A ottant'anni dalla sua nascita, Smokin' Joe Frazier rimane una figura iconica nella storia della boxe e dello sport. Nato in una famiglia povera di mezzadri del South Carolina, la sua infanzia difficile lo ha temprato rapidamente. Frazier è diventato una stella inaspettata, un pugile che ha incarnato la tenacia e la forza di volontà.
Come ogni afroamericano dell'epoca, Frazier era un grande ammiratore di Joe Louis, il cui duello sul ring con Max Schmeling simboleggiava la lotta tra democrazia e nazismo. Nel mondo del pugilato, Frazier era come un calabrone: nessuno si aspettava che diventasse campione dei pesi massimi, ma lui lo ha fatto. Con un'altezza di 182 cm, era considerato basso per gli standard dei pesi massimi, ma è arrivato come un uragano per dominare tutti, incluso Muhammad Ali.
Dalle Olimpiadi alla Rivalità con Alì: Un Percorso di Sacrificio e Determinazione
Dopo aver vinto la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Tokyo nel 1964 con una mano rotta, Frazier, a differenza di Alì, non ha trovato ricchi contratti e promotori al suo ritorno in patria. Invece, ha dovuto affrontare il silenzio e la povertà. Tuttavia, la sua tenacia e la fortuna gli hanno permesso di avere la sua occasione.
Fisicamente, Frazier non era all'altezza di altri pesi massimi, ma compensava questa mancanza con un'intensità, una resistenza e uno sprezzo del pericolo quasi disumani. Queste qualità, unite a un gioco di tronco e un gancio sinistro incredibili, lo hanno reso un avversario temibile sul ring. Ma dentro, Joe è rimasto sempre un ragazzo di campagna semplice e spontaneo, con un'umanità senza filtri.
L'Eroe di Philadelphia e l'Antitesi di Alì: Un Campione Controverso
Questi elementi hanno contribuito a rendere Frazier un eroe per molti, soprattutto a Philadelphia, la città che lo ha adottato e dove Sylvester Stallone ha plasmato il personaggio di Rocky Balboa. La semplicità di Frazier contrastava con la complessità di Muhammad Alì, un alfiere del fronte progressista che ha subito arresti, esilio e ostracismo.
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Frazier, contro la sua stessa volontà, è diventato il campione dell'America conservatrice, spesso razzista. Alcuni giornali si sono chiesti se fosse "un campione bianco dalla pelle nera". Molti tifosi di Frazier non tifavano per lui, ma contro Alì, come avevano fatto in precedenza con Floyd Patterson, Jerry Quarry e Ernie Terrell.
Una Rivalità Epica: Rispetto, Affetto e Violenza sul Ring
Una vera rivalità non può prescindere dal rapporto tra i due protagonisti. Il rapporto tra Frazier e Alì era complesso e stratificato, fatto di rispetto e affetto, ma sempre pronto a esplodere violentemente. Frazier era un aggressore sul ring, che tagliava la strada a ogni avversario, mentre Alì era un maestro di tattica e di danza ritmica con il jab.
Il "Match del Secolo" del 1971 è stato vinto da Frazier con una prestazione culminata in un gancio sinistro che ha atterrato il suo rivale. Alì si è rifatto nel secondo match, vinto ai punti, prima della "Thrilla in Manila" del 1° ottobre 1975, un incontro che ancora oggi fa venire i brividi solo a nominarlo.
Thrilla in Manila: Un Duello Brutale e un Tradimento Profondo
Mai si era visto due pugili distruggersi a vicenda in modo così brutale su un ring. Il tempo dell'amicizia era finito. Frazier, che aveva aiutato Alì durante il suo esilio e aveva perorato la sua causa alla Casa Bianca persino di fronte a Nixon, si sentiva tradito dal "trash talking" del suo avversario, che lo aveva definito "Zio Tom", "gorilla", "ignorante" e "amico dei bianchi".
In quel forno, nessuno sa come sia stato possibile che nessuno dei due abbia perso la vita. Mentre l'America era impantanata nel Vietnam, la boxe celebrava la sua divisione. Frazier combatteva quasi cieco da due round, dopo essersi scagliato di tutto contro Alì. Alla fine, è stato fermato al 14° round dal suo allenatore, Eddie Futch, l'unica persona in grado di fermarlo. Frazier aveva dentro di sé qualcosa che neppure Alì conosceva. Dopo quell'incontro, né lui né Alì sono stati più gli stessi.
