Il 23 marzo 1919, in Piazza San Sepolcro a Milano, Benito Mussolini fondò i Fasci Italiani di Combattimento, il nucleo originario del futuro Partito Nazionale Fascista (PNF). Questo evento segnò l'inizio di un movimento politico che avrebbe profondamente trasformato l'Italia e lasciato un'impronta indelebile nella storia del XX secolo.
Contesto Storico e Sociale
La fine della Prima Guerra Mondiale portò con sé una serie di sconvolgimenti politici e sociali. L'Italia, pur avendo fatto parte delle potenze vincitrici, si trovò ad affrontare una grave crisi economica, un'elevata disoccupazione e forti tensioni sociali. Il mito della "vittoria mutilata", ovvero la sensazione di non aver ottenuto tutti i territori promessi in cambio dell'entrata in guerra, alimentò un forte risentimento nazionalista.
In questo clima di instabilità, si assistette a un'intensificazione delle lotte sociali, con lo sviluppo dei sindacati e la nascita di partiti di massa come il Partito Popolare di Don Luigi Sturzo (1919) e il Partito Comunista d'Italia fondato da Antonio Gramsci e Amadeo Bordiga (1921). Nel 1920 ebbe inizio il "Biennio Rosso", un periodo di forti agitazioni operaie e contadine, caratterizzato da scioperi, occupazioni di fabbriche e rivendicazioni di terra.
Origini e Ideologia dei Fasci di Combattimento
Il termine "fascismo" deriva dalla parola italiana "fascio". Storicamente, il termine "fascio" è stato utilizzato in Italia per descrivere gruppi o associazioni con scopi politici o sindacali. Ad esempio, alla fine del XIX secolo, i Fasci Siciliani erano movimenti di lavoratori che si organizzavano per rivendicare diritti e migliori condizioni di lavoro. L'origine etimologica di "fascio" risale al latino "fasces", che indicava un insieme di verghe legate attorno a un'ascia, simbolo dell'autorità dei magistrati nell'antica Roma. Questo simbolo rappresentava il potere e la giurisdizione, e fu adottato da Benito Mussolini per il suo movimento politico.
Inizialmente, i Fasci Italiani di Combattimento si presentavano come un movimento elitario, composto principalmente da nazionalisti, reduci della Grande Guerra, ex sindacalisti rivoluzionari, repubblicani, dannunziani e alcuni futuristi marinettiani. Il programma originario, esposto nel Manifesto dei Fasci di Combattimento pubblicato il 6 giugno 1919 su "Il Popolo d'Italia", proponeva una serie di riforme politiche e sociali, ispirate alle teorie moderniste sull'"Uomo nuovo".
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Il fascismo si poneva come una "terza via", un'alternativa sia al marxismo che al capitalismo liberista. Pur riconoscendo la proprietà privata, rifiutava i principi della democrazia liberale e promuoveva un forte intervento dello Stato nell'economia. Altri punti salienti del programma erano la difesa della "vittoria" nella Prima Guerra Mondiale, la valorizzazione del ruolo dei combattenti e la lotta contro le "degenerazioni" del socialismo.
La Fondazione a Milano
La fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento avvenne il 23 marzo 1919 nella sala riunioni del Circolo dell'alleanza industriale, in piazza San Sepolcro a Milano. L'evento fu preannunciato da articoli entusiastici sul giornale "Il Popolo d'Italia", diretto da Mussolini. Inizialmente, la riunione era prevista al Teatro dal Verme, ma a causa della scarsa adesione, gli organizzatori optarono per una sede più modesta.
Nel corso della mattinata, Mussolini delineò tre semplici dichiarazioni, che furono poi approvate dall'assemblea. Nel pomeriggio, tornò a parlare, illustrando una serie di riferimenti alle storiche rivendicazioni delle classi lavoratrici e indicando il Partito Socialista come il principale nemico dei Fasci di combattimento. Questo discorso suscitò alcune proteste tra i nazionalisti presenti, che si aspettavano un'impronta meno proletaria.
