Le arti marziali miste (MMA) sono uno sport da combattimento in rapida crescita che combina elementi di varie arti marziali, tra cui boxe, kickboxing, jiu-jitsu e lotta. Sebbene le MMA possano essere uno sport entusiasmante e stimolante, comportano anche un rischio significativo di infortuni, inclusi infortuni mortali. Questo articolo esamina gli infortuni mortali nelle MMA, le statistiche e i fattori che contribuiscono a questi tragici eventi.
Incidenti mortali nelle MMA: una panoramica
Gli incidenti mortali nelle MMA sono rari, ma si verificano. La maggior parte degli infortuni mortali nelle MMA sono causati da traumi cranici, inclusi emorragie cerebrali, ematomi subdurali e commozioni cerebrali. Altre cause di infortuni mortali nelle MMA includono lesioni agli organi interni, come fegato o milza, e arresto cardiaco.
Judo: Un caso di studio sugli infortuni mortali
Il judo, un'altra arte marziale popolare, presenta un tasso allarmante di infortuni, in particolare in Giappone. Centinaia di bambini in Giappone hanno subito infortuni catastrofici praticando judo sotto la supervisione scolastica. Le statistiche non hanno eguali in altre nazioni sviluppate dove lo sport è popolare. La frequenza dei decessi per judo in Giappone ha preoccupato Ryo Uchida, assistente professore all'Università di Nagoya, che studia la sicurezza scolastica.
Il caso di Taichi: una tragedia evitabile
Nel dicembre 2004, il quindicenne Taichi frequentò una lezione di judo presso la sua scuola media a Yokohama. Secondo una causa intentata dai suoi genitori, il suo istruttore, un campione All-Japan, lo strangolò durante una sessione di sparring finché non svenne. Taichi si riprese e continuò, ma l'istruttore lo strangolò di nuovo e lo gettò sul tappeto. Taichi si rialzò di nuovo, ma poi crollò. In seguito, Kobayashi ha detto che un membro della facoltà comprensivo gli aveva detto che la scuola aveva mentito nel rapporto sull'incidente, affermando che l'infortunio non aveva nulla a che fare con il judo.
Fattori culturali e gaman
Il Dr. Robert Nishime, presidente della medicina sportiva per USA Judo, la federazione sportiva, è un giapponese-americano che ha parlato con le famiglie delle vittime. Ha detto che il tratto culturale giapponese di non arrendersi, chiamato gaman, potrebbe spiegare perché una commozione cerebrale, che può essere sottile, potrebbe essere minimizzata dall'istruttore o dal bambino.
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Disciplina fisica e accettazione
La disciplina fisica dei bambini è ancora ampiamente accettata in Giappone, specialmente da allenatori e genitori, che la vedono come un legittimo strumento educativo.
Statistiche sugli infortuni mortali nelle MMA
È difficile ottenere statistiche precise sugli infortuni mortali nelle MMA, poiché non esiste un sistema centralizzato per la segnalazione di tali infortuni. Tuttavia, diversi studi hanno cercato di stimare il numero di infortuni mortali nelle MMA.
Uno studio del 2006
Uno studio del 2006 pubblicato sulla rivista Neurosurgery ha analizzato i dati sugli infortuni nelle MMA dal 1993 al 2005. Lo studio ha rilevato che si sono verificati 4 decessi correlati alle MMA durante questo periodo, con un tasso di mortalità di 0,19 decessi per 100.000 partecipanti all'anno.
Ricerca successiva
Una ricerca successiva ha suggerito che il tasso di mortalità nelle MMA potrebbe essere più elevato di quanto stimato nello studio del 2006. Ad esempio, uno studio del 2015 pubblicato sulla rivista The Physician and Sportsmedicine ha rilevato che si sono verificati 10 decessi correlati alle MMA dal 2007 al 2015, con un tasso di mortalità di 0,53 decessi per 100.000 partecipanti all'anno.
Confronto con altri sport da combattimento
È importante notare che il tasso di mortalità nelle MMA è relativamente basso rispetto ad altri sport da combattimento, come la boxe. Uno studio del 2016 pubblicato sulla rivista Journal of Sports Science and Medicine ha rilevato che il tasso di mortalità nella boxe era di 1,3 decessi per 100.000 partecipanti all'anno, che è significativamente più alto del tasso di mortalità nelle MMA.
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Fattori che contribuiscono agli infortuni mortali nelle MMA
Diversi fattori possono contribuire agli infortuni mortali nelle MMA, tra cui:
- Trauma cranico: il trauma cranico è la causa più comune di infortuni mortali nelle MMA. I traumi cranici possono essere causati da una varietà di colpi, inclusi pugni, calci, gomitate e ginocchiate.
