Storia del Pugilato Ungherese: Dai Primi Anni al Controverso Caso Khelif

Introduzione

La storia del pugilato ungherese è ricca e complessa, intrecciandosi con eventi storici, successi olimpici e, più recentemente, controversie di genere nello sport. Questo articolo esplora le tappe fondamentali di questa disciplina in Ungheria, dai suoi albori ai giorni nostri, con un focus particolare sul caso di Imane Khelif e le sue implicazioni etiche e sportive.

Le Origini del Pugilato e la "Nobile Arte"

Le prime notizie sulla pratica del pugilato risalgono alla seconda metà del XVII secolo. Agli inizi del Settecento, l’inglese J. Figg affiancò all’insegnamento della scherma, nella sua scuola, quello del pugilato, intesi entrambi come tecniche della "nobile arte dell'autodifesa" (da cui la definizione di "nobile arte" riservata da allora al pugilato). Figg diede al pugilato le sue prime norme, sulla cui base si disputò nel 1719 il primo titolo inglese, che divenne poi anche mondiale, data l’assoluta supremazia britannica, allora, in questo sport.

Dalle Regole di Queensberry ai Campioni del Mondo

Modifiche e perfezionamenti rispetto alle regole di Figg avvennero nel 1743, nel 1838 e 1853. L’ultimo campione mondiale di pugilato a pugni nudi fu lo statunitense J.L. Sullivan, che fu anche il primo campione mondiale di pugilato con i guantoni (1889). Questi ultimi furono introdotti dal marchese di Queensberry, che, dopo la proibizione dei combattimenti pugilistici decretata dal governo inglese nel 1886, studiò il modo di salvare uno sport per il quale nutriva enorme passione. Suggerì quindi di rivestire il pugno con un’apposita imbottitura, divise i combattimenti in assalti (riprese) di tre minuti ciascuno, con intervalli di un minuto, e stabilì che se il pugile caduto non si fosse rialzato entro 10 secondi sarebbe stato dichiarato perdente per knock out: sostanzialmente le regole tuttora vigenti, salvo talune successive modifiche, soprattutto sul numero di riprese prestabilito.

L'Età d'Oro del Pugilato e i Campioni Indimenticabili

I colpi classici del knock out, al mento, al fegato ecc., erano pressoché sconosciuti e prima di tali variazioni l’intento dei contendenti era quello di indebolire gradatamente l’avversario e costringerlo alla resa. I primi combattimenti con guantoni si disputavano a oltranza, proibiti solo nel 1900, quando venne stabilito un limite massimo di 20 riprese. Fino alla prima metà del 19° sec. i combattenti non percepivano, di norma, alcun compenso. Lo spettacolo si svolgeva, anzi, di nascosto, alla presenza di un numero limitato di appassionati. Il pugile scommetteva sulla sua stessa vittoria o, più spesso, aveva una specie di finanziatore che accettava scommesse e che lo ricompensava, in caso di vittoria, con una percentuale più o meno adeguata.

Nei primi decenni del Novecento le pagine più significative della storia del pugilato furono legate alla conquista del titolo dei pesi massimi, il più prestigioso. Nel 1908 lo statunitense J. Johnson fu il primo pugile di colore campione del mondo. Il primo, vero protagonista della storia del pugilato fu comunque lo statunitense J. Dempsey, detentore del titolo dal 1919 al 1926. Qualche anno più tardi, il 29 giugno 1933, l’italiano P. Carnera affrontò il campione in carica, lo statunitense J. Sharkey, sconfiggendolo per k.o. alla sesta ripresa. Conservò il titolo fino all’anno successivo quando fu sconfitto dal tedesco M. Baer. Nel 1937 il titolo fu vinto dall’afroamericano J. Louis, che lo conservò per 12 anni, difendendolo vittoriosamente per 25 volte; si ritirò imbattuto nel 1949. Tra i suoi successori si mise particolarmente in luce l’italo-americano R. Marciano, che nella sua carriera non conobbe sconfitte (49 incontri, 43 vittorie per k.o. e 6 ai punti). Anche Marciano abbandonò volontariamente, nel 1956, il titolo vinto nel 1952. Nel 1960 l’afroamericano F. Patterson fu il primo a riconquistare il titolo dopo averlo perduto.

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Laszlo Papp e il Dominio Ungherese

Tra i più grandi pugili dilettanti di ogni tempo vanno ricordati almeno l’inglese H. Mallin, imbattuto nei circa 300 combattimenti disputati e per due volte campione olimpico (1920, 1924), l’ungherese L. Papp e il cubano T. Stevenson. L'ungherese Laszlo Papp, in particolare, rimane una figura leggendaria nel pugilato dilettantistico, conquistando tre medaglie d'oro olimpiche consecutive, un'impresa che sottolinea l'eccellenza del pugilato ungherese a livello internazionale.

