Vitali Klitschko: Una Biografia di Successo nello Sport e nella Politica Ucraina

Vitali Volodymyrovyč Klitschko, nato il 19 luglio 1971 a Belovodskoe, nell'allora Repubblica Socialista Sovietica Kirghisa (U.R.S.S.), è una figura di spicco sia nel mondo dello sport che in quello della politica ucraina. Conosciuto per la sua carriera di pugile di successo e per il suo ruolo attivo nella politica del suo paese, Klitschko incarna una combinazione di forza fisica e intellettuale.

Dagli Inizi alla Carriera Pugilistica

Cresciuto a Kiev, ma nato in Kirghizistan, Vitali è figlio di un ufficiale dell'allora Unione Sovietica. Questo background militare ha contribuito a forgiare il suo carattere e la sua disciplina. Prima di entrare nel mondo della politica, Klitschko ha lasciato un segno indelebile nella storia della boxe.

Soprannominato "Dr. Iron Fist", Vitali Klitschko si è distinto come uno dei migliori pesi massimi di tutti i tempi. Il suo curriculum professionale vanta numeri impressionanti: 40 incontri, con 38 vittorie (37 per KO) e solo 2 sconfitte. Detiene la più alta percentuale di KO di qualsiasi altro peso massimo, con un notevole 94.9%. È stato quattro volte campione d'Europa, tre volte campione del Mondo WBO e quattro volte campione del mondo WBC.

Klitschko ha inanellato numerosi record nella sua carriera, tra i quali la seconda percentuale di Ko inferti nella storia, dietro solo a Rocky Marciano.

Le sue uniche sconfitte sono state contro Chris Byrd, dove era in vantaggio ai punti ma un infortunio lo ha bloccato al nono round, e contro Lennox Lewis, contro il quale vinceva ai punti fino a quando l'arbitro ha deciso di fermare il match per una ferita, una decisione considerata discutibile da molti.

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Oltre ai suoi successi sul ring, Klitschko ha conseguito un dottorato in Scienze dello Sport all'Università di Kiev nel 2000, guadagnandosi il soprannome di "Dr. Ironfist" (Dottor Pugno d'Acciaio). Suo fratello, Volodymyr Volodymyrovyč Klitschko, è anch'egli un pugile di successo, campione del mondo dei pesi massimi e titolare di un dottorato, soprannominato "Dr. Steelhammer" (Dottor Martello d'Acciaio).

Transizione alla Politica: Un Leader per l'Ucraina

Il pugile è diventato da molti anni lo sportivo più popolare dell’Ucraina, e grazie alla sua fama si è conquistato uno spazio sempre più importante nella politica del paese. Quando si ritirò per la prima volta, nel 2005, Klitschko si era candidato a sindaco di Kiev, giungendo però secondo e conquistando così un mandato nell’assemblea cittadina.

Il coraggio che aveva sul ring lo ha portato nella politica. Ma è stato un passaggio fisiologico perché il cromosoma della paura non ce l’ha mai avuto. Fondatore del partito centrista e liberale Udar (Unione democratica per la riforma, letteralmente Udar significa “choc”), diventato, dopo le elezioni del 2012, la terza forza parlamentare in Ucraina.

La lotta dell’Ucraina per un legame più stretto con l’Unione Europea che sta mettendo in grave difficoltà il regime di Yanukovich ha il volto di un campione molto conosciuto agli appassionati di pugilato. Il leader della seconda ondata della rivoluzione arancione è infatti Vitali Klitschko, uno dei più grandi boxeur degli ultimi anni e detentore della cintura di campione del mondo dei pesi massimi assegnata dalla Wbc.

Klitschko ha subito quest’oggi una rara sconfitta, almeno a giudicare la sua carriera da pugile, con la bocciatura della mozione di sfiducia contro Nikolai Azarov, il primo ministro responsabile delle repressioni delle proteste di questi giorni. Il campione dei pesi massimi è però ormai assurto a leader dell’intera opposizione al filo-russo Yanukovich, e Klitschko ha già annunciato la sua intenzione di candidarsi alla presidenza dell’Ucraina. Il vasto apprezzamento di cui gode per i suoi meriti sportivi è capace di unire le due anime del paese, l’ucraina e quella russa, sintetizzate anche dalla stessa biografia del pugile.

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Nel 2014, durante i fatti di Euromaidan, che portarono alla destituzione del presidente Viktor Fedorovyč Janukovič, divenne leader della rivolta. Fu lì per lì per candidarsi alle presidenziali, ma rinunciò a favore di Petro Oleksijovyč Porošenko. Nel maggio 2014 fu eletto sindaco di Kiev con il 56% delle preferenze, e rieletto nel 2019.