- Disidratazione: la disidratazione può aumentare il rischio di traumi cranici e altre lesioni nelle MMA. La disidratazione può anche portare a esaurimento da calore, che può essere fatale.
- Uso di droghe: l'uso di droghe, come steroidi e stimolanti, può aumentare il rischio di infortuni nelle MMA. Le droghe possono compromettere il giudizio, aumentare l'aggressività e mascherare il dolore, portando a un aumento del rischio di lesioni.
- Scarsa regolamentazione: la scarsa regolamentazione delle MMA può anche contribuire agli infortuni mortali. La scarsa regolamentazione può portare a combattenti non qualificati, abbinamenti impropri e cure mediche inadeguate.
- Sovrallenamento: il sovrallenamento può causare la cosiddetta sindrome da sovrallenamento. Peter Irving ha subito diverse malattie: febbre ghiandolare, influenza suina, ed è quasi morto per un taglio del peso fallito che gli ha provocato insufficienze in diversi organi. Ai suoi tempi c'era la cultura malsana di fare sparring duro in ogni allenamento, e anche quello gli ha tolto più di qualche anno di carriera. Gli infortuni erano all'ordine del giorno. Non c'era attenzione alle classi di peso durante gli allenamenti, e magari i pesi massimi leggeri o i pesi massimi non taravano forza e colpi, contro ragazzi come lui che pesavano molto di meno. Pensavano di essere dei duri, ma era una cultura molto controproducente a livello di salute e usura del corpo, ma nascondeva anche scarsa attenzione e cura verso gli altri. C'era troppa competizione all'interno delle palestre e perfino i suoi stessi compagni di team volevano fargli male, se solo ne avessero avuto la possibilità. Un ragazzo del suo angolo, durante un riscaldamento prima di un incontro, gli ha causato un infortunio che è peggiorato durante il combattimento, facendogli perdere. Un peso massimo lo ha colpito così duramente in testa da annebbiargli la vista e da quel giorno non è più stato lo stesso. Erano fottuti stronzi, a dirla tutta.
Prevenzione degli infortuni mortali nelle MMA
Esistono diverse misure che possono essere adottate per prevenire infortuni mortali nelle MMA, tra cui:
- Migliorare la regolamentazione: migliorare la regolamentazione delle MMA può aiutare a garantire che i combattenti siano qualificati, gli abbinamenti siano appropriati e le cure mediche siano adeguate.
- Aumentare la consapevolezza: aumentare la consapevolezza dei rischi delle MMA può aiutare i combattenti e gli allenatori a prendere decisioni più informate sulla loro partecipazione allo sport.
- Usare un equipaggiamento protettivo: indossare un equipaggiamento protettivo, come protezioni per la testa e paradenti, può aiutare a ridurre il rischio di traumi cranici.
- Rimanere idratati: rimanere idratati può aiutare a ridurre il rischio di traumi cranici e altre lesioni nelle MMA.
- Evitare l'uso di droghe: evitare l'uso di droghe, come steroidi e stimolanti, può aiutare a ridurre il rischio di infortuni nelle MMA.
Gladiatori in erba: lo sfruttamento minorile nella Muay Thai
In Thailandia, i "gladiatori in erba" sono bambini, anche piccoli e piccolissimi, che la povertà spinge verso la boxe thailandese, la Muay Thai. Uno sport antico, travolto da immensi interessi che vanno dalle scommesse (legali e clandestine) all’organizzazione delle competizioni, estese da qualche anno anche a partecipanti stranieri, al miraggio di un benessere per pochi.
Reclutamento e competizioni
I piccoli combattenti sono reclutati nei villaggi rurali, deturpati dalla miseria, già dai cinque o sei anni d’età. Dopo l’allenamento, vengono spediti sul ring dai dieci o dodici anni al massimo. A volte anche a otto. Il loro compito è esibirsi di fronte a un pubblico che hai nei loro confronti un interesse quasi morboso.
Snaturamento dell'antica pratica
Resta ben poco dell’antica pratica, ammantata di ritualità e segreti tramandati da kru (maestro) ad allievo, cruda ma con una sua mistica definita e regole morali precise. Gli incidenti, lo sfruttamento, la morte di alcuni piccoli non sono sufficienti a contenere la sete di denaro di organizzatori, mediatori e allenatori. Anzi, è stata anche aperta la competizione tra scuole per portare sul quadrato nuove leve sempre più giovani.
