Il pugilato, in Italia, affonda le sue radici in un passato ricco di storia e passione, diventando un fenomeno nazionalpopolare agli inizi del '900 e continuando a evolversi nel corso del secolo. Questo articolo esplora le origini, i momenti salienti e le figure emblematiche che hanno plasmato il pugilato professionistico italiano, analizzando il suo impatto sociale, politico e culturale.
Le origini del pugilato: dall'antichità ai primi del '900
Le radici del pugilato affondano nell'antichità, con incontri descritti nell'Iliade e nell'Eneide, dove i combattenti si proteggevano le mani con lacci di cuoio rinforzati. Già nel 668 a.C. il pugilato entrò a far parte del programma olimpico, ma senza categorie di peso, rendendolo una disciplina per atleti di taglia notevole.
Nella Roma antica, il combattimento terminava con la resa o con gravi ferite, accettate come conseguenza della superiorità tecnica e atletica. Solo nel 1719 nacque a Londra una scuola moderna di pugilato, con James Figg che si autoproclamò campione di boxe. Figg concepì il pugilato come uno sport dove era più importante difendersi che attaccare. Lo stesso Figg fu il primo a definire il pugilato noble art. Figg può essere ricordato come il padre della boxe, che con la propria opera diffuse le esibizioni di pugilato e la sua iniziativa rese possibile l'apertura di molti altri anfiteatri in Inghilterra. Il pugilato ebbe un grande successo sia per il numero di praticanti che per il numero di sostenitori, tanto che l'Inghilterra fu il primo paese al mondo in cui nacque la figura del pugile professionista.
Nel 1743, Jack Broughton propose un codice di regole, includendo un ring delimitato da corde, la presenza di secondi e un arbitro, oltre a colpi vietati e la sospensione dell'incontro per 30 secondi in caso di atterramento. Successivamente, Benjamin Brain introdusse metodi scientifici di combattimento, focalizzandosi sulla strategia piuttosto che sulla sola forza.
Nel 1867, il marchese di Queensberry introdusse regole fondamentali per il pugilato moderno: l'uso di guantoni, round di tre minuti, il conteggio dei 10 secondi per il KO e la divisione in categorie di peso (leggeri, medi e massimi).
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Il pugilato si diffuse rapidamente negli Stati Uniti, tanto che nel 1882 l'americano John Lawrence Sullivan vinse il campionato del mondo dei pesi massimi. Questo evento spostò il centro d'interesse della boxe mondiale dall'Inghilterra all'America.
Il pugilato in Italia nei primi anni del '900: dalla nascita della FPI all'era fascista
Il pugilato si diffuse in Italia nei primi anni del secolo scorso, portando alla creazione della Federazione Pugilistica Italiana (FPI) nel 1916 a San Remo, con Goldsmith come Presidente e Lomazzi come vice Presidente. Nel 1920 si tennero i primi campionati italiani e la sede nazionale fu trasferita da Milano a Roma nel 1929.
Con l'ascesa al potere di Benito Mussolini, il pugilato divenne un mezzo di propaganda per il regime fascista, esaltando le gesta di uomini pronti a sovrastare l'avversario. Uno sport che esalta le gesta di uomini pronti, fisicamente e mentalmente, a sovrastare l’avversario: lo strumento perfetto per inebriare il popolo con retoriche muscolari. Al di là degli usi strumentali, il pugilato, insieme al ciclismo eroico, ha rappresentato un’autentica passione nazionalpopolare per milioni di italiani agli inizi del ‘900.
In questo periodo, il pugilato, insieme al ciclismo eroico, rappresentò una passione nazionalpopolare per milioni di italiani, regalando emozioni indimenticabili.
Figure emblematiche del pugilato italiano: da Primo Carnera a Nino Benvenuti
Nel 1933, Primo Carnera divenne un simbolo mondiale, rimanendo campione del mondo per un anno e conquistando la simpatia di molti. Carnera era un pugile imponente con i suo 115 kg di peso e 2,05 m di altezza, allo stesso tempo velocissimo e con un'ottima tecnica.