Il Pugilato Professionistico e le Sue Sfide

Gli anni 1960 e 1970 furono dominati dalla carismatica figura di C. Clay, che, tra il 1964 e il 1978, conquistò il titolo per 3 volte, incontrando tutti i migliori pugili della sua epoca: da S. Liston a J. Frazier, da G. Foreman a L. Spinks. Con l’avvento di Clay, atleta dalla fortissima personalità e dall’innato senso dello spettacolo, e con la crescente diffusione del mezzo televisivo, capace di portare nelle case le immagini dei grandi incontri, il pugilato si avviò a divenire un fenomeno televisivo di grande richiamo, in grado di attirare l’attenzione di numerosi sponsor e di movimentare ingenti quantità di denaro. Tale tendenza proseguì nel corso degli anni 1980, che videro, dopo il definitivo abbandono di Clay (1979), dapprima l’ascesa di L. Holmes e, poi, la prepotente affermazione di M. Tyson. Nel corso degli anni 1990 le figure dei grandi campioni sono progressivamente scomparse, tanto in Europa quanto in America. A livello professionistico nella categoria dei pesi massimi si è messo in evidenza lo statunitense E. Holyfield, che ha via via battuto avversari come J. Douglas, G. Foreman, L. Holmes e Tyson (per due volte); ha però perso il titolo di campione mondiale contro il britannico L. Lewis.

A partire dagli anni 1970 e, ancora più, dagli anni 1980 la credibilità del pugilato professionistico è stata minata dalla caotica situazione venutasi a creare a seguito della proliferazione degli enti mondiali preposti all’organizzazione dell’attività pugilistica. In seno al WBC (World boxing council), fondato nel 1963, una scissione dava vita, nel 1968, alla WBA (World boxing association). Nel 1984 nacque l’IBF (International boxing federation), nel 1988, la WBO (World boxing organization) e, all’inizio degli anni 1990, la WBU (World boxing union). In Europa esiste un unico ente continentale (European boxing union), al quale aderiscono tutte le nazioni che praticano il pugilato professionistico. L’Italia ha un’unica federazione (Federazione pugilistica italiana, con sede in Roma, fondata nel 1916), che presiede ai due settori. Nel marzo 2001 tale federazione ha accettato il pugilato femminile a livello agonistico, dal 2002 anche per le professioniste. Le atlete indossano il casco protettivo e una speciale protezione per il seno. L’attività internazionale è regolamentata dagli stessi enti che governano il pugilato maschile. Agli incontri validi per i campionati nazionali, europei e mondiali si disputano sulla distanza delle 12 riprese. Il quadrato (ring) sul quale ha luogo l’incontro, delimitato da corde tese da pali, deve avere una lunghezza massima di 6,10 m e minima di 4,90 m. Perché siano ritenuti regolari, i colpi debbono essere portati con i guantoni ben chiusi e con la parte imbottita di essi, e vibrati sulla parte anteriore e sulle parti laterali della testa e del tronco, al di sopra della cintura, e cioè al di sopra della linea orizzontale che unisce le estremità superiori delle ossa iliache. Ogni infrazione deve essere prontamente repressa dall’arbitro e influirà comunque sulla valutazione del punteggio. Per ogni ripresa devono essere assegnati 10 punti (professionisti) o 20 punti (dilettanti) al pugile che è risultato superiore; mentre all’avversario, tranne giudizio di parità, sarà assegnato un punteggio inferiore, in misura variabile da 1 a 3 punti (professionisti) o da 1 a 4 punti (dilettanti). Se un pugile va a terra per colpo regolare, l’arbitro inizierà il conteggio da 1 a 10 con l’intervallo di un secondo tra ciascun numero e indicherà con le dita i secondi contati, in modo che il pugile ne abbia in ogni caso conoscenza. Se al 10 il pugile non sarà tornato in piedi per riprendere l’incontro, si avrà la sua sconfitta per k.o. Un incontro di pugilato può concludersi - oltre che con la vittoria ai punti di uno dei pugili o con un verdetto di parità - per abbandono di uno dei pugili; per ‘getto della spugna’, cioè di un asciugamano da parte dei secondi del pugile, che equivale a un ritiro dalla gara; per arresto del combattimento da parte dell’arbitro per manifesta inferiorità di uno dei contendenti (k.o. tecnico); per ferita; per squalifica.

Il Caso Khelif e le Polemiche sul Genere nello Sport

Il percorso olimpico di Imane Khelif a Parigi 2024 va avanti dopo l'incontro vinto contro Angela Carini, preceduto e seguito dalle polemiche per i livelli di testosterone dell'atleta africana. L'algerina ha battuto l'ungherese Anna Luca Hamori nei quarti di finale della categoria 66 kg. Così è arrivata in semifinale (gioca martedì 6 agosto) e si è assicurata almeno il bronzo, perché ne vengono assegnati due alle Olimpiadi.

Il caso di Imane Khelif ha sollevato un acceso dibattito sull'idoneità delle atlete con iperandrogenismo a competere nelle categorie femminili. Khelif, nata a Tiaret, in Algeria, il 2 maggio 1999, è stata squalificata dall’IBA (International Boxing Association) per livelli eccessivi di testosterone e presenza di cromosomi maschili insieme alla pugile taiwanese Lin Yu-ting ai Mondiali 2023 a Nuova Delhi. Parallelamente si è sviluppato il dibattito pubblico e mediatico, esploso in un baleno e in tutto il mondo subito dopo l’incontro-lampo contro l’italiana Angela Carini.