Il caso di Anucha Tasako
Nemmeno il decesso per emorragia cerebrale sul ring, alla fine dello scorso anno, del 13enne Anucha Tasako è riuscita a bloccare una tendenza che sembra inarrestabile. Al contrario, la popolarità sia in vita, sia postuma di Anucha, che aveva già alle spalle cinque anni di combattimenti, sembra avere dato nuovo slancio alla pratica dei baby-gladiatori.
Misure governative inefficaci
Sull’onda dell’impatto emotivo provocato dall’evento, il governo si è impegnato a correre ai ripari (si fa per dire), proponendo di utilizzare atleti con età superiore ai 12 anni e rendere obbligatorie protezioni per chi abbia tra i 12 e i 15 anni. Le misure, tuttavia, hanno avuto scarso risultato pratico. I medici chiedono da tempo che l’età minima per partecipare agli incontri sia alzata a 18 anni. Al contrario, la potente Associazione della boxe professionale thailandese preme perché sia abbassata a dieci. La contesa va avanti da tempo, mentre gli attivisti per i diritti umani denunciano una serie di abusi a cui sono sottoposti i baby-combattenti.
Statistiche non ufficiali
Le statistiche non sono ovviamente ufficiali, anche per non contrastare la potente lobby pro-boxe, tuttavia, sarebbero circa 10mila gli atleti sotto i 15 anni registrati dall’Autorità sportiva thailandese. Si stimano, tuttavia, in 200-300mila i bambini coinvolti in una qualche forma di competizione, in alcuni casi addirittura reclutati a 4-5 anni.
Conseguenze fisiche e cognitive
Una situazione drammatica e non solo per un abbandono sovente precoce delle aule scolastiche dei giovani atleti. In una ricerca specifica, il centro traumatologico specializzato in diagnostica avanzata dell’ospedale Ramathibodi di Bangkok ha evidenziato gravi danni in centinaia di giovani atleti. Paragonati ai coetanei non coinvolti nel Muay Thai, i piccoli gladiatori hanno un media un quoziente intellettivo inferiore in media di 10 punti alla norma. Un danno, crescente con una pratica prolungata, a cui si aggiungono le conseguenze fisiche, sovente irreversibili, fino al decesso nei casi più gravi.
Raccomandazioni inefficaci
Tuttavia, negli anni vi sono state solo raccomandazioni all’uso di protezioni e le stesse autorità sanitarie hanno semplicemente invitato preparatori e atleti tra i 13 e i 15 anni a comportamenti che «prevengano danni cerebrali, non propizino anomalie del cervello, il Parkinson e un Alzheimer precoce da adulti». In buona sostanza, a combattere cercando di evitare colpi decisivi che sul ring possono segnare la differenza tra vittoria e sconfitta.
Sfruttamento economico
Esiste poi un altro aspetto, quello dello sfruttamento. È difficile che bambini sotto i 15 anni scelgano liberamente di rischiare la vita in cambio di proventi di cui beneficeranno quasi esclusivamente familiari e maestri. È certo l’immenso giro d’affari che ruota attorno al loro impegno e sacrificio. Un campione arriva a guadagnare migliaia di euro per una finale me ben poco gli resta in mano. Lo stesso accade con i premi, ricavi pubblicitari, i diritti radio e televisivi. A beneficiarsi sono le reti di reclutamento, gli sponsor e gli scommettitori: l’azzardo vale molti milioni di euro.
Sfruttamento e coercizione
Per tanti, soprattutto per i più giovani, lo sfruttamento, la coercizione, sono realtà quotidiana. Non a caso, i dati usciti dal rapporto sulle peggiori forme di lavoro minorile pubblicato dal Dipartimento di Stato americano cinque anni fa, all’inizio quindi del boom attuale di bambini (e bambine) combattenti, indicava che «è noto come i combattenti retribuiti di Muay Thai siano sfruttati in quanto lavoratori minorenni e che la questione suscita una grave preoccupazione».
Il caso di Anucha: una morte per 60 euro
Il 10 novembre 2018, quando salì sul ring per l’ultima volta, orgoglioso di quasi 200 combattimenti fino ad allora, a 13 anni Anucha Tasako godeva di una fama crescente nella boxe giovanile e poteva essere orgoglioso delle migliaia di euro vinti e consegnati alla sua famiglia nel povero Nord-Est thailandese. Quell’incontro contro un avversario di soli due anni più anziano gli avrebbe dovuto consegnare altri 2.000 baht, circa 60 euro. Invece si rivelarono il costo di una vita, la sua, colpito al capo da un calcio sferrato per vincere annientando l’avversario. Una emorragia cerebrale che in pochi minuti lo tolse all’esistenza, allo sport e alla famiglia.