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Un'altra figura iconica è Nino Benvenuti, scomparso all’età di 87 anni, uno dei più grandi atleti italiani di sempre, simbolo di un’epoca d’oro del pugilato. Nato a Isola d’Istria il 26 aprile 1938, in un territorio allora italiano e oggi sloveno, Giovanni Benvenuti - questo il suo nome all’anagrafe - visse un’infanzia segnata dallo sfollamento e dall’esodo forzato che lo portò con la famiglia a trasferirsi a Trieste. Nel 1960, ai Giochi Olimpici di Roma, conquistò l’oro nella categoria dei pesi welter, sconfiggendo in finale il sovietico Jurij Radonjak. Il passaggio al professionismo, avvenuto nel 1961, segnò l’inizio di una carriera costellata di trionfi. In pochi anni vinse decine di incontri, conquistando il titolo italiano dei pesi medi e, successivamente, quello mondiale dei superwelter nel 1965. Proprio in quell’anno nacque una delle rivalità più accese della storia del pugilato italiano: quella con Sandro Mazzinghi. Il suo momento più alto arrivò il 17 aprile 1967, quando al Madison Square Garden di New York sconfisse Emile Griffith, conquistando i titoli mondiali WBA e WBC dei pesi medi. Fu il primo italiano a riuscirci. Con Griffith, Benvenuti disputò una storica trilogia: perse il secondo incontro, combattendo con una costola rotta, ma si impose nel terzo, ancora a New York. Nel 1970, ormai verso il tramonto della sua carriera, salì sul ring contro un altro mito: l’argentino Carlos Monzon. Ma l’età e la freschezza dell’avversario giocarono a sfavore di Benvenuti, che uscì sconfitto sia a Roma che, in modo ancor più netto, a Montecarlo. Nel corso della sua carriera, Nino Benvenuti ha collezionato 120 vittorie e una sola sconfitta da dilettante, mentre tra i professionisti ha combattuto 90 incontri, con 82 vittorie, 7 sconfitte e 1 pari. Amava definirsi “un bambino forte che pensa di avere il mondo sempre in pugno”. Una frase che riassume perfettamente la sua personalità combattiva e al tempo stesso sognatrice.
La sua scomparsa ha suscitato numerosi messaggi di cordoglio e di riconoscimento da parte del mondo politico e sportivo italiano. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha voluto ricordarlo sottolineando il suo straordinario valore umano oltre che sportivo: un campione legato profondamente alle sue radici istriane e testimone della tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Dal mondo della boxe sono giunti ricordi toccanti. Francesco Damiani, ex campione del mondo dei pesi massimi, ha espresso dolore per una perdita che lascia un vuoto profondo nella disciplina. Patrizio Oliva, oro olimpico a Mosca 1980, lo ha descritto come il proprio faro, colui che gli aveva indicato la via con uno stile inconfondibile. Oliva ha ricordato l’inizio della loro amicizia, nata quando Benvenuti vide combattere per la prima volta il giovanissimo Oliva, riconoscendogli un talento simile al proprio. Il campione napoletano ha sottolineato quanto Benvenuti abbia dato prestigio al pugilato italiano, contribuendo con eleganza e passione a far conoscere questo sport anche a chi non lo seguiva abitualmente. Anche Roberto Cammarelle, oro olimpico a Pechino 2008, ha ricordato l’influenza positiva esercitata da Benvenuti sulle nuove generazioni di pugili. Ha rievocato in particolare la sua presenza durante le Olimpiadi cinesi, quando commentò la vittoria di Cammarelle per la Rai. Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, ha voluto celebrare Nino Benvenuti come “icona senza tempo” e “campione straordinario”. Il presidente della Federazione Pugilistica Italiana, Flavio D’Ambrosi, ha parlato di Benvenuti come di un uomo che ha saputo rappresentare l’intera Italia pugilistica con stile e orgoglio, contribuendo a ispirare intere generazioni.
Roma 1960 e Mosca 1980: le Olimpiadi che hanno segnato la storia del pugilato italiano
Roma 1960 rappresentò uno spartiacque storico per l'Italia, con tre medaglie d'oro, tre d'argento e una di bronzo nel pugilato. Atleti come Franco De Piccoli, Franco Musso, Carmelo Bossi e Nino Benvenuti rappresentarono la generazione d'oro della boxe tricolore. Quelle olimpiadi hanno rappresentato uno storico spartiacque, politico ed economico, per l’Italia che si apprestava ad assorbire lo straordinario boom economico. La tv fa breccia nelle case, certo non di tutti, andando a rendere ancora più speciale l’evento che detiene il record come prima manifestazione olimpica trasmessa in chiaro.