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La Reazione Internazionale e il Supporto del CIO

Il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) ha denunciato la "caccia alle streghe" scatenata per aver deciso di consentire alle due atlete (escluse dai Mondiali dall’IBA, l’International Boxing Association), di competere come donne ai Giochi parigini. Mark Adams, portavoce del CIO, ha smentito i detrattori che accusavano il CIO di aver manipolato le regole, e ha ribadito che “l’organizzazione è completamente a suo agio con le regole utilizzate per le Olimpiadi di Rio 2016 e Tokyo 2020 (…) tutte le competitrici che partecipano ai Giochi seguono e rispettano le regole di eleggibilità”. La Khalif e la Yu-Ting “boxano da anni nelle categorie femminili. Lo hanno fatto anche ai Giochi di Tokyo (…) sono assolutamente idonee, sono donne sul loro passaporto, gareggiano da molti anni. In realtà penso che non sia utile iniziare a stigmatizzare le persone che praticano questo sport. Penso che tutti noi abbiamo la responsabilità di mitigare questa situazione e non trasformarla in una sorta di caccia alle streghe”.

La Controversia Etica e Genetica

Imane, suo malgrado, è nel cuore di una feroce controversia che riguarda sia l’aspetto etico e genetico, sia quello delle regole dello sport. Proprio per questo, il Cio ha denunciato la “caccia alle streghe” scatenata per aver deciso di consentire alle due atlete (escluse dai Mondiali dall’Iba, l’International Boxing Association), di competere come donne ai Giochi parigini. Thomas Bach, presidente del CIO, ha dichiarato di aver incontrato Giorgia Meloni, ribadendo che “la Khalif e la taiwanese Lin Yu-Ting sono donne a tutti gli effetti”.

La Difesa di Khelif e la Richiesta di Rispetto

Imane Khelif ha espresso il suo dolore per le polemiche, affermando: “Basta col bullismo, ha conseguenze devastanti. La mia famiglia a casa è preoccupata, in Algeria. La sento due volte a settimana, spero non siano troppo profondamente feriti da tutto questo. Vincere l’oro sarebbe la mia miglior risposta. Rivolgo un appello a tutte le persone del mondo: rispettate i principi dei Giochi, quelli contenuti nella carta olimpica. Rifiutate il bullismo su ogni atleta, perché ha conseguenze pesanti”.

La Posizione dell'IBA e le Accuse di Vantaggi Competitivi

L’IBA, dal canto suo, ha annunciato nella giornata di sabato 3 agosto un premio in denaro per la pugile italiana Angela Carini, il suo allenatore e la federazione italiana, che poco più di una settimana fa ha lasciato l’IBA per diventare membro della World Boxing. ‘‘Per noi’’ ha dichiarato l’IBA, ‘‘è come se avesse vinto l’oro’’. Dall’Italia è arrivato il rifiuto del premio da parte di Carini e della Federboxe.

L’IBA ha motivato la squalifica di Khelif e Lin Yu-ting affermando che i test hanno “indicato con certezza che entrambe le atlete non soddisfacevano i necessari criteri di idoneità e sono risultate in possesso di vantaggi competitivi rispetto alle altre concorrenti femminili”. Tuttavia, la natura specifica di questi test e i criteri di idoneità non sono stati resi pubblici, alimentando ulteriori controversie.

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L'Impatto della Tecnologia e le Sfide Future

L'attuale aggressione contro queste due atlete si basa interamente su questa decisione arbitraria, presa senza alcuna procedura adeguata, soprattutto considerando che gareggiavano ad alti livelli da molti anni. (…) Il CIO si impegna a proteggere i diritti umani di tutti gli atleti che partecipano ai Giochi Olimpici (…) Il CIO è addolorato per gli abusi che le due atlete stanno attualmente subendo.

Il Framework del CIO e la Questione del Fair Play

Bisogna perciò partire dall'assenza di prove per sostenere che le due atlete non siano donne cisgender (ossia in cui sesso assegnato alla nascita e identità di genere coincidono), come riscontrato anche dal Times e da BBC Sport, e dalla natura speculativa o intenzionalmente denigratoria delle voci circolanti.

L'attuale modello di competizione sportiva, basato su rigide categorie di genere, si trova sempre più in difficoltà di fronte alla complessità della biologia umana. Come notava già Darwin ne L’Origine dell’uomo e riporta Elena Casetta in Filosofia della biologia il confine tra i caratteri sessuali è sfumato, è complicato stabilire quali siano caratteri primari e quali secondari o terziari, e spesso caratteri considerati maschili o caratteri considerati femminili sono presenti nello stesso individuo in gradi e numeri diversi. Rendere una realtà complessa diventa complicato tenendo come principio fondante di organizzazione il binarismo perfetto.

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