L'Arte Americana del Pugilato e la Definizione di Arma Bianca

L'articolo esplora il concetto di arti marziali, la loro storia, le diverse discipline e la loro relazione con la difesa personale. Si sofferma inoltre sulla figura del pugile americano Muhammad Ali, analizzandone le capacità comunicative e l'impatto sociale.

Introduzione

Il mondo delle arti marziali è vasto e complesso, ricco di storia, filosofia e tecniche di combattimento. Comprendere le diverse discipline, le loro origini e i loro principi fondamentali è essenziale per apprezzarne il valore e l'efficacia, sia come strumenti di difesa personale che come vie per la crescita personale.

Arti Marziali: Una Definizione

Le arti marziali comprendono un ampio numero di discipline di combattimento e autodifesa, prevalentemente di origine orientale. Si ritiene, infatti, che le arti marziali, intese come sistema di studio delle tecniche belliche e allenamento del corpo, siano nate tra l'India e la Cina e si siano di qui diffuse in altre regioni dell'Asia. Notizie documentate sulle discipline marziali in Cina trapelano dalle descrizioni delle prime guerre tribali, al tempo del leggendario Imperatore Giallo (2697-2597 a.C.). Nel periodo della dinastia Zhou (11° secolo-221 a.C.), le tecniche a mani nude e il tiro con l'arco furono catalogati tra le discipline da guerra, accanto all'utilizzo dei carri trainati da cavalli. Guardando con attenzione alle testimonianze risalenti ai primi periodi della storia cinese documentata, si nota già un'importante distinzione tra le arti marziali e la lotta comune. Tale distinzione non riguarda il campo di applicazione o le tecniche usate, quanto piuttosto lo scopo a cui esse sono rivolte; le arti marziali, infatti, erano considerate come facenti parte di un sistema globale di educazione non solo militare, avente per scopo finale la trasformazione radicale dell'allievo. Per questa ragione, in tutte le diverse culture in cui si sono poi sviluppate, le arti marziali sono state sempre considerate uno strumento di crescita morale e spirituale, con una concezione non dissimile dall'ideale di atleta nella Grecia antica o dai codici cavallereschi del nostro Medioevo.