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Frazier ha descritto quel momento come il più vicino alla morte che avesse mai provato. Pur non avendo il bagaglio culturale e dialettico di Alì, Frazier trasmetteva costantemente un senso dell'onore, con il suo rialzarsi sempre, che nessuno poteva ignorare.
L'Eredità di una Rivalità Indimenticabile
Dopo la loro, ci sono state altre rivalità e altre trilogie, come quelle tra Roberto Duran e Sugar Ray Leonard, Micky Ward e Arturo Gatti, e più recentemente Canelo contro Golovkin. Ma nessuna è riuscita a dividere il mondo come quella tra Frazier e Alì, in quegli anni '70 in cui la contestazione era al culmine e la politica e lo sport erano intrecciati in modo inestricabile.
Smokin' Joe Frazier è morto nel 2011, povero ma non dimenticato. La sua rivalità con Alì ha cambiato la storia della boxe e dello sport. L'unico metro di paragone può essere l'altro sport più violento di sempre: il tennis, dove i duelli tra John McEnroe e Bjorn Borg, tra Andre Agassi e Pete Sampras, tra la Navratilova e la Evert hanno assunto una dimensione mitologica.
La rivalità tra Roger Federer e Rafa Nadal, invece, è stata più una diade, un esaltarsi a vicenda, un celebrare lo sport come momento di comunione tra due anime nate diverse ma diventate una cosa sola. Qualcosa di molto diverso dalla rivalità tra Cristiano Ronaldo e Leo Messi, simboli di una nuova concezione di calciatore, atleti-azienda, diversi come il giorno dalla notte, ma accomunati da una dimensione mediatica titanica che neppure ora, negli anni del tramonto, li abbandona.
La Genuinità Perduta e l'Artificio delle Rivalità Moderne
Non vi è traccia ormai oggi di quella genuinità dentro e fuori dal campo che contrappose due assi come Wilt Chamberlain e Bill Russell, oppure ancora più nettamente Larry Bird e Magic Johnson. La rivalità piace e fa vendere, ma quella tra Joe e Alì, nata per convenienza, è diventata viscerale. Oggi, invece, è un artificio a tavolino, noioso nella sua prevedibilità, come si vede nella MMA, con falsi insulti e false risse al momento del peso, buffonate da circo.
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Senza Muhammad Alì, Joe Frazier non sarebbe mai diventato per tutti l'uomo più coraggioso visto su un ring. Ma senza di lui, Alì non sarebbe stato capace di dimostrare al mondo tutta una serie di qualità, fino a quel momento oscurate dalle sue parole e dalla sua narrazione.
Joe, capace di andare ben oltre le proprie teoriche possibilità, guerriero mai domo che si rialzò per sei volte contro un carro armato umano come Big George Foreman, è stato l'altra metà della boxe della Golden Age, quando i pugili non erano influencer e gli influencer non facevano i pugili. Lo chiamavano Smokin' Joe perché dicevano che i suoi pugni sprigionavano fumo, e a misurare la pesantezza del suo gancio sinistro fu, tra gli altri, lo stesso Muhammad Alì.
La Carriera di Joe Frazier: Dalla Povertà al Riconoscimento Mondiale
Frazier è stato uno dei più forti pesi massimi di tutti i tempi. Figlio di un raccoglitore di cotone in una piantagione della Carolina del Sud, si trasferì a Philadelphia a 17 anni per intraprendere la carriera pugilistica. Campione olimpico a Tokyo nel 1964, passò professionista e i primi successi (ottenuti quasi tutti per ko) lo proiettarono immediatamente in una aspra rivalità con Cassius Clay - Muhammad Alì.
Nell'immaginario degli appassionati, se Clay era il rivoluzionario, il contestatore, il campione anti-sistema, Frazier era l'integrato, il "bravo nero" per cui facevano il tifo anche i bianchi. Tre anni dopo ebbe luogo la rivincita, e Alì si impose ancora ai punti, dopo 12 round. Frazier incocciò nell'altro grande peso massimo di quegli anni - George Foreman - proprio nel suo momento migliore, finendo sconfitto in due round.
