Ragazza Pugile: Storia e Preparazione di un'Atleta

La storia di una ragazza pugile è spesso una storia di sogni, determinazione e superamento di ostacoli. Molte atlete trovano nel pugilato una via di fuga da realtà difficili, un modo per esprimere la propria forza e per raggiungere traguardi importanti. Questo articolo esplora le storie di alcune pugili di spicco, come Clarissa Shields, Maryan Trimiar e Irma Testa, evidenziando le loro sfide, i loro successi e la loro preparazione.

Clarissa Shields: Da Flint alle Olimpiadi

"Ho un sogno. Sono a Londra." Questo potrebbe essere il motto di Clarissa Shields, una pugile di 21 anni che ha fatto la storia diventando la prima e unica atleta, sia maschile che femminile, a vincere due ori consecutivi alle Olimpiadi. La sua storia è quella di una ragazza nata a Flint, nel Michigan, una città problematica da cui è difficile uscire vivi. Clarissa ha avuto un'infanzia segnata da difficoltà: madre tossicodipendente, padre in prigione, stupri e molestie. Fino all'età di cinque anni, non ha parlato.

All'età di undici anni, Clarissa trova la sua via d'uscita grazie allo sport: la boxe. Incontra un allenatore, Jason Crutchfield, che inizialmente esita ad allenarla. Tuttavia, si accorge presto che Clarissa ha qualcosa di speciale: è determinata, testarda e sicura di sé. Ha una grande voglia di imparare e, soprattutto, impara velocemente. Il suo soprannome è "T-Rex", da cui prende il titolo il film documentario che racconta la sua storia. Il film mostra l'ambiente difficile in cui Clarissa vive e la forza con cui riesce a rimanere concentrata sul suo obiettivo: il pugilato. Per lei, non esiste altro. O meglio, esiste il grande sogno di partecipare alle Olimpiadi di Londra 2012, dove per la prima volta viene inclusa anche la boxe femminile.

Clarissa vince tutti gli incontri, dimostrando di essere forte nonostante la giovane età. Tuttavia, durante le qualificazioni per Londra, subisce una sconfitta contro una pugile canadese. Non è abituata a perdere e il suo destino olimpico è ora nelle mani della sua avversaria. Se quest'ultima vince il prossimo incontro, anche Clarissa si qualificherà automaticamente. A complicare ulteriormente la situazione, il suo allenatore Jason non può essere con lei a bordo ring durante le qualificazioni. Al suo posto ci sono gli allenatori della squadra olimpica.

Nonostante le difficoltà, Clarissa vola spedita fino in finale, battendo tutte le migliori. Felice del sogno realizzato, spera che la medaglia d'oro possa cambiarle la vita anche dal punto di vista della notorietà e dei guadagni. Ma ben presto si rende conto che per il mondo esterno è solo "una medaglia". Gli sponsor non arrivano, non essendo interessati a una donna pugile. Quando scopre che ai suoi colleghi uomini viene dato un supporto economico che a lei non viene concesso, la questione diventa una questione di principio in quanto donna, di colore e atleta.

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Dopo la conquista dell'oro, Clarissa ottiene un temporaneo successo mediatico. Viene invitata in molte trasmissioni e quando i giornalisti le chiedono perché le piace la boxe, lei risponde sorridendo: "Perché mi piace picchiare la gente". Tuttavia, le luci si spengono presto e tutto svanisce. A un certo punto, Clarissa perde la motivazione, avendo realizzato il suo sogno. Grazie a Jason, però, capisce che può raggiungere grandi traguardi, come diventare il primo pugile a vincere due ori alle Olimpiadi, cosa che realizza a Rio 2016.

Maryan Trimiar: Lady Tyger e la Lotta per i Diritti

Maryan Trimiar, detta «Lady Tyger», non è stata la prima donna a salire sul ring, né la prima campionessa del mondo ufficiale nella storia della boxe. Tuttavia, la sua carriera pugilistica ha segnato una cesura decisiva. La sua storia è raccontata nel libro "Lady Tyger".

Maryan nasce nel Bronx, New York, negli anni Cinquanta. A dieci anni, il padre Calvin la porta per la prima volta in palestra. Lì, Maryan sente una scossa percorrerle la schiena e capisce che vuole boxare per sempre. Negli anni in cui cresce, la boxe ha il sapore del riscatto, un luogo in cui non ci si sente soli come nel resto degli Stati Uniti.