Anche le Olimpiadi di Mosca 1980, boicottate dagli americani, videro il trionfo di Patrizio Oliva, medaglia d'oro nei superleggeri. Una storia di bivi la sua, di strade da brividi percorse a tutta velocità. Seguendo le gesta del fratello Mario, il giovane Patrizio, sfugge alla delinquenza e alla morte conquistando i ring di una boxe dilettantistica che lo vede protagonista, fino a coronare il sogno dell’oro di Mosca ’80. La morte del fratello Ciro, gli stenti e i sacrifici di una vita lo accompagnano fino alla svolta della sua carriera. Patrizio diventa professionista e con una pennellata, l’ennesima, dipinge uno schizzo indelebile sulla preziosa tela della sua carriera: il mondiale WBA dei super-leggeri. Quella sera allo stadio Louis II di Monaco, Oliva sconfigge l’argentino Sacco.
La scuola pugilistica italiana: cuore, coraggio e resilienza
La tradizione della boxe dilettantistica italiana ha regalato tante storie fatte di sacrificio e talento. Come quelle di Paolo Vidoz, Roberto Cammarelle, l’inossidabile Tatanka Clemente Russo e Domenico Valentino. Tutti questi grandi campioni rappresentano a pieno le caratteristiche della scuola pugilistica italiana promosse dalla FPI. Una scuola che si erge a faro-guida dal punto di vista tecnico, presidiata da maestri portatori sani di un’idea di boxe basata sul cuore, sul coraggio e sulla resilienza. I pugili italiani, anche i più pesanti, ballano sulle punte. Il diktat è quello di esprimere un pugilato pulito e puntiglioso sui rientri e sulle schivate. Il pugile italiano è per antonomasia un pugile tecnico, preciso, ficcante e con un gran cuore.
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La scuola italiana è diventata una delle più importanti al mondo grazie al lavoro di immensi maestri. Il mestiere del maestro, attenzione non di allenatore, è molto simile a quello di un genitore. Far crescere i propri ragazzi tecnicamente, sì, ma anche e soprattutto umanamente, è il focus per maestri come Francesco Damiani o il leggendario Natalino Rea, a capo della spedizione italiana di Roma 1960.
Pugilato e società: inclusione sociale e parità di genere
La Società operaia maschile bolognese - che nell’atto vantava di “avere come presidente onorario perpetuo il generale Giuseppe Garibaldi” - l’ha fondata il 12 maggio del 1901 come sua “Sezione Ginnastica”, nell’allora via Barbaziana, nel cuore del capoluogo emiliano. In un momento storico in cui lo sport si riteneva appannaggio delle élite, i fondatori volevano aprire le attività ginniche alla partecipazione popolare, che lo sport diventasse patrimonio di tutti. Inclusione sociale e parità di genere come valori già all’inizio del ‘900.
La svolta arrivò nel 1906 quando la società sportiva si emanciperà da quella operaia, senza il venir meno dell’impegno civile e sociale, che anzi ne uscirà rafforzato. Ancora pionieri del cambiamento, i soci fondarono la “Sezione Femminile”, anche questa «prima in Italia».
Oggi, la Sempre Avanti! continua a promuovere l'inclusione sociale attraverso progetti in collaborazione con servizi sociali, comuni e carceri minorili, offrendo opportunità di recupero e reintegro a ragazzi in difficoltà.
Il pugilato oggi: tra competizioni internazionali e nuove generazioni
Nonostante negli anni passati ciascuna organizzazione adottasse proprie categorie di peso, dal 1987 le categorie professionistiche sono state fissate a 17, dai pesi paglia fino ai pesi massimi. In Europa l'ente organizzatore (EBU) è unico.
Oggi, il pugilato italiano continua a vivere attraverso le imprese di atleti come Michael “Lone Wolf” Magnesi, che difende il titolo mondiale Silver Wbc dei pesi superpiuma, e Nicholas Esposito, campione italiano dei pesi welter, pronto per sfide internazionali.
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