Il bilancio della sua carriera parla comunque di 37 incontri complessivi, con 32 vittorie (27 prima del limite), 4 sconfitte e 1 pareggio. Per tre anni (1967, 1970 e 1971) fu proclamato "pugile dell'anno" dalla rivista Ring Magazine.
Muhammad Alì: Più che un Pugile, un Icona Culturale e Politica
Muhammad Ali è stato molto più di un pugile: è diventato un'icona culturale e politica. La sua figura ha contribuito ad accelerare l'esito di molte battaglie, a cominciare da quella contro la discriminazione dei neri. La sua immagine ha contribuito ad accelerare l'esito di molte battaglie, a cominciare da quella contro la discriminazione dei neri, che lui subiva in prima persona nella natia Louisville, Kentucky, nel più profondo Sud razzista e segregazionista: "Avevo appena vinto una medaglia d'oro alle Olimpiadi (Roma 1960, ndr) per gli Stati Uniti, ma quando tornai a Louisville venivo ancora trattato da 'negro'. C'erano ristoranti in cui non venivo servito".
Uno stigma presso una buona fetta della società bianca americana che lui si è scrollato di dosso, guadagnandosi rispetto e simpatia con la fatica, vittoria dopo vittoria, show dopo show. Ma fu l'Islam 'politico' e nazionalista la chiave di volta della sua 'liberazione' personale, la fucina nella quale forgiò la sua autostima di personaggio pubblico e la sua personalità: la Nation of Islam, il movimento fondato nel 1930 che univa il nazionalismo afroamericano a una dottrina religiosa non completamente ortodossa, affondando le radici nell'Africa pre-schiavista e pre-coloniale, in aperta opposizione alla religione dei "bianchi".
Diventò amico di Malcolm X, uno dei leader più influenti del movimento. Per un periodo ne seguì la strada: in dissenso con Martin Luther King, Malcolm X predicava che il fine della lotta non fosse l'integrazione nella società dei bianchi, ma "l'indipendenza" attraverso un'identità 'separata', fondata su integrità e 'superiorità morale'. "Sotto la tutela di Malcolm, ha conquistato il palcoscenico mondiale, diventando simbolo di orgoglio e indipendenza neri. Senza il leader politico, non sarebbe diventato 're del mondo'", hanno scritto due storici in un libro sul rapporto tra i due ("Blood Brothers").
Quando Malcolm X venne assassinato nel 1965, Muhammad Ali era già un'icona e il suo prestigio politico aumentò nel 1967, con il rifiuto di arruolarsi per la guerra in Vietnam, che ne fecero un esempio per tanti giovani americani: una scelta pagata di persona con la revoca del titolo mondiale dei pesi massimi e una condanna a 5 anni di carcere, che in realtà non scontò mai dietro le sbarre, ma con un esilio forzato di 3 anni e mezzo dal ring: "Non ho niente contro i Vietcong. Nessun Vietcong mi ha mai detto 'negro'".
"Ha costruito un ponte fra Africa e afroamericani", ha riconosciuto oggi in un omaggio il governo di Kinshasa. E non importa se allora cedette alle lusinghe del dittatore Mobutu: "l'incidente di percorso" scomparve non solo di fronte allo spettacolo che offrì sul quadrato, ma anche per lo spirito della lotta di liberazione dei neri d'America che aveva portato con sé nella loro patria atavica. Una scivolata inoltre ampiamente compensata dal suo successivo rapporto con Nelson Mandela. E molti oggi suggeriscono l'idea che senza di lui forse Barack Obama non sarebbe mai diventato presidente degli Stati Uniti.
Da strumento di lotta politica, l'Islam penetrò nel profondo di Ali. Nel 1975 si convertì al Sunnismo - l'Islam ortodosso - e infine, nel 2005, allo spiritualismo sufista, coronando un percorso spirituale divenuto sempre più interiore, complice anche il silenzio impostogli dal Parkinson. Di recente aveva dichiarato: "Io sono musulmano e non c'è nulla di islamico nell'uccidere persone innocenti a Parigi o a San Bernardino.
L'Arte della Comunicazione di Muhammad Alì: Parole che Hanno Cambiato il Mondo
Muhammed Ali era un grande comunicatore, qualcuno che sapeva usare le parole forse anche meglio dei pugni. Un uomo da cui lasciarsi ispirare, anche da chi non è mai stato un appassionato di pugilato. Ciò che conta è come interpreta se stesso nel ruolo di sportivo e le qualità che mostra di possedere, non solo come atleta ma, soprattutto come uomo.