Una delle prime palestre che frequenta è la Gleason Gym, un'istituzione del pugilato newyorkese. Tuttavia, nei primi anni Settanta, Maryan si sente una seconda scelta, vedendo i suoi colleghi maschi godere di attenzioni che a lei non vengono mai riservate. Infastidita dalla discriminazione, cambia aria e trova casa nella palestra "The Gladiators" di Mickey Rosario e di Negra, sua moglie. Qui, Maryan diventa una pugile.

Maryan Trimiar ripete spesso: "Io non combatto, io faccio boxe". Il suo è un pugilato scientifico, pensato, fatto di classe e tecnica. A chi le chiede il perché della sua scelta, Lady Tyger risponde: "È il mio corpo ed è la mia vita", rivendicando il diritto di fare a pugni e il fatto che nessuno debba esprimersi sulle sue scelte.

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Il suo esordio è a 21 anni, il 4 maggio 1974. Di fronte si trova un'avversaria di ben 24 chili più pesante. Maryan vince l'incontro, ma tra il pubblico c'è chi storce il naso, considerando la boxe uno sport solo per uomini. Inizia così una lunga battaglia legale contro la New York State Athletic Commission (Nysac), che vieta il pugilato professionista alle donne nello Stato di New York.

Lady Tyger intraprende un'instancabile attività di pressione mediatica, fatta di conferenze stampa e di politicizzazione delle sue battaglie. Vuole far capire che questa non è solo una questione sportiva, ma una questione di diritti civili. Le sue rivendicazioni toccano anche questioni più complesse come l'uguaglianza salariale. Lady Tyger vuole far avere alle donne tutto quello che il professionismo garantisce agli uomini, in termini di denaro, assistenza medica e sicurezza.

Lady Tyger calca il ring dal 1974 al 1985, capendo che non basta solo boxare bene, ma occorre anche essere un personaggio e provocare, al fine di creare hype, per far parlare di sé e convincere l'opinione pubblica della discriminazione che sta vivendo sulla sua pelle. Lady Tyger ha combattuto sempre contro l'idea che le donne non dovessero praticare professionalmente il pugilato, sfidando i grandi manager del pugilato che l'hanno sempre osteggiata, impauriti da una donna capace di alzare la testa e rivendicare non solo i diritti, ma anche i sogni.

Irma Testa: La Prima Pugile Italiana alle Olimpiadi

Irma Testa è stata la prima pugile italiana della storia ad aver partecipato ai Giochi Olimpici, quelli di Rio de Janeiro del 2016, quando aveva appena diciannove anni. Il peso piuma classe 1997 ha vinto una medaglia d'oro, due medaglie d'argento e tre di bronzo agli Europei femminili. Il suo successo e il suo primato nel pugilato femminile hanno contribuito al suo successo mediatico, rendendola indiscutibilmente la pugile più seguita dal pubblico in Italia.

Per Irma, però, l'esordio olimpico è stata una grossa delusione, venendo eliminata dalla pugile francese Estelle Mossely. Una caduta molto pesante, al punto da portarla a una pausa di riflessione in cui è arrivata addirittura contemplare di smettere definitivamente con il pugilato.

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La cronaca di quei mesi che vanno dalle fasi precedenti a Rio fino al momento di crisi personale sono state raccolte in un docufilm dal titolo "Butterfly", in cui Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman ci mostrano la pugile dentro e fuori dal ring. Il film permette di dare un volto alle persone che ricorrono nelle interviste a Irma, in particolare il maestro Lucio Zurlo e il responsabile del centro Nazionale Federale di Assisi, Emanuele Renzini.

La storia di Irma Testa assomiglia a quella di un romanzo di formazione che racconta di una ragazza che, in assenza di altro, nel pugilato ha trovato quasi tutto, anche al di fuori dello sport. Irma si allena al Centro Nazionale Federale di Pugilato di Assisi in vista dei tornei di qualificazione per le Olimpiadi. Nonostante l'incertezza sulle prossime Olimpiadi, Irma non ha mai smesso di allenarsi.

Il suo cammino verso Tokyo è stato interrotto durante il torneo di qualificazione a Londra nel marzo del 2020, un'interruzione che è stata fatta dopo una sua vittoria importante contro Sandra Brügger e il conseguente accesso agli ottavi del torneo. Per fortuna, il torneo è congelato e Irma riprenderà da dove ha interrotto, ripartendo dagli ottavi e affrontando la sua avversaria prevista dal tabellone.

Dopo la sconfitta alle Olimpiadi di Rio 2016, Irma ha pensato di prendersi una pausa, per un momento pensando pure di tornare a Torre Annunziata. Quella è una sconfitta che l'ha segnata moltissimo. Essendo molto giovane, le conseguenze di una sconfitta insieme a ciò che provi e a ciò che puoi fare dopo sono diverse rispetto a come le affronterebbe adesso che è più matura. A quella sconfitta non ci ripensa tutti i giorni e non spesso, ma quando ci ripenso mi dà la carica giusta, mi fa pensare che non vuole rivivere un momento del genere. Se dovesse ricapitare di perdere ad un torneo così importante come è successo a Rio l'affronterebbe in maniera diversa.

Oltre alla pressione psicologica della situazione in sé, derivante dal fatto che era giovanissima e la prima donna pugile italiana a partecipare alle Olimpiadi, c'era anche la difficoltà di competere in una categoria di peso (pesi leggeri 57-60 kg) che non era esattamente quella a cui era abituata. Ha combattuto a 60 kg fino a Rio perché era l'unica categoria olimpica dopo i 51 kg, che al contrario era troppo poco per lei. Quando due anni fa il CIO ha deciso di inserire anche la categoria da 57 kg a Tokyo, ha cambiato di nuovo. Ma alla fine a Rio era piccola, e pensa che dovesse andare così. Quella sconfitta è stata una manna dal cielo perché in qualche modo l'ha cambiata in meglio.

Il maestro è un ruolo molto presente nel mondo della boxe. Irma chiama Lucio Zurlo "maestro", ma mi sembra un rapporto ancora diverso rispetto a quello che si ha con l'allenatore di una squadra. Quando ha conosciuto il "Maestro", il pugilato e le basi del combattimento non sono state le prima cose che le ha insegnato. La prima cosa che ha fatto è stato toglierla da una situazione difficile, quindi darle un hobby che non fosse quello di stare in strada con persone che prendono scorciatoie. E poi le ha insegnato i valori della vita, il rispetto per le persone, a mangiare bene. Le ha insegnato a parlare l'italiano, perché non sapeva parlarlo. Solo dopo si è concentrato ad essere un maestro di pugilato. Le ha insegnato la tecnica, a combattere, a metterci il cuore e la grinta. È un maestro di vita, come un saggio che ti accompagna nel tuo percorso di vita. Per qualsiasi problema, per qualsiasi cosa lei chiama il "Maestro".

Da quando è arrivata al Centro Nazionale Federale di Pugilato di Assisi il suo allenatore è diventato Emanuele Renzini. A quindici anni si è trasferita ad Assisi. Qui ha conosciuto Renzini che ha preso il posto del "Maestro" Zurlo in tutto, non solo come maestro di pugilato. Il loro non è solo un rapporto professionale.

Da un punto di vista tecnico, l'aspetto che le diverte di più è "fregare" l'avversaria. Si tratta di una sfida fra due teste e vince chi "frega" l'altra. Mentre ti muovi e fai lo sforzo fisico c'è tutto un aspetto mentale dietro per capire come fare a prendere in contropiede l'avversaria. Il suo punto di forza è la velocità e la capacità di non prendere colpi. In combattimento, quando prende un pugno non riattacca subito, soprattutto perché dopo un colpo l'avversario si aspetta sempre una reazione. Quindi la risposta sarebbe inefficace e prevedibile. Si riassesta un attimo, cerca di mettermi in posizione e di rifare l'azione da capo. E cerca di anticipare lei.

La sua situazione contrattuale è abbastanza privilegiata dato che fa parte del corpo della Polizia di Stato. Viene stipendiata dalla Polizia e il suo unico lavoro è allenarsi. Se è in caserma a Roma si allena in palestra. Se è in Nazionale anche. Di solito si allena due volte al giorno, a parte quando è in ferie e va a Torre Annunziata e quindi si allena solo una volta. La sua chiamata in Polizia è arrivata quando aveva diciassette anni, dopo aver vinto le Olimpiadi giovanili. Così sia l'Esercito che la Polizia si erano interessati a lei, avevano visto che aveva del potenziale. Grazie allo sport è possibile crearsi un futuro, crearsi un lavoro e questo chiaramente ti incentiva da piccolo a fare sport. Il contratto per lei come atleta è lo stesso di una poliziotta quindi se resta incinta ha diritto alla maternità.

Irma ha dichiarato di essere stata meno tempo in strada, sin da ragazzina, grazie alla boxe, al contrario di molte ragazze sue coetanee che come un'unica alternativa hanno avuto la maternità, spesso molto presto. Lo sport può dare una prospettiva alle ragazze che magari non provengono da famiglie abbienti.

Sfide e Pregiudizi nel Pugilato Femminile

Le donne con i guantoni hanno attraversato una strada lunga e senza rettilinei. La prima è stata Maria Moroni, che nel 1999 si era dovuta tesserare prima in Croazia e poi in America perché in Italia le chiamavano ancora pugilesse per deriderle. Lo stato italiano avrebbe riconosciuto la boxe femminile con un decreto ministeriale del 4 aprile 2001.

Una donna pugile, spiegava Maria Moroni, viene invece immaginata greve e brutale. Non bisogna cadere nello stereotipo che la boxe faccia male alla donna, che la peggiori nei modi, che le faccia togliere la sua grazia e la sua femminilità. Non bisogna far cadere i tabù e i luoghi comuni.

Imane Kaabour, antropologa, pugile dilettante, istruttrice sul ring, ha scritto nella sua tesi di laurea che “il pugilato femminile si è rivelato uno strumento di emancipazione e anche un mezzo per portare alla luce un diverso orientamento sessuale. Ci sono ancora molte sfide da affrontare e traguardi da raggiungere. C’è bisogno di una educazione al femminile dentro le palestre di pugilato che vada oltre il maschilismo di cui sono impregnate, rispetto al quale non è sufficiente statuire la semplice parità di diritto tra femmine e maschi. In Italia vige un forte paternalismo e le donne nelle palestre sono considerate alla stregua dei maschi con cattiva coscienza, oppure pugili di seconda categoria. Il pugilato per me, e per tante altre, è vita e famiglia, una passione nonché una valvola di sfogo, un modo di ribellarsi alle avversità trovando maggiore solidità, solidarietà ed autostima. Spesso nelle palestre di boxe si trovano donne con trascorsi famigliari devastanti, le quali cercano di trovare un proprio equilibrio psico-fisico perché hanno subìto violenze fisiche e psicologiche da parte di mariti, fidanzati, fratelli, padri e che si ribellano alla violenza e alla condizione di sottomissione in cui sono state relegate. Attraverso la mia esperienza pugilistica ho trovato il coraggio di guardarmi e riconoscermi come essere umano in continua evoluzione e non semplicemente come “donna”, “immigrata”, “italiana”, “marocchina”, “straniera”, e così via.

Quando nel dicembre del 1993 la federazione internazionale autorizzò per la prima volta i combattimenti tra donne, Gianna Schelotto sosteneva che questa “ventata di novità” era “il solito equivoco sull’eguaglianza e sulla parità fra l’uomo e la donna. Come se filtrasse un sottile e subdolo messaggio: se la volete, questa parità, prendetevela in tutti campi, anche i più rischiosi. La donna non ha bisogno di scontrarsi con un’altra donna per mostrare la propria forza.

Francesca Neri: «Amo lo sport perché in molti casi ha abbattuto distinzioni fittizie tra uomo e donna. Non tutte le femmine sono Biancaneve». Deborah Compagnoni: «Non credo sia un bello spettacolo vedere due donne che si picchiano: a me, come spettatrice, darebbe fastidio». Diana Bianchedi: «Mi piace l’idea. La boxe non è così diversa dalla scherma, dove conta l’aggressività ma anche l’intelligenza, la tattica, la freddezza». Carla Fracci: «Una stortura della morale femminile, una manifestazione del cattivo gusto». Laura Biagiotti: «Farsi del male per vincere apparteneva a epoche passate, quelle in cui le donne venivano trascinate per i capelli dagli uomini primitivi. Il pugilato come il culturismo snatura il corpo femminile per il quale nel ‘500 erano stati fatti degli studi sulle misure auree».

L'Importanza dello Sport per le Donne

Quasi un secolo dopo Zauli, secondo l’ultimo dossier Istat-CONI, le donne che fanno sport in modo continuativo sono il 29.3%, sebbene dispongano mediamente di 55 minuti in meno di tempo libero al giorno rispetto agli uomini. Sono le italiane che hanno scavalcato gli uomini negli sport considerati fino a poco fa solo maschili, la boxe appunto o anche il rugby, nel quale la Nazionale femminile è la numero 7 al mondo.

Lo sport, e il pugilato in particolare, può offrire alle donne una via di fuga da situazioni difficili, un modo per esprimere la propria forza e per raggiungere traguardi importanti. Lo sport può dare una prospettiva alle ragazze che magari non provengono da famiglie abbienti, offrendo loro un futuro e un lavoro.

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