Discipline Marziali: Un Panorama

Aikido

Due sono i concetti che regolano l'aikido: l'unione dell'energia individuale con l'energia dell'universo e il senso dell'equilibrio. Per unione delle due energie (ki), individuale e cosmica, si deve intendere uno stile di vita in totale sintonia con sé stessi, con gli uomini e la natura, ovvero secondo i principi supremi del buddhismo e del taoismo. Secondo il suo fondatore Morihei Ueshiba (1883-1969), la vera forza del budo (nella tradizione millenaria delle arti marziali la 'via del combattimento') è l'amore spirituale. Quindi, lo scopo ultimo non è vincere l'avversario, ma arrivare a una completa realizzazione individuale (satori), sentirsi in armonia con l'Universo e promuovere questa consapevolezza negli altri. Sulla base di questi principi Ueshiba, dopo una lunga formazione in altre arti marziali come il ju jitsu della scuola Kito, il kenjutsu (arte della spada), il daitoryu aikijujutsu e il kendo, e dopo aver cercato conforto e sostegno spirituale nell'Omoto-kyo ‒ una setta religiosa shinto che considera Dio "come lo spirito che pervade tutto l'universo e l'uomo il suo ministro che governa il cielo e la terra" ‒ ha codificato, verosimilmente nel 1925, un'arte marziale basata esclusivamente sulla difesa, dove si controlla la forza dell'avversario attraverso i movimenti e i principi dell'energia individuale e cosmica. Così è nato l'aikido (ai "unione"; ki "energia"; do "via", quindi "la via per conseguire l'unione dell'energia"), oggi guidato a livello mondiale dal figlio di Ueshiba, Moriteru, erede del ruolo per linea dinastica. Tra i maestri più importanti a livello internazionale sono da ricordare il defunto Morihiro Saito, che apprese l'aikido proprio a Iwama, nel villaggio in cui Ueshiba si era ritirato, e fu caposcuola dello stile dell'Iwama ryu, ovvero la versione più tradizionale e fedele a quella codificata dal fondatore. Gli altri stili più diffusi sono lo yoshinkan aikido del maestro Gozo Shioda, il shinshin toitsu aikido di Koichi Tohei, il tomiki aikido di Kenji Tomiki e lo yoseikan aikido di Minoru Mochizuki. In Italia, il massimo esponente dell'Iwama ryu è Paolo Nicola Corallini, presidente e direttore tecnico dell'Iwama ryu Italy, e dal 1994 consulente tecnico nazionale per l'aikido della FIJLKAM (Federazione italiana judo, lotta, karate, arti marziali), aderente al CONI. Contrariamente alle altre arti marziali, nell'aikido non si applicano tecniche di pugno o di calcio, ma solo leve e proiezioni che, sfruttando la forza dell'avversario, mirano a neutralizzarlo. L'annientamento delle intenzioni bellicose dell'aggressore avviene attraverso movimenti circolari, repentini cambi di direzione e dolorosissime pressioni sui punti vitali (atemi) poiché, per eseguire correttamente le tecniche di aikido, a un attacco portato con forza non si deve rispondere con altrettanta potenza fisica, ma occorre applicare il potere dell'energia interna concentrata nel centro vitale: l'hara (che fisicamente coincide con il tanden, punto situato tre dita sotto l'ombelico). La difficoltà maggiore di quest'arte risiede non nell'eseguire le tecniche con la pur necessaria coordinazione tra braccia e gambe, ma nel muovere gli arti sbilanciando l'avversario con la propria energia interna. Le tecniche sono composte da immobilizzazioni (katame-waza) e proiezioni (nage-waza), da prese ai polsi, alle braccia, alle spalle o in qualsiasi altra parte del corpo e vengono eseguite tramite diverse azioni variamente finalizzate (irimi e tenkan, ossia, genericamente, entrata e uscita), che si avvalgono di tipi di spostamento differenti (per es. tai-no shintai, camminare normalmente, taisabaki, movimento circolare e rotatorio). Gli stessi principi e azioni vengono poi applicati anche ad attacchi portati con armi, come coltelli (tanto), bastoni (jo) e spade (ken). Fra le centinaia di tecniche di proiezione, una particolare è quella che agisce sulle articolazioni (soprattutto spalle, braccia, polsi e mani), sollevando da terra l'avversario e lanciandolo ad alcuni metri di distanza. Queste tecniche seguono soprattutto linee circolari, perché con i movimenti rotatori si riesce meglio ad annullare la forza d'attacco dell'avversario. Sfruttando l'energia interna, i migliori maestri riescono a proiettare l'aggressore con pochissimo sforzo fisico. Le proiezioni, che fanno parte del bagaglio tecnico anche di altre arti marziali come il judo, il ju jitsu e il kung-fu, sono tecniche particolarmente indicate per la difesa personale, ma l'automatismo del movimento e quindi l'efficacia dell'azione non sono immediati e richiedono diversi anni d'allenamento. Da ricordare anche gli irimi (spostamenti con entrata), che mirano a prendere il controllo del baricentro dell'avversario. Queste tecniche agiscono fisicamente al di là degli arti superiori e lo scambio energetico avviene sull'asse principale. Così, oltre a favorire la presa di coscienza del centro dell'energia vitale, la mobilità interna contribuisce a far diminuire le tensioni di tutta la struttura psicosomatica. Per eseguire correttamente una proiezione occorre poi tenere presente che la situazione è in ogni istante in imprevedibile evoluzione.