Nessuna rivendicazione
Nessuna animosità, nessuna rivendicazione e ben poco indennizzo successivo. Lo stesso giovane avversario aveva messo all’asta i pantaloncini indossati durante l’incontro per garantire qualche baht alla famiglia del defunto. Nessun responsabile, alla fine, nemmeno per non avere vigilato sulle protezioni richieste ma sovente ignorate.
Misure di sicurezza inadeguate
Nonostante quella disgrazia e tante altre, nelle arene dove quotidianamente e ancor più intensamente durante le occasioni festive si incrociano colpi e speranze di atleti per cui è spesso difficile trovare guanti o pantaloncini regolamentari tanto sono esili e tenaci come fil di ferro, le misure di sicurezza sono quelle concordate tra i coach, a loro volta legati alle necessità di spettacolarità che incentivano sponsorizzazioni e scommesse. Nel “Paese del Sorriso” o almeno per la sua popolazione meno favorita, la speranza di benessere vale un altro combattimento.
Difficoltà di stima
Difficile anche solo stimare quanti Anucha potenziali vi siano in Thailandia, anche perché la popolarità del Muay Thai ne fa insieme pratica atletica diffusa, sport, gioco e - per necessità o passione - lavoro, magari a tempo parziale. Ma soprattutto soldi per chi gestisce il traffico delle scommesse.
MMA: uno sport in crescita con rischi reali
Le MMA sono uno sport in crescita con rischi reali. Sebbene gli infortuni mortali nelle MMA siano rari, si verificano. È importante che i combattenti, gli allenatori e gli enti sanzionatori prendano provvedimenti per prevenire infortuni mortali nelle MMA. Migliorare la regolamentazione, aumentare la consapevolezza, utilizzare un equipaggiamento protettivo, rimanere idratati ed evitare l'uso di droghe sono tutti passaggi importanti che possono essere adottati per ridurre il rischio di infortuni mortali nelle MMA.
L'esperienza di Peter Irving: un combattente antifascista e anarchico
Peter Irving, combattente professionista di MMA, antifascista e anarchico, offre una prospettiva unica sui rischi e le realtà degli sport da combattimento. La sua esperienza personale, segnata da gravi infortuni e sfide, mette in luce l'importanza della consapevolezza, della preparazione e della cura di sé nel mondo delle MMA.
Inizi e motivazioni
Fin da piccolo, Peter sognava di essere un commando. Quando è diventato pacifista, è stato costretto ad abbandonare quel progetto di vita, ma le arti marziali gli hanno offerto, in qualche modo, lo stesso stile di vita disciplinato e la possibilità di essere considerato un’élite. Il combattimento è un buon modo per entrare in contatto con la parte più brutale della nostra natura umana.
Infortuni e conseguenze
Peter ha subito gravi infortuni durante la sua carriera, tra cui la perdita parziale della vista a causa di un dito nell'occhio e diverse fratture agli zigomi a causa di testate. Ha anche sofferto della cosiddetta sindrome da sovrallenamento e ha quasi perso la vita a causa di un taglio del peso fallito.
Consigli e riflessioni
Il miglior consiglio che Peter ha ricevuto è arrivato un po’ troppo tardi: “A nessuno frega davvero un cazzo di te. Quello che importa alle persone è come le fai sentire”. Ora il suo lavoro è quello di allenare e, se avrà fortuna, il suo più grande risultato sarà quello di lasciare qualcosa a questi ragazzi, aiutandoli a raggiungere grandi obiettivi, senza perdere l’integrità durante il percorso.
Esperienza in Brasile
Peter ha vissuto e si è allenato in Brasile, dove ha imparato il brazilian jiu-jitsu (BJJ) e ha condiviso il tatami con alcuni dei migliori combattenti del Paese. L'esperienza brasiliana ha cambiato del tutto la sua visione del mondo, e imparare a combattere è stata la parte meno importante del suo soggiorno lì.
Idee politiche e antifascismo
Peter non ha mai nascosto le sue idee politiche, e questo ha influenzato le sue scelte nel mondo delle arti marziali. Si è rifiutato di gareggiare nell’Absolute Championship Akhmat (ACA) di Kadyrov e si è opposto all’apparizione di Nikko Puhakka in Irlanda.
Scena delle palestre popolari nel Regno Unito
Peter è un fanatico delle arti marziali, un elitario e ha una formazione diversa. In termini di insegnamento e formazione, da un punto di vista ideologico, è in tutto e per tutto a favore dell’auto-organizzazione, del fai da te. Come professionista, però, pensa che questa sia un’arte e un mestiere che ha bisogno di un livello molto alto di professionalizzazione.
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