C'è qualcosa che induce a parlare di lui al presente, anche se non c'è più: ed è il fatto che i suoi gesti e le sue parole sono rimasti impressi. Basterebbe questo per dimostrare come il potere della comunicazione stia tutto qui, nel ricordo di un uomo che ha compiuto gesti e pronunciato discorsi che sono sopravvissuti a lui stesso e pronunciato parole capaci di sopravvivergli.
Cassius Clay o, dopo la sua conversione all'Islam, Muhammad Ali, aveva una grande dote: la capacità di sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d'onda delle persone che voleva contattare. Le catturava, le arpionava e le teneva legate a sé. Una caratteristica che gli ha consentito di portare avanti rivendicazioni per i diritti dei neri, contro il razzismo e la guerra e molto altro, con grande efficacia e pervasività.
Gli Insegnamenti di Muhammad Alì: Ispirazione per la Vita
- Non lasciarsi abbattere dalle avversità: Cassius Clay non si è fatto piegare né dalla malattia, né dall'ostracismo, né dalla cultura dominante la società bianca americana, in tempi in cui il razzismo uccideva le persone. La sua straordinaria presenza fisica e il suo coraggio, i suoi occhi e i suoi gesti, eloquenti, indimenticabili, ci insegnano che quando si ha una forte convinzione si è capaci di arrivare a chiunque, anche attraverso i silenzi e la sofferenza.
- La forza delle parole, la forza della comunicazione: Le parole possono colpire più di un pugno ben assestato. La parola arriva a ciascuno nel tempo giusto, come una freccia su un tronco d'albero che attende impaziente di essere raccolta e utilizzata. Le parole vanno usate bene, perché possono creare e distruggere.
- La rapidità del pensiero e delle azioni: Ali ci insegna a essere sincronizzati con il nostro momento, a usare il tempo come la nostra arma segreta. Non fatelo passare invano e coraggiosamente parlate, non ve ne pentirete.
- Rompete gli schemi, siate spavaldi: Se non siete disposti a rompere gli schemi non diventerete mai grandi comunicatori. Per innovare bisogna cambiare il modo in cui tradizionalmente si fanno le cose.
- Ridimensionate l'avversario: Una buona stima di sé produrrà il medesimo effetto. Il vostro interlocutore lo sentirà e anche senza utilizzare colpi "bassi" vi metterà in una situazione di vantaggio.
- Andate oltre i vostri limiti: Sia che si tratti di limiti personali o di limiti oggettivi, è importante non considerarli come un muro invalicabile. Non fatevi impressionare!
- Usate le parole nel loro significato simbolico: Se dovete far passare un messaggio non siate timidi né parchi: usate le parole più precise che conoscete, fate in modo di essere compresi.
- Coniugare leggerezza e ed efficacia: La violenza deve restare stabilmente fuori dalla vostra comunicazione. Siate pungenti come l'ape, ma non dimenticate che l'ape dopo aver punto, muore.
- Portate oltre voi stessi la vostra visione: E' la ripetizione delle affermazioni che ti porta a crederci. E quella credenza si trasforma poi in una convinzione profonda e le cose poi cominciano ad accadere.
La Morte di un Leggenda e l'Eredità di un Campione
Muhammad Ali, celebre ex pugile americano considerato come uno degli sportivi più famosi di sempre, è morto quando in Italia erano circa le sei del mattino di sabato 4 giugno. Ali era stato ricoverato giovedì scorso in un ospedale di Phoenix, in Arizona, per dei problemi respiratori. All'inizio i medici avevano definito non particolarmente preoccupanti le sue condizioni, che però sono peggiorate rapidamente venerdì.
La morte sarebbe stata causata da uno shock settico collegato a cause naturali non ancora specificate. Ali era affetto dal morbo di Parkinson, che gli era stato diagnosticato nel 1984, ed era stato ricoverato in ospedale più volte negli ultimi anni: l'ultima nel gennaio 2015 per una grave infezione alle vie urinarie. La sua ultima apparizione in pubblico era stata il 9 aprile scorso ad un evento di beneficenza a Phoenix, dove era sembrato molto indebolito.
I funerali si tennero venerdì 10 giugno nella sua città natale, Louisville, e vennero celebrati in forma privata.
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