Klitschko al Fronte: "Pronti a Morire per l'Ucraina"

Cresciuti militari, hanno dominato la boxe ripudiando la retorica bellica dello sport. Vitali e Wladimir Klitschko hanno preso a pugni il mondo per 16 anni con una certa insistenza. Hanno dominato i pesi massimi della boxe dal 1999 al 2015, lasciando agli altri - ai non-Klitschko - solo 18 mesi di tranquillità, sparpagliati sul ring come briciole. E gli ha sempre fatto schifo tutta la retorica bellica di cui la narrazione dello sport abusa per tic: la “sopravvivenza” in difesa, i tiri “bomba”, gli avversari “assediati”, squadre che trionfano sul “territorio nemico”, le proteste nel “calore della battaglia”. Lo sport semina terminologia e tropi della guerra. E’ una sottotraccia innocua finché non arriva la guerra vera. Ecco, i fratelli Klitschko quell’enfasi vuota l’hanno sempre schivata. Perché - dicevano - “noi lo sappiamo com’è fatta la guerra”. E lo sanno pure adesso che sono partiti per il fronte ucraino, per combattere la sproporzionata avanzata russa. “Siamo pronti a morire”, hanno detto. Al loro fianco un esercito di fortuna, fatto di medici, attori di teatro, giovani e anziani. Gente normale.

Ironia della sorte, pochi pugili hanno fatto sembrare la boxe meno simile a una guerra di Vitali e Wladimir Klitschko. Come aderenti al principio, hanno dominato uno sport cruento e viscerale trattandolo come un esercizio intellettuale, un affare di angoli e geometrie, leve e pulegge, economia ed efficienza. I loro record - 40 vittorie in combattimenti per il titolo mondiale in due, più di un decennio a testa da campione del mondo - sono freddi. Gli appassionati li hanno ammirati, mai davvero amati, per lo stile tecnicamente magistrale, scaltro, ma raramente entusiasmante.

Persino i loro soprannomi - Wladimir era “Dr Steelhammer”, Vitali “Dr Ironfist” - si rifanno ai loro dottorati in scienza dello sport. Ma restano scostanti, dissonanti rispetto alla pacchieria di certi riferimenti animali che usavano per altri che poi puntualmente le prendevano. Spiccavano nella spacconeria e corruzione del sistema boxe, e ancora oggi hanno un’immagine immacolata.

Vitali, che adesso ha 50 anni, è il sindaco di Kiev, la capitale che a giorni finirà per essere il centro di fuoco dell’attacco russo. Wladimir, il fratello minore, si è arruolato nell’esercito. Sono i due volti più riconoscibili dell’Ucraina resistente.

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Persino la loro biografia è marziale. Sono cresciuti in una famiglia di militari. Il padre Vladimir era colonnello dell’aviazione sovietica, costantemente costretto a trasferirsi per lavoro. Loro sono cresciuti in scuole di guarnigione, hanno vissuto in caserma, circondati da attrezzature militari, giocando a nascondino tra pile di fucili e munizioni, granate e mine. Quella che per noi è metafora è stata la loro vita.

Hanno picchiato bulli per tutta l’infanzia. C’è una scena del documentario del 2011 “Klitschko”, in cui mamma Nadezhda racconta il giorno in cui una madre e un bambino bussarono alla loro porta, il ragazzino con il naso rotto. Vitali ammise, freddissimo: “Ha buttato il mio cappello in una pozzanghera dopo che lo avevo avvertito di non farlo. Quando l’ha fatto di nuovo, l’ho preso a pugni”. Amen.

Nel 1986 il padre era di stanza vicino alla centrale nucleare di Chernobyl, e nei giorni successivi al disastro volò in missione per far lanciare blocchi di piombo sul reattore fumante. “Ci dissero che andava tutto bene”, racconta Vladimir nel documentario, girato pochi mesi prima che suo padre morisse di cancro ai linfonodi.

Tutta questa vita li trasformati da campioni in statisti e soldati. Che è un modo tangibile di riconoscere che la guerra rimette lo sport in prospettiva, soprattutto se la prospettiva è la loro. L’anima commerciale dello sport moderno si basa sull’idea che ciò che vediamo è reale: vero conflitto, vere poste in gioco. Quando vediamo due pugili barcollare pesti e sanguinanti sospendiamo un po’ la nostra incredulità, ci commuoviamo per trasporto. Ecco, i fratelli Klitschko questa parte l’hanno saltata, non ci hanno mai creduto del tutto.

Per volere della madre hanno rifiutato offerte incredibilmente redditizie per combattere l’uno contro l’altro. Il sogno bagnato di Don King: lo scontro fratricida tra due campioni del mondo dei pesi massimi. “I nostri avversari non conoscono la nostra arma segreta”, disse una volta Vitali. “Anche se c’è una sola persona sul ring, stanno combattendo contro due persone”. Che ora vanno a fare la guerra quella vera.

Riflessioni sulla Situazione Politica in Ucraina

La biografia di Klitschko si intreccia con la storia recente dell'Ucraina, segnata da tensioni geopolitiche e influenze esterne. È essenziale considerare il contesto storico e politico in cui Klitschko ha operato per comprendere appieno il suo ruolo e le sue scelte.

Dario Rivolta, in un suo articolo, offre una prospettiva critica sulla situazione in Ucraina, sottolineando il ruolo delle potenze occidentali e le divisioni interne del paese. Rivolta menziona l'influenza di ONG straniere, le politiche di espansione della NATO e le divisioni etniche e linguistiche all'interno dell'Ucraina come fattori che hanno contribuito alla crisi attuale.

Rivolta ricorda come già nei primi anni Novanta diverse ONG, soprattutto americane, organizzavano in loco “corsi sulla democrazia” per funzionari, amministratori locali e giovani politici “promettenti”. Questi ultimi erano, a volte, invitati negli USA a spese degli organismi invitanti per “conoscere come fosse organizzata la democrazia americana”.

Nel frattempo, Zbigniew Brzezinski, nel suo libro "The Grand Chessboard", sottolineava come un "controllo" dell'Ucraina da parte degli Stati Uniti fosse indispensabile per "visionare" tutto il centro-Asia e garantire che nessuno in Europa o in Asia potesse emergere come Paese dominante.

In Ucraina, intanto, si stava alimentando una crescente divisione tra l’etnia originaria russa, prevalente nell’ est (circa il 25/30% della popolazione), e la maggioranza prettamente ucraina che abitava il centro e l’ovest del Paese. Motivi psicologico-storici reali esistevano per questi sentimenti: la prepotenza del sistema comunista moscovita che aveva causato l’Holodomor e la negazione di una cultura ucraina indipendente da quella russa perseguita durante la sovietizzazione. In seguito la nuova Costituzione, voluta dai sostenitori pro-Europa, avrebbe sancito che le minoranze etniche non prettamente ucraine diventavano, di fatto, cittadini di serie B e la lingua russa sarebbe stata considerata lingua straniera, come il francese o il tedesco.

Le elezioni presidenziali del 2004 portarono alla vittoria del fronte considerato filo-russo ma fu contestata la legittimità della consultazione. Ne scaturì allora una protesta popolare (definita rivoluzione Arancione) che portò all’invalidazione del risultato: la ripetizione delle votazioni dette la vittoria al candidato filo-occidentale: Viktor Juščenko.

Nel 2008, nella riunione NATO di Bucarest, gli americani imposero che nell’ordine del giorno ci fosse l’ingresso nella NATO di Ucraina e Georgia e, poco dopo, il Presidente georgiano inviò le proprie truppe contro le regioni secessioniste dell’Ossezia e dell’Abcasia.

Spontaneamente o meno, una grande quantità di cittadini (soprattutto di Kiev e della Galizia) oramai convinti di essere quasi vicini a godere del benessere europeo grazie a finanziamenti a pioggia in arrivo da Bruxelles, si radunò verso la fine del novembre 2013 nella piazza principale (Maidan) della capitale per protestare.

Intervenne a quel punto l’Unione Europea che inviò tre delegati per parlare con Yanukovich. L’accordo fu raggiunto, seppur a fatica, con l’impegno del Presidente di indire, dopo il solo tempo tecnico necessario, nuove elezioni. Uno dei leader della protesta, Vitaly Klitschko (un ex pugile sostenuto dai tedeschi per un futuro governo), confermò che le opposizioni, in compenso, avevano accettato di mettere fine alla ribellione.

Che gli americani abbiano aizzato la folla (se non molto di più) è indiscutibile, tanto è vero che alcuni parlamentari a stelle e strisce e il loro Ambasciatore tennero in piazza alcuni comizi incoraggiando i contestatori a proseguire nella loro protesta. Che gli Usa fossero intenzionati a destituire un governo democraticamente e legittimamente eletto è reso ancora più evidente dal comportamento della vice segretario di stato americana Victoria Nuland, con la sua famosa espressione "Fuck Europe".

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