Muna Mussie, artista di origine eritrea residente a Bologna, si distingue nel panorama artistico contemporaneo per la sua ricerca performativa incentrata sull'identità, esplorata attraverso un linguaggio essenziale e una drammaturgia di oggetti accuratamente calcolata. La sua pratica artistica si fonda sul senso della misura, trasformando lo spazio scenico in una proiezione dell'interiorità.
L'Autodifesa come Espressione Vitale
In "Cosa può un corpo", Elsa Dorlin definisce l'autodifesa come un'espressione intrinseca della vita corporea, un istinto di conservazione permanente contro la violenza, elemento strutturale del patriarcato e del capitalismo. Muna Mussie aderisce a questa visione, applicandola alla sua arte per contrastare identificazioni abusive e semplificazioni della natura complessa dei corpi. La sua ricerca crea connessioni tra gesti e immagini che, pur mirando a produrre significato, rimangono volutamente opache, sfuggendo alla letteralità per aprire a molteplici interpretazioni simultanee.
"Curva Cieca": Un Dialogo Linguistico e Culturale
"Curva Cieca", la sua ultima creazione, ha debuttato con successo a Short Theatre 2021. Al centro della performance c'è la scoperta della lingua madre di Mussie, il tigrigna, attraverso un dialogo con Filmon Yemane, un giovane eritreo non vedente dall'età di dodici anni. Oggetti, segni grafici e fluttuazioni di significato si stratificano in sintonia con le parole di Filmon, che offre lezioni di tigrigna accompagnate da immagini provenienti da un vecchio abbecedario.
L'identità "doppia per provenienza e adozione" di Mussie è l'elemento centrale della sua indagine artistica. In "Curva Cieca", la lingua tigrigna, a cui l'artista si è avvicinata solo recentemente, diventa protagonista grazie all'incontro con Filmon Yemane. La performance si configura come un "dispositivo metadidattico" che riprende elementi ricorrenti nel suo lavoro, evidenziando la sua capacità di esplorare nuove traiettorie espressive mantenendo una evidente coerenza.
Un Linguaggio Scenico Essenziale
Le performance di Mussie sono caratterizzate da un'interpretazione ridotta e raffinata della presenza scenica. Apparati semplici e diretti lasciano spazio a una gestualità familiare ma carica di intensità straniante. In "Curva Cieca", una corda verde acceso, tesa da Mussie all'inizio dello spettacolo, solca longitudinalmente lo spazio scenico, diventando un'immagine centrale.
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La ricerca artistica di Mussie si distingue per la sua capacità di situare nei territori privati dell'autobiografia gli aspetti più analitici della sua pratica. Nelle sue performance, sono frequenti i riferimenti al mondo dell'infanzia e il coinvolgimento di affetti familiari, come la nonna Milite Ogbazghi, evocata nell'abbecedario e figura ricorrente nel suo lavoro.
"Milite Ignoto": Un'Indagine sulla Storia Coloniale
"Milite Ignoto", un progetto performativo che indaga la storia coloniale dell'Italia, parte dalla coincidenza dell'omonimia tra il monumento e il nome della nonna materna, esplorando una questione personale e socio-politica attraverso una metafora visiva: la diplopia. Il filo teso sul palco di "Curva Cieca" richiama la centralità del ricamo nella sua produzione, come in "Punteggiatura", un libro in tessuto creato con donne provenienti da diversi paesi per riscrivere collettivamente la memoria storica e personale, contrastando disequilibri coloniali e di genere. Questa processualità condivisa ritorna anche nel progetto "Oblio", un'installazione live in tessuto su cui viene costantemente ricamata e disfatta la parola "OBLIO".
Il tema della tessitura attraversa diverse creazioni di Mussie, dalla mostra "Bologna St. 173", incentrata sulle testimonianze del congresso E.F.L.E. (Eritrea per la liberazione in Europa), alla performance "Curva", dove la macchina da cucire diventa traccia sonora che intreccia la scrittura performativa.
"Curva Cieca": Un'Entità Fantasmatica in Scena
"Curva Cieca" si apre con l'ingresso in scena di un'entità fantasmatica: Mussie, vestita di bianco, con un'acconciatura di trecce verdi identiche alla corda tesa sul palco e il viso coperto da una maschera, un calco bianco del proprio volto che neutralizza le fattezze e qualsiasi tensione razzializzante. La performance si articola seguendo lo scorrere del libro, soffermandosi su alcune parole e accelerando su altre, come se il pubblico potesse accedere a una condensazione degli scambi tra l'artista e il suo insegnante.
