Introduzione
La vicenda dei pugili legati alla criminalità organizzata, in particolare al clan dei Casalesi, è un esempio emblematico di come lo sport possa essere sfruttato per fini illeciti. Storie di promesse mancate, di violenza e di affari sporchi che si intrecciano in un contesto dove la legge del più forte sembra prevalere. In questo articolo, analizzeremo alcuni casi specifici, tra cui quello di Kevin Di Napoli, Orial Kolaj e altri personaggi coinvolti in questa torbida realtà.
L'agguato a Kevin Di Napoli
Nella serata di martedì, a Casoria, il pugile di Ostia Kevin Di Napoli, ex membro della batteria di Diabolik (Fabrizio Piscitelli), è scampato miracolosamente a un agguato. Di Napoli, che si trovava agli arresti domiciliari in una comunità campana, viaggiava a bordo di una Y10 grigia metallizzata sull'"Asse mediano" in località "Cittadella" quando è stato affiancato da sicari che hanno aperto il fuoco.
Quattro colpi di pistola hanno raggiunto l'auto. Con lui c'era un operatore della comunità, Raffele S., 62 anni, che è rimasto gravemente ferito e lotta tra la vita e la morte. Di Napoli ha raccontato ai carabinieri del Nucleo investigativo di Napoli che i sicari volevano rubargli il Rolex e che hanno sparato quando ha opposto resistenza.
Una parabola discendente
La storia di Kevin Di Napoli è quella di una promessa mancata del pugilato italiano. Figlio d'arte (il padre Gianni Di Napoli fu sei volte campione d'Italia e due europeo), Kevin si è presto avvicinato al mondo della criminalità, iniziando con il recupero crediti per conto della mala. La sua indole violenta lo ha portato a frequentare ambienti malavitosi tra Acilia e Ostia, entrando in contatto con personaggi legati ai Casalesi e alla Curva Nord dell'Olimpico.
Il passaggio sotto l'ala di Diabolik
Dopo una breve collaborazione con Marco Esposito, detto Barboncino, Di Napoli è passato sotto le direttive di Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik. Piscitelli, leader degli Irriducibili, all'epoca sembrava inarrestabile e Di Napoli è stato attratto dalla prospettiva di guadagni maggiori. Dopo l'arresto, Di Napoli ha avuto una seconda possibilità dalla giustizia, con la concessione dei domiciliari in comunità e la possibilità di allenarsi. Tuttavia, il passato è tornato a bussare alla sua porta, con l'agguato subito.
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Orial Kolaj: il pugile al servizio dei Casalesi
Un altro caso emblematico è quello di Orial Kolaj, pugile italo-albanese, campione europeo dei pesi medio massimi, arrestato con l'accusa di essere "l'esecutore di atti d'intimidazione e violenza con l'aggravante mafiosa" per conto dei Guarnera, a loro volta legati al clan Iovine dei Casalesi.
Kolaj, definito "una macchina da guerra", era utilizzato per convincere i commercianti a installare le slot machine del clan nei loro locali. In un'intercettazione, due boss commentavano un suo incontro: «Orial è una macchina da guerra. Gli devi sparare per fermarlo».
L'ascesa e la caduta
La storia di Kolaj è quella di un talento sportivo messo al servizio della criminalità. Dopo aver vinto diversi titoli, tra cui quello italiano ed europeo, Kolaj è stato coinvolto in attività illecite, diventando un picchiatore al soldo dei Casalesi. La sua carriera sportiva si è interrotta bruscamente con l'arresto e le accuse di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione e altri reati.
Altri casi di pugili e criminalità
La vicenda di Di Napoli e Kolaj non sono casi isolati. Nel corso degli anni, sono emersi diversi episodi di pugili coinvolti in attività criminali, spesso legati a clan camorristici o ad altre organizzazioni malavitose.
Ovidiu Bali: ex olimpico dei pesi massimi, arrestato per estorsioni in Croazia per conto del clan dei Casalesi. Bali aveva il compito di intimidire le vittime con la sua stazza fisica.
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Un ex campione di pugilato a Viterbo: detenuto a Mammagialla per reati legati alla sua appartenenza a un clan romano, si è scagliato contro gli agenti penitenziari, minacciandoli e vantandosi delle sue affiliazioni criminali.
Questi casi dimostrano come il mondo del pugilato possa essere un terreno fertile per il reclutamento di manovalanza criminale, sfruttando la forza fisica e la predisposizione alla violenza di alcuni atleti.
Le infiltrazioni della criminalità nel gioco d'azzardo
Un altro aspetto ricorrente nelle storie di pugili legati ai clan è il coinvolgimento nel settore del gioco d'azzardo. Le organizzazioni criminali utilizzano le slot machine e le scommesse online per riciclare denaro sporco e generare profitti illeciti. I pugili, in questo contesto, vengono impiegati per intimidire i gestori dei locali e imporre le macchinette del clan.
L'indagine della direzione distrettuale antimafia di Bologna ha portato alla luce un'organizzazione che faceva profitti con il gioco online e con le slot manomesse, capeggiata da Nicola Femia, ritenuto la testa di ponte della 'ndrangheta in Romagna. Anche in questo caso, sono emersi collegamenti con il mondo del pugilato, con il coinvolgimento di un pregiudicato che in una telefonata faceva riferimento alla possibilità di "sparare in bocca" a un giornalista.
La reazione delle vittime e delle forze dell'ordine
Nonostante la forza intimidatrice dei clan, non mancano esempi di reazione da parte delle vittime e delle forze dell'ordine. A Campobasso, alcuni commercianti hanno denunciato i soprusi di una banda che controllava il gioco d'azzardo legale, portando all'arresto di nove persone. Le indagini, partite grazie alla collaborazione delle vittime, hanno permesso di smantellare un'organizzazione che imponeva le proprie macchinette nei locali della zona.
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Le forze dell'ordine, attraverso indagini coordinate dalle Direzioni Distrettuali Antimafia, stanno cercando di contrastare le infiltrazioni della criminalità organizzata nel mondo dello sport e del gioco d'azzardo, smantellando le associazioni a delinquere e sequestrando i beni illeciti.
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