Chiesa di Santa Maria della Nova: Storia, Arte e Devozione

La chiesa di Santa Maria della Nova, situata lungo le pendici della lama omonima nei pressi di Ostuni, è un sito di grande importanza storica e religiosa. Originariamente una chiesetta rurale lungo la via consolare borbonica, oggi è quasi inglobata nel tessuto abitativo della periferia ostunese. La sua storia è un intreccio di elementi architettonici, artistici e devozionali che ne fanno un luogo unico nel suo genere.

Origini e Architettura

La chiesa si è sviluppata su un complesso in grotta, un tempo frequentato da monaci di rito greco. La facciata, risalente a circa cinquecento anni fa, presenta un impaginato che non ha subito alterazioni nel tempo. Si apre lateralmente con due monofore e centralmente con un portale ogivale, sovrastato da un rosone e una monofora. Il coronamento è formato da una teoria di archetti trilobati, su cui si erge un agile campanile a vela a due fornici.

L'interno della chiesa, con orientamento NO-SE, ha una pianta rettangolare e un soffitto a volta ogivale. Le pareti laterali, originariamente interamente affrescate, sono in parte scavate nella roccia e in parte costituite da muratura in elevazione composta di conci di calcarenite di disomogenea sedimentazione. Sulla parete opposta all'ingresso, ai lati di un altare barocco, si trovano due porte che conducono all'ipogeo attraverso una zona di disimpegno.

L'Ipogeo e i suoi Affreschi

L'ipogeo è una grotta di origine carsica lunga circa venti metri, larga circa tre metri e alta circa tre metri. La grotta è più larga all'imboccatura e si restringe verso il fondo, mantenendo un orientamento omogeneo all'edificio antistante. Il pavimento è ricoperto di ocra argillosa, tipica delle colline ostunesi, mentre la volta è di forma triangolare, in parte ingrandita a colpi di piccone. Le acque calcarifere hanno arrotondato gli spigoli sporgenti e creato piccole festoni stalattitici.

Le pareti della grotta erano un tempo decorate con affreschi, di cui oggi restano solo alcune tracce. Uno degli affreschi meglio conservati raffigura Gesù Cristo in atto di benedire, con la Vergine a destra e San Giovanni Battista a sinistra. Il Redentore regge con la sinistra il libro degli Evangeli, sul quale si legge l'iscrizione "EGO SUM LUX MUNDI QUI SEQUITUR ME NON AMBULAT IN TENEBRIS". Altri affreschi raffigurano un Crocifisso con due figure ai lati e un'effigie della Vergine.

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La più antica testimonianza pittorica della grotta è una Croce, che emerge al di sotto di uno strato pittorico raffigurante una santa non più identificabile. Questo simbolo cristologico presenta bracci con nodi rimarcati da perle debolmente ombreggiate, terminazioni trilobate e appendici vegetali che si snodano dalla base. Tali decorazioni naturalistiche inducono a identificare questa Croce con l'Albero della Vita, un motivo allusivo di Cristo diffuso in età paleocristiana e bizantina, ovvero un segno di consacrazione del luogo di culto. Si ritiene che la Croce risalga alla seconda metà del XIII secolo.

A breve distanza di tempo, la Croce fu occultata da un nuovo rivestimento pittorico con le immagini di due sante, dipinte da un medesimo artefice. Entrambe le figure sono accompagnate da iscrizioni esegetiche, purtroppo poco leggibili. Il Cristo alla colonna, in riquadro rosso con fondo blu e giallo, è un soggetto del tutto sconosciuto nel repertorio figurativo delle chiese rupestri pugliesi e pare piuttosto tardo. Il dipinto più distante dall'ingresso della grotta raffigura una Crocifissione, proposta a una notevole altezza dal piano di calpestio. Il Cristo emerge con forte drammaticità, affiancato dalla Madonna e da San Giovanni evangelista.

La Madonna Nikopeia e gli Interventi di Restauro

Sulla parete sinistra della grotta, su una nicchia sovrastante un altare, si trova la Madonna Nikopeia, "Colei che conduce alla vittoria", raffigurata secondo la diffusa iconografia bizantina. La parte superiore del dipinto è venuta alla luce nel corso della campagna di restauro condotta da Jolanda Mayer nel 1997, mentre l'altra metà è stata liberata durante la successiva fase d'interventi conservativi, realizzati nel 2003 dalla restauratrice milanese Paola Centurini. La Madonna, assisa in trono e con un'aureola perlinata, indossa un maphorion azzurro.

Nel 1761, il cappellano Antonio Taberini fece realizzare l'altare in pietra gentile in stile rococò. Nello stesso periodo, il vescovo Francesco Antonio Scoppa (1747-82) fece erigere nella grotta, innanzi l'affresco della Nikopeia, un altare contenente il suo stemma, spostato nel 2003, per il restauro dello stesso affresco, sulla parete interposta ai due accessi. L'intrapresa dello Scoppa era sostitutiva del medievale ciborio o baldacchino in pietra realizzato dal capomastro Maraldo, come riportato da un'epigrafe greca incisa su una delle tegole pertinenti al complesso.

Gli Affreschi della Chiesa e San Bernardino da Siena

Sulla parete sinistra della chiesa si sussegue una serie di affreschi, i primi due dei quali sono emersi durante i lavori di restauro condotti nel 2003. Il primo soggetto rappresenta un Santo francescano, individuabile dal saio color grigio. Accostato a tale riquadro, sullo stesso strato pittorico, appare una Madonna con Bambino, dipinto deturpato dalla perdita di ampi brani e dei volti delle due figure. Il dipinto successivo, emerso durante i lavori di restauro condotti nel 1997, rappresenta Santa Maria della Nova, identificata dall'iscrizione a lettere capitali ai lati dell'aureola.

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La figura di San Bernardino da Siena (1380-1444) giganteggia in un pannello verticale, sviluppato sul lato sinistro della porta che introduce nella dimora del romito. Il ductus, semplice e modesto dell'ignoto pittore si evince non solo nei rapporti sbilanciati del busto con la parte inferiore del corpo ma, anche, nei panneggi del saio, riuniti in gruppi di tre pieghe. Il volto, asciutto e allungato, è percorso da innumerevoli rughe, più sottili sulla fronte e intorno agli occhi, profondamente marcate intorno al mento e alle labbra; maggiore naturalezza rivela il trattamento dei cappelli, raccolti dietro alle orecchie in ciocche canute, abilmente tratteggiate.

Devozione e Festività

La chiesa della Madonna della Nova è la più antica dedicata alla Vergine tra quelle ancora oggi esistenti in Ostuni. In essa si svolgevano le sette feste in onore di Maria, oltre quella della Domenica in Albis, in cui la chiesa locale veniva a salutare la madre di Dio con il titolo di Theotokos. Nella prima domenica dopo Pasqua, un intenso pellegrinaggio si dirige verso la chiesa, testimoniando la profonda devozione popolare verso la Madonna della Nova.

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