Durante la lezione, Mussie entra ed esce dallo spazio visibile, seguendo e tessendo il filo del discorso con il filo teso lungo il palco. Il suo volgersi alternativamente al video e al pubblico, mostrando una o l'altra faccia, crea una danza cieca, calcolata nei minimi dettagli, in cui si perde la cognizione del suo posizionamento. La scrittura performativa segue le libere associazioni tracciate dalla voce di Yemane, e la maschera bianca indossata da Mussie sembra accogliere le sue riflessioni, come se la lingua tigrigna si infiltrasse nell'originale mancanza.
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Lingua, Visione e Corporeità
I temi paralleli della lingua e della visione sono analizzati attraverso nuove immagini, aprendo alla loro relazione con la corporeità e toccando la cecità e la posizione che in essa occupa l'immagine di sé e il riconoscimento dell'altro da sé. "Curva Cieca" appare come una sintesi della ricerca artistica di Muna Mussie, in cui la sfera discorsiva e quella affettiva collidono, mettendo in luce i nodi politici inscritti tra le trame del vissuto e aprendo a corrispondenze riconoscibili in precedenti opere.
L'atto performativo è un atto dell'esporsi, e il tema del vuoto d'immagine al centro di "Curva Cieca", connesso alla natura "doppia" della sua identità culturale, diventa strumento d'indagine della pratica artistica in sé.
Agitazione e Resistenza
Riflettendo sulla pervasività del conflitto e della violenza trasformati in "ingiustizia sociale", Françoise Vergès sottolinea come questa vulnerabilità si intensifica quando i corpi sono considerati "sacrificabili". Le strategie di disorientamento e dissimulazione si traducono nella pratica di Mussie in uno stato di agitazione, una vibrazione interna che energizza il corpo e istituisce una forma di presenza vitale, aprendo alla possibilità di agire e posizionarsi in maniera decisa.
L'agitazione è un mezzo per progredire nella conoscenza, un impulso che mira a equilibrare l'incorporazione e il dispendio di energia e a gestire il proprio investimento in attività adeguate, scartando le opzioni inadeguate imposte dall'organizzazione sistemica dei ruoli. Nel percorso di creazione di Mussie, l'agitazione figura come un movimento contenuto nei perimetri del corpo che le permette di fare convergere diversi piani antitetici, dove le relazioni tra morte-decomposizione e vita-composizione sono invertite.
Psichedelia e Autonomia dell'Immaginario
Investendo la psichedelia come forma di autodifesa dell'autonomia dell'immaginario, Mussie si immerge in una dimensione di resistenza alla domesticazione delle pratiche performative e dei corpi indocili che le sostengono. Lo spazio artistico si presenta come l'equivalente di "una vita", del libero arbitrio e della "giustizia cognitiva", un rifiuto delle assegnazioni feticiste derivanti da una storia di predazione dei soggetti "alterizzati".
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Il corpo di Muna Mussie risponde alla sua urgenza di erigere architetture performative costruite da sovrapposizioni di piani che si intersecano e cortocircuitano informazioni intuitive, costruzioni concettuali e onde visuali, dove l'"alto" e il "basso" sono profanati e diventano intercambiabili. La strategia della confusione di Mussie produce un "resto", un divario linguistico tra produzione e ricezione, una sostanza psichedelica capace di alterare temporaneamente la sfera sensoriale e percettiva, lo stato di consapevolezza di sé e dell'ambiente, l'aderenza alla linearità del tempo e la connessione emotiva con gli eventi.
"Milite Ignoto": Tensioni Etniche e Immaginari Nazionali
Il percorso di stregoneria resistente di Mussie comincia con "Milite Ignoto" (2015), un progetto performativo che alimenta la riflessione sulla funzione delle tensioni etniche e razziali nella costruzione di immaginari nazionali italiani, immergendolo nella relazione coloniale che l'Italia ha stabilito con l'Eritrea. Gaia Giuliani sottolinea la funzione del colonialismo nell'espulsione simbolica e materiale della "negritudine" attraverso i processi di costruzione dell'identità razziale degli italiani.
Mussie costruisce il proprio lavoro critico operando una coincidenza linguistica tra il tigrino e l'italiano, collegando la figura nazionalista italiana del "milite ignoto" alla nonna dell'artista, Milite Ogbazghi. Mentre in italiano "milite" significa soldato, in tigrino "Milite" significa "Maria", un nome proprio che collega la figura della nonna - cresciuta all'indomani della colonizzazione italiana - con Maria, la mater dolorosa.
"Milite Ignoto" trascina la ricerca genealogica in un territorio personale che non si ripiega in un rigido entre-soi pre-sociale. Mussie cerca di creare dispositivi artistici temperati in cui coesistono contenuti che toccano diversi territori umani: esistenziale, sociale, politico e simbolico. In questa vicinanza e attrito costante tra dimensioni separate, ciò che è intimo e privato si trasfigura per diventare pubblico e civico.
"Oasi": Fantasmi