Capoeira

La capoeira è una disciplina nata e sviluppata durante il periodo della schiavitù in Brasile. È una danza rituale, un gioco e al tempo stesso un'arte marziale caratterizzata dall'uso funambolico dei calci. La nascita non è databile con precisione perché, dopo il 1888, quando nelle colonie portoghesi fu abolita la schiavitù, l'amministrazione coloniale distrusse tutti i documenti relativi al periodo precedente, specialmente quelli che riguardavano le pratiche schiavistiche. Le teorie sul significato del nome sono varie: capoeira in portoghese vuole dire "pollaio", mentre nell'idioma amerindio delle popolazioni Tupi Guarani indica un bosco di basso ramaggio; altri autori sostengono invece che il termine derivi dalla parola kipura, che nel dialetto africano kikongo significa "svolazzare", ma anche "combattere", se riferito ai galli da combattimento. Incerte sono anche le origini, che una delle teorie più accreditate collega a un rito iniziatico africano per gli adolescenti che si accingevano a entrare nella società degli adulti. Al fine di dare pubblica prova di forza fisica e astuzia che ne attestasse l'entrata nella virilità, i ragazzi si esibivano davanti alla comunità scalciando e compiendo movimenti acrobatici zoomorfi alla maniera di una zebra, da cui il nome di 'danza della zebra' attribuito al rito. In Brasile, dove le navi degli schiavisti, provenienti dall'Angola, approdavano direttamente sulla costa del Nord-Est, nel porto di Salvador de Bahia, le comunità africane crearono questo gioco a due (dove entrambi i contendenti erano chiamati a dimostrare la propria abilità fisica e tattica), fondendo gli antichi riti guerrieri, i canti e le danze tribali con lo spirito di ribellione che nasceva dalla situazione coercitiva. Tale forma di autodifesa e di lotta si arricchì di tecniche più elaborate quando, verso la fine del 1600, gruppi di schiavi fuggiti dalle piantagioni si rifugiarono sulle montagne dando vita a villaggi autonomi multietnici, detti quilombos. La capoeira fu associata alla rivolta degli schiavi e dunque valutata pericolosa per l'ordine pubblico; per questo motivo la sua pratica fu vietata fino al 1888. Intorno al 1930 fu legalizzata e si fece conoscere come patrimonio folcloristico brasiliano. A tale riguardo va soprattutto ricordato il notevole apporto di due grandi maestri: Bimba (Manuel dos Reis Machado) e Pastinha (Vicente Joaquim Ferreira Pastinha). La capoeira è un gioco che nasce dalla lotta, mimetizzata sotto forma di danza per ragioni di sopravvivenza che imponevano segretezza, un gioco di astuzia e abilità, dove l'agilità non è tutto. Nata dalla ribellione verso una condizione di sfruttamento e sottomissione, si è sviluppata in una società estremamente violenta. Proprio per questo è intrisa di valori lontanissimi da logiche di intrattenimento. Nella cultura della capoeira è presente una forte spinta alla competizione e al tempo stesso il giusto riconoscimento verso chi si è battuto con coraggio e lealtà. La capoeira può essere praticata ovunque, su qualsiasi superficie, più o meno liscia o dura, all'interno di una struttura sportiva polivalente oppure in vere e proprie 'accademie'. L'abbigliamento è bianco (il colore tradizionale) ma è possibile incontrare scuole che adottano altri colori. L'attività si svolge al ritmo di musica con un rituale preciso, all'interno di una roda (ruota o cerchio) formata da un insieme di persone sedute in circolo per delimitare lo spazio di azione dei lottatori. Nel perimetro della roda trova posto una batteria musicale composta da tre birimbao centrali (viola, medio, gunga) che determinano il ritmo; all'estrema destra del trio vi sono vari tipi di strumenti a percussione: pandeiro, agogò, reco-reco. All'estrema sinistra altri pandeiro e congas (originariamente atabaque). In questa batteria il birimbao viene considerato uno strumento sacro: solitamente è il suonatore del birimbao centrale a intonare il canto (ladainha) che dà inizio alla lotta. Lo stesso strumento sarà quello che determinerà il ritmo della lotta, il tipo di canzone da cantare (saudação, corrido, chula) e la fine della roda. L'abilità del suonatore di birimbao è quella di dare energia alla batteria musicale e ai due lottatori. I capoeiristi esperti intonano spesso canzoni che hanno a che fare con quanto sta avvenendo fra i lottatori. Tutti comunque sono chiamati a partecipare sia con percussioni, sia con la sola voce, per dare energia (axè) alla roda stessa. Non esistono regole ma c'è una disciplina che insegna a difendersi e contrattaccare attraverso sequenze, colpi, spostamenti, scherzi, acrobazie. Non sono previsti movimenti obbligati: bisogna creare gioco con il proprio avversario combinando intelligenza e creatività. Tuttavia, a differenza di molte altre arti marziali, non esistono parate ma solo accompagnamenti del movimento che colpisce. Il gioco può essere interrotto da uno dei due giocatori attraverso una chamada de angola: questa permette di prendere fiato, guadagnare tempo, cambiare gioco, riequilibrare l'energia. La strategia per affrontare un avversario viene elaborata considerando le caratteristiche fisiche, le sue presumibili doti di potenza e lo spazio di gioco. Per questo ogni avversario corrisponde a un gioco diverso. Il suo passo base è la ginga da cui partono i colpi di difesa, di attacco e di contrattacco. Si tratta di un movimento continuo che coinvolge tutto il corpo: dallo sguardo, alle mani che difendono, ai piedi che scivolano mantenendo una base sempre solida, ancorata alla terra. Tuttavia l'arte si pratica essenzialmente con calci; gli arti superiori sono usati per eseguire ruote e verticali. Esistono finte, schivate e scherzi per distrarre l'avversario. Ogni lezione è sempre diversa. La roda è il momento in cui si mette in pratica l'apprendimento. Le manifestazioni tipiche di capoeira solitamente vengono organizzate dai maestri in occasione della presentazione dei loro allievi. L'unico paese in cui la capoeira viene praticata a livello agonistico è il Brasile dove dal 1974 è il secondo sport nazionale, dopo il calcio. Le organizzazioni ufficiali di riferimento sono l'ABRAC (Associação brasileira de capoeira) e la FCDRJ (Federação desportiva de capoeira de Rio de Janeiro), mentre non esiste una Federazione internazionale, anche se questa disciplina è praticata in quasi tutto il mondo da decine di milioni di persone.

