Mezzo secolo fa, un evento si incise nella storia dell'umanità. Una storia di sport, ma con Muhammad Ali, tutto assume dimensioni epiche, geopolitiche e mistiche. Ali fu un precursore e un simbolo di globalizzazione.
La potenza devastante di George Foreman
George Foreman, un pugile di potenza apocalittica, è destinato a passare alla storia per la sua sconfitta contro Ali, più che per la sua furia devastante. Bastava un suo colpo per annientare l'avversario. Ancora oggi, a 75 anni, Foreman può catapultare lontano chi gli tiene il sacco, pesante il doppio del normale.
"Sferrava colpi che non credevo possibili in un essere umano", scrisse Muhammad Ali nella sua autobiografia.
L'ascesa al titolo mondiale
Nel 1973, a Kingston, in Jamaica, Foreman divenne campione del mondo contro Joe Frazier. "Smokin' Joe" aveva paura di Foreman, e si vedeva. Frazier crollò sei volte in meno di due round, e Foreman lo supplicò di rimanere a terra per non ucciderlo. Anni dopo, Frazier ricordò quell'incubo con umorismo: "George mi trattò come uno yo-yo". Un uppercut di Foreman fece staccare il corpo di Frazier da terra, facendolo volare e rovinare penosamente.
Un anno dopo, a Caracas, Ken Norton subì la stessa sorte. Tutti i pugili temevano di affrontare Foreman, per paura di essere uccisi.
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"Rumble in the Jungle": la disfatta contro Ali
Prima dell'incontro con Ali a Kinshasa, il suo team sembrava diretto a un funerale. Ali li spronò: "Perché siete così tristi? Di cosa avete paura?". Tutti ricordavano le parole di uno sparring partner di Ali: "Foreman non ha un colpo migliore. Ha il pugno ovunque, e ovunque colpisca, storpi".
Alle Olimpiadi di Città del Messico, Foreman, ancora dilettante, affrontò l'italiano Giorgio Bambini, che al primo diretto si buttò a terra per la paura.
Mobutu, il capo supremo dello Zaire, assistette all'incontro, ordinando di imprigionare dei criminali nei sotterranei dello stadio e di ucciderne cento, per poi liberare gli altri, affinché raccontassero l'orrore visto. Kinshasa divenne più sicura del Principato di Monaco.
Il grido ufficiale degli zairesi era "Ali boma ye" (Ali uccidilo). L'organizzazione dell'evento vide tra i protagonisti Don King, un ex criminale riciclatosi impresario pugilistico. King organizzò anche un festival musicale internazionale con artisti come James Brown e Myriam Makeba.
Alle 4 del mattino, ora locale, il mondo assistette a una lezione di scienza e strategia pugilistica. Ali dimostrò di essere qualcosa di più di un pugile, un'entità proiettata nell'eternità. In mezz'ora, il "Rumble in the Jungle" entrò nella storia.
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La gioventù difficile e la redenzione
George Foreman crebbe in Texas, con un padre non biologico. A 12 anni aveva già subito 40 arresti. Si mise all'angolo della strada a chiedere il pizzo. "Non gli servono armi, è lui l'arma", spiegò il fratello.
Nel 1977, dopo un pessimo incontro con Jimmy Young, Foreman sentì delle voci: "È Dio che mi sta chiamando, devo cambiare vita". Forse era solo disidratazione, ma Foreman cambiò vita, donò i suoi beni, divenne predicatore e riempì la sua chiesa.
L'epico incontro con Ron Lyle
L'incontro con Ron Lyle nel 1976 fu memorabile. Lyle, ex marine ed ex galeotto, non aveva paura di Foreman. Si pestarono come due colossi, scambiandosi atterramenti. Alla fine, Foreman prevalse, sfondando la faccia e il torace di Lyle.
Foreman si allenava con un sacco da 3 quintali, tenuto da Dick Sadler, che ad ogni colpo di Foreman rimbalzava da terra.
Il ritorno sul ring e la rinascita
Foreman divenne un uomo d'affari, lanciando la "George Foreman Grill", vendendone oltre 100 milioni. Ma la boxe era nel suo sangue. Nel 1987 tornò sul ring e nel 1994, a quasi 46 anni, riconquistò il titolo contro Michael Moorer. Era obeso e lento, ma il suo pugno era sempre devastante.
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Si dice che Tyson evitò sempre di affrontarlo. Foreman lo sfidava, ma Tyson non rispose.
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