Difficoltà Iniziali e Sviluppo del Movimento
Nonostante le aspirazioni di Mussolini, l'evento di piazza San Sepolcro non ebbe un grande impatto sulla stampa italiana e la fioritura di altri fasci nelle varie città italiane fu inizialmente scarsa. Alle elezioni politiche del novembre 1919, i Fasci di Combattimento parteciparono con una propria lista nel solo collegio elettorale di Milano, ottenendo risultati deludenti e non eleggendo alcun candidato.
Tuttavia, a partire dalla metà del 1920, il movimento fascista iniziò a crescere rapidamente, sfruttando il clima di tensione sociale e la paura della borghesia nei confronti delle agitazioni operaie e contadine. In particolare, si sviluppò il cosiddetto "fascismo agrario", con squadre fasciste che, finanziate dai proprietari terrieri, contrastavano le "leghe rosse" e ripristinavano il controllo sui latifondi.
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Il PNF: Dalla Fondazione all'Adesione di Massa
L'8 novembre 1921, al teatro Augusteo di Roma, durante il 3° Congresso nazionale dei Fasci italiani di combattimento, il movimento si trasformò nel Partito Nazionale Fascista (PNF). Questo passaggio segnò un'evoluzione significativa, con la creazione di una struttura organizzativa definita nello Statuto-Regolamento generale approvato dal congresso. Il documento disegnava un modello di partito, per un verso simile a quelli operanti in Parlamento (organi dirigenti ne erano il Consiglio nazionale, il Comitato centrale, la Direzione, la Segreteria generale) e per altro verso con una impronta militare evidente negli articoli che definivano le modalità di costituzione dei fasci (le sezioni locali del PNF) dotati di un proprio «gagliardetto di combattimento» e di «squadre di combattimento» e raggruppati in Federazioni provinciali. In seguito lo statuto del PNF sarebbe stato rivisto più volte, nel 1926, nel 1929, nel 1932, nel 1938.
Il PNF si caratterizzò per un'organizzazione capillare sul territorio, una forte disciplina interna e l'uso sistematico della violenza squadrista per reprimere gli oppositori politici. Benito Mussolini assunse la carica di Duce (capo) del partito, accentrando su di sé il potere decisionale.
La Marcia su Roma e l'Ascesa al Potere
Il 24 ottobre 1922, Mussolini radunò a Napoli migliaia di camicie nere e diede il via alla marcia su Roma, una dimostrazione di forza volta a intimidire il governo e ottenere il potere. Di fronte alla minaccia fascista, il re Vittorio Emanuele III rifiutò di firmare lo stato d'assedio e incaricò Mussolini di formare un nuovo governo.
Inizialmente, il governo Mussolini fu un governo di coalizione, composto da fascisti, liberali, popolari e indipendenti. Tuttavia, nel giro di pochi anni, Mussolini eliminò gradualmente gli oppositori politici, instaurando una dittatura totalitaria.
La Politica Economica e Sociale del Fascismo
Nei primi anni del regime, la politica economica fascista fu improntata al liberismo, con l'obiettivo di raggiungere il pareggio del bilancio. Tuttavia, a partire dal 1926, Mussolini adottò una politica più dirigista, con un forte intervento dello Stato nell'economia. Furono promosse iniziative come la "battaglia del grano" e la rivalutazione della lira.
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In campo sociale, il fascismo cercò di creare un "uomo nuovo", attraverso l'educazione, la propaganda e l'organizzazione del tempo libero. Furono create istituzioni come l'Opera Nazionale Balilla e l'Opera Nazionale Dopolavoro, volte a indottrinare i giovani e a controllare le attività ricreative degli adulti.
La Politica Estera e la Caduta del Regime
In politica estera, il fascismo perseguì una politica di espansionismo e di potenza, culminata nella conquista dell'Etiopia nel 1936 e nell'alleanza con la Germania nazista. L'entrata in guerra nel 1940 a fianco della Germania si rivelò disastrosa per l'Italia, portando alla caduta del regime il 25 luglio 1943.
Il Fascio di Combattimento di Bologna: Un Caso Particolare
A Bologna, la storia del Fascio di Combattimento presenta alcune peculiarità. Gli ex combattenti bolognesi disertarono l'adunata di Milano del 23 marzo 1919, non condividendo la linea politica del nuovo organismo. Tuttavia, in seguito alle sollecitazioni di Mussolini, decisero di costituire il fascio.
La sera del 9 aprile 1919 si tenne un'assemblea d'ex combattenti, nel corso della quale parlarono Guido Bergamo, Nenni e Ferruccio Vecchi, inviato da Mussolini per controllare la manifestazione. I primi due oratori illustrarono un programma politico di sinistra e di netta intonazione antimonarchica. Inoltre, invitarono ad uscire dalla sala i combattenti socialisti e cattolici, perché non graditi.
Il gruppo dirigente del Fascio fu composto da Bergamo (PRI), Renzo Fontanesi (d’orientamento repubblicano), Nenni (PRI), Adelmo Pedrini (anarchico) e Dino Zanetti (monarchico e nazionalista). Il Fascio era nato, ma su una posizione del tutto diversa da quella mussoliniana. Per questo, alcuni giorni dopo Zanetti e un gruppo di monarchici uscirono e fondarono la Lega antibolscevica popolare, la quale avrebbe dovuto essere la sezione bolognese del Fascio.
La linea politica del Fascio bolognese, sin dall’inizio, non risultò gradita al comandante del Corpo d’armata il quale, il 18 aprile 1919, ordinò ai militari di rassegnare le dimissioni perché l’organizzazione era «antistatale». Osteggiato da Mussolini, dall’autorità militare e dal prefetto e abbandonato da Nenni, che in agosto si era trasferito a Milano, e da Bergamo, tornato a casa in Veneto, il Fascio non ebbe vita facile e si dissolse quasi subito.
Nell’estate 1919 Garibaldo Pedrini - segretario della Lega antibolscevica - riuscì a farsi nominare fiduciario, con l’incarico di riorganizzarlo e allinearlo sulla posizione di Mussolini. In quel periodo, il futuro dittatore sosteneva la necessità di dare vita ad un grande schieramento di destra, in vista delle elezioni politiche del novembre 1919. Gli iscritti al Fascio d’orientamento repubblicano e di sinistra si riorganizzarono e riuscirono a sventare la manovra di Pedrini, subito espulso con alcuni elementi di destra di recente iscrizione.
All’inizio del 1920, dal Fascio uscirono numerosi elementi di sinistra e del PRI per cui ad Arpinati - tornato a Bologna - riuscì l’operazione fallita da Pedrini. Le cose mutarono il 17 settembre 1920 quando l’Associazione di difesa sociale arruolò 300 armati per la protezione degli esponenti della lista di destra “Pace libertà lavoro”, presentata per le elezioni amministrative. Il più sollecito a rispondere all’invito dell’Associazione fu Arpinati.
Il 20 settembre 1920 le prime squadre armate fasciste fecero la loro apparizione nelle strade di Bologna. Assalirono il ristorante-bar della Borsa, in via Ugo Bassi - un locale gestito dall’Ente autonomo dei consumi e frequentato prevalentemente da socialisti - e uccisero l’operaio Guido Tibaldi. Altre spedizioni, tutte sanguinose, seguirono nei giorni successivi.
Il 10 ottobre 1920 il Fascio fu rifondato e, per questo, fu chiamato il secondo Fascio di combattimento di Bologna. Dieci giorni dopo, su proposta d’Arpinati, l’assemblea degli iscritti approvò un nuovo programma e un nuovo statuto, perfettamente allineati sulle posizioni di Mussolini.
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