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Hapkido

Se si vuole risalire al significato originario delle arti marziali, ossia della pura difesa personale, l'arte marziale coreana hapkido risulta sicuramente una disciplina estremamente completa ed efficace. L'hapkido si è sviluppato verso la metà del 20° secolo dalla combinazione di differenti arti marziali tradizionali, anche se gran parte del bagaglio tecnico deriva dal daito ryu aikijujiutsu, un'arte marziale giapponese reinterpretata e integrata con numerose tecniche di discipline coreane. Le origini si fanno risalire a 13 secoli fa, quando in Corea durante la dinastia Silla ogni re raccolse intorno a sé un gruppo di giovani nobiluomini coraggiosi duramente addestrati a uccidere a mani nude. Queste guardie reali, conosciute con il nome di Hwarang, diedero vita allo hwa rang do. Il moderno hapkido deriva dall'evoluzione dello yawara, lo stile di arti marziali che il maestro coreano Choi Yong Sul (1904-1986) ‒ rimasto per trent'anni in Giappone dove apprese l'aikijujiutsu dal maestro Takeda ‒ iniziò a insegnare al suo rientro in Corea. Verso la fine degli anni Cinquanta, alcuni dei migliori allievi di Choi diedero nuovi contributi alla disciplina. In particolare Jin Han Jae arricchì il bagaglio tecnico con gli insegnamenti del monaco taoista Lee, dal quale imparò le tecniche d'armi e l'utilizzo dei calci in puro stile coreano, fino a creare un proprio stile di arti marziali, il Sin Moo Hapkido. L'hapkido è caratterizzato da un vasto insieme di tecniche: le leve articolari sono influenzate dall'aikijitsu, le tecniche di calcio (ch'a-gi) hanno evidenti similitudini con il taik kyun, mentre le percussioni sui punti vitali sono di chiara matrice cinese. In quanto arte marziale eclettica, si è sviluppata in differenti stili. Quelli attualmente raggruppati dalla Korea kido association, fondata in Corea nel 1963 da Choi Yong Sul al fine di controllare gli insegnamenti e i requisiti delle cintu…

Pugilato Americano: Muhammad Ali e la Comunicazione

Cassius Clay o, dopo la sua conversione all’Islam, Muhammad Ali, aveva una grande dote: la capacità di sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda delle persone che voleva contattare. Le catturava, le arpionava e le teneva legate a sé. Una caratteristica che gli ha consentito di portare avanti rivendicazioni per i diritti dei neri, contro il razzismo e la guerra e molto altro, con grande efficacia e pervasività.

Insegnamenti di Muhammad Ali sulla Comunicazione

  1. Non lasciarsi abbattere dalle avversità: Cassius Clay non si è lasciato abbattere. Aveva il morbo di Parkinson, di cui ha sofferto a partire dagli anni ’90, malattia che non lo ha ridotto al silenzio. Gli ha impedito di combattere, è chiaro, ma lui ha trovato un altro modo per canalizzare il suo messaggio. E ci è riuscito! Non si è lasciato abbattere e non si è fatto piegare né dalla malattia, né dall’ostracismo, né dalla cultura dominante la società bianca americana, in tempi in cui il razzismo uccideva le persone. La sua straordinaria presenza fisica e il suo coraggio, i suoi occhi e i suoi gesti, eloquenti, indimenticabili, ci insegnano che quando si ha una forte convinzione si è capaci di arrivare a chiunque, anche attraverso i silenzi e la sofferenza.
  2. La forza delle parole, la forza della comunicazione: Le parole possono colpire più di un pugno ben assestato. La parola arriva a ciascuno nel tempo giusto. E’ come una freccia su un tronco d’albero che attende impaziente di essere raccolta e utilizzata. Non importa quando accadrà, essa è lì ad aspettare. Quando è il tempo la coglierete e saprete usarla nel migliore dei modi. La parola è ciò che possediamo per fecondare il mondo e in questo modo trasformarlo. Ecco perché le parole vanno usate bene. Possono creare e distruggere.
  3. La rapidità del pensiero e delle azioni: Come i suoi pugni, anche le parole, gli sguardi, i gesti, avevano un timing preciso. Efficaci in quel dato momento, né prima né dopo. E funzionavano. Ali ci insegna a essere sincronizzati con il nostro momento, a usare il tempo come la nostra arma segreta.
  4. Rompete gli schemi, siate spavaldi: Se non siete disposti a rompere gli schemi non diventerete mai grandi comunicatori. Ciò non significa che dovete superare il buongusto o diventare volgari e prepotenti, ma innovatori. Per innovare bisogna cambiare il modo in cui tradizionalmente si fanno le cose.
  5. Ridimensionate l’avversario: Mettere a disagio l’avversario colpendolo sul vivo lo ha ridimensionato, lo ha fatto sentire più piccolo e fragile, insomma vulnerabile. Una buona stima di sé produrrà il medesimo effetto. Il vostro interlocutore lo sentirà e anche senza utilizzare colpi così “bassi” vi metterà in una situazione di vantaggio.
  6. Andate oltre i vostri limiti: Sia che si tratti di limiti personali o di limiti oggettivi, è importante non considerarli come un muro invalicabile. Non fatevi impressionare! Se un muro è troppo alto, potete sempre aggirarlo. Non ponetevi limiti, considerate quelli che vi si presentano di fronte e cercate il modo più efficace per superarli.
  7. Usate le parole nel loro significato simbolico: Se dovete far passare un messaggio non siate timidi né parchi: usate le parole più precise che conoscete, fate in modo di essere compresi. Ricordate che il significato etimologico delle parole che utilizziamo nel quotidiano a volte ha un valore fortemente evocativo.
  8. Coniugare leggerezza e ed efficacia: La violenza deve restare stabilmente fuori dalla vostra comunicazione. Non siate aggressivi, ma fermi e implacabili se necessario, mai violenti. Siate pungenti come l’ape.
  9. Portate oltre voi stessi la vostra visione: E’ la ripetizione delle affermazioni che ti porta a crederci. E quella credenza si trasforma poi in una convinzione profonda e le cose poi cominciano ad accadere.

Conclusioni di Muhammad Ali sulla Comunicazione Pubblica

Una volta Muhammed Ali, intervistato dal grande giornalista Gianni Minà, disse: Le mie qualità di pugile tecnico, veloce di gambe e di braccia, innamorato della fantasia, insomma il mio modo di stare sul ring e di provocare l’avversario più con gli atteggiamenti irridenti che con la volontà di fargli male, non sarebbe servito a niente se io non avessi capito quasi subito che dovevo utilizzare i mezzi di comunicazione invece di farmi usare, se veramente volevo rendere manifesto il mio disagio, la protesta, il dolore, le richieste, l’orgoglio della mia gente. Dovevo utilizzarli quei microfoni che mi buttavate davanti alla bocca, dopo le mie vittorie. Dovevo sputare le mie sentenze, le mie sfide possibili o esasperate sui vostri taccuini, cercando di precedere le vostre domande, imponendo i miei argomenti ai vostri. Così forse ho contribuito alla presa di coscienza e alla crescita della mia gente perché ho cercato di cambiare il rapporto fra un pugile, un atleta e la società in cui vive. Allora molti non me lo perdonavano. Ora la più grande soddisfazione della mia vita è di essere stimato anche da quella metà dell’America che non mi amava, che mi detestava perché non mi capiva, che mi chiamava “comunista” perché mi rifiutavo ad andare a combattere in Vietnam.

Definizione di Arma Bianca

Il termine "arma bianca" si riferisce a un'arma da taglio o da punta, utilizzata nel combattimento corpo a corpo. La definizione include spade, pugnali, lance, asce e altre armi simili.

Armi nelle Arti Marziali

È evidente che parlare di combattimento significa parlare di armi, ma il sacrosanto disgusto per questi strumenti di morte non deve farci perdere di vista il punto essenziale: ripudiare la violenza non può voler dire subirla passivamente, e quindi ignorare le possibilità di difesa.

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