenta case in muratura. Pare che i mongoli ci mettano un’ora a smontare la propria gher. Più o meno quel che noi impieghiamo per prepararci a uscire di casa dopo esserci sistemati un po’.La difficoltà di viaggiare leggeri si scontra con le abitudini di chi vive in contesti stanziali.
Gadanteng Cheling: Rulli di Preghiera e Presenza
Una volta chetata la questione, siamo pronti a partire, non prima però di una visita al monastero di Gadanteng Cheling, quasi del tutto ricostruito dopo la fine della dominazione comunista (circa 1990). Vediamo un altro maestosissimo Buddha (ricostruito nel 1996), alto 26 metri, di rame, ricoperto d’oro. L’interno, cavo, contiene le offerte. Mi trovo a girare, senza pensarci, i rulli della preghiera: non ho, in questo momento, desideri da esprimere. Posso solo ringraziare della pienezza che sto vivendo, del desiderio esaudito di essere qui, ora. Il cilindro dei rulli mi affascina per l’idea di ritorno, di tondo, di ciclicità, di reincarnazione. Di presenza.La visita al monastero di Gadanteng Cheling offre un momento di riflessione e gratitudine, simboleggiato dal gesto di girare i rulli della preghiera.
Impressioni di Viaggio: Caos e Giustapposizioni
Per tornare al viaggio fin qui: vengono approntate 5 jeeppone nipponiche per i nostri molli fondoschiena occidentali. Si presentano all’albergo, gli autisti, con le auto lucide e loro vestiti di tutto punto, come dovessero portarci al gran gala anziché in qualche remota località desertica. Il fuoristrada Nissan che ci accoglie credo abbia un utilizzo promiscuo: lo tradiscono i chilometri (227mila e spiccioli) e, come al monastero, un odore pecoreccio, mistificato e vanamente camuffato da una specie di “arbre magique” locale. Di nuovo vengo colpito dalla totale giustapposta disarticolazione di questa città: giocatori di biliardo (6) ai bordi della strada, sotto una tenda improvvisata, vicino alla casa dello sciamano (che magari è uno dei giocatori…), vicino al mercato.Superiamo nel traffico gorgogliante, ingorgato peggio che da noi, un filobus che sembra stare in piedi solo perché ha le antenne attaccate ai fili; in alternativa pulmini di modeste dimensioni fanno da trasporto pubblico; vecchi camion Uaz sovietici che neanche da bambino avevo il modellino: musone, piano di carico alto sopra le ruote, aerodinamica anni ’50/’60 del secolo scorso, verdi militare, forse dismessi dall’esercito. Ne incontreremo di simili lungo il percorso, molti dei quali invariabilmente con la bocca del cofano aperta, bisognosi di cure d’emergenza. Ai lati del lembo d’asfalto, terra, senza marciapiedi. E ancora: città oblunga, come fosse in rifacimento dopo una guerra, ma senza apparente criterio. Mi scorre davanti al naso il cartello che pubblicizza la prima televisione mongola via internet: TV5.mn. Per il 5 nutro, scusate, berlusconiano sospetto. È tutto giustapposto, non stratificato in epoche: tutto coesiste insieme. Oggetti che arrivano da passati remoti (per noi, ma forse sarebbe meglio dire presenti prossimi per loro) con oggetti, idee, velleità proiettate verso un futuro che è, in tutto e per tutto, il nostro.Le impressioni di viaggio sono caratterizzate da un senso di caos e giustapposizione, dove elementi del passato e del futuro convivono in un presente disarticolato.
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La Strada: Zigzagando tra le Difficoltà
Fuori dal gorgo cittadino il lembo di strada si assottiglia: l’asfalto diventa un’idea, una supposizione, mentre ben più concreti si fanno i crateri, le buche da evitare. Dopo qualche chilometro non esiste più un vero e proprio senso di marcia: diventiamo serpente che zigzaga a destra e sinistra per evitare il peggio, mentre stai sulla tua destra solo quando arriva qualcuno in senso inverso. Il problema spesso si pone quando un mezzo più lento ti precede nello zigzag e per fargli capire che non vuoi centrarlo, ma solo sorpassarlo, gli suoni. Il clacson anche a Ulaan Baatar è molto usato come mezzo di comunicazione. Lasciata la città trovi carovane, zone semiresidenziali, prototipi di fattorie in bilico fra nodo e chiodo.Il viaggio su strada diventa una metafora della vita, un continuo zigzagare tra le difficoltà.
Tsenkher: Evocare Immagini e Racconti
Al campo base di Tsenkher, la difficoltà di scrivere in un viaggio organizzato spinge a cercare nuove forme di espressione. Credo che la mia scrittura subirà un’evoluzione. Cercherò di evocare immagini, foto. Tutte quelle che non ho scattato perché sulla jeep in corsa (7) quelle per cui il momento e la situazione mi sono sembrate degne di un racconto.La strada. Ieri. Alla prima sosta pipì gli autisti si allontanano e sul prato di fronte espletano il loro bisogno. A noi, che eravamo di qua dalla strada, è sembrato controvento: che siano capaci di controllare anche quello?La narrazione si concentra sull'evocazione di immagini e racconti, catturando momenti e situazioni significative.
La Banlieue di Parigi: Un Confronto
Il testo fa riferimento al libro "La Banlieue de Paris" di Blaise Cendrars e Robert Doisneau, offrendo un confronto tra la periferia parigina e i paesaggi mongoli. C'è una miscela esplosiva in quest’opera dal DNA fotografico e articolata su un metodo di lavoro capace di inglobare il tempo come in un’officina dove si forgiano, si fondono, si rifiniscono pezzi di storia . Gli effetti sono quelli di una scrittura prismatica, gravida di quelle tracce di corruzione che nemmeno il più potente degli obiettivi fotografici potrebbe penetrare .Nel 1949, nel clima di instabilità politica e sociale del dopoguerra, era apparso in Francia un singolare libro che aveva come oggetto d’indagine la miseria e il degrado della periferia parigina, frutto di un ampio progetto sviluppato da Blaise Cendrars, geniale scrittore e acuto intellettuale e Robert Doisneau, uno dei padri della fotografia umanista francese. Anche in queste duecentoquaranta pagine complete del testo che accompagna le foto, tradotto da Federica di Lella , la periferia parigina è la vera protagonista, con le sue contraddizioni, la sua variegata umanità. Oggi come allora Doisneau ci fa viaggiare nella banlieue grazie a quel suo personalissimo linguaggio che attiva i sensi, la percezione di paesaggi sonori e ci allena a sostare tra gli echi di un mondo, non come ospiti ma con misurata vicinanza emotiva .Il racconto di Cendrars, di una periferia che vive il sogno di un’ opulenza improvvisa che trasforma lo scenario in un fantastico sociale, è suddiviso geograficamente secondo i quattro punti cardinali. Impregnato di pessimismo sistematico, teso verso la denuncia politica e sociale, si sofferma ad esempio sulla speculazione edilizia che ha dato vita a quei grandi casermoni sociali :[…] Tutto è un bluff in questi casermoni rumorosi, dagli ascensori in panne fino alle cantine dove il vino va a male, diventa aceto. Qui il sogno piccolo-borghese di avanzamento sociale è incarnato dal padiglione individuale. È la periferia verde, la “banlieu dei ricchi” dove l’amore isterico per la natura e la smania della proprietà ha favorito la scelta, in un gran numero di droghieri, passacarte, bottegai arricchiti, impiegati che hanno risparmiato un’intera vita sui salari, di ritirarsi, con il loro triste sogno, in una di queste case: […] ma che rivelazione sull’inconscio di tutto un popolo di piccolo borghesi imbecilli che hanno sgobbato una vita intera per potersi permettere una cosa del genere […]. Cosa dedurne -si chiede Cendrars - se non che siamo spacciati quando un paese come la Francia arriva a questo punto?Nonostante la trasformazione urbana, l’ampliamento della rete ferroviaria e stradale, segni di possibile progresso, non condivide l’ottimismo solitamente promosso da urbanisti, architetti, politici e media, ma ne trae ispirazione, al contrario, per un bilancio disastroso. È uno spazio geografico che si espande ogni giorno di più e con esso la minaccia di una crescente miseria sociale, di un mondo truccato, materialista, ingiusto, duro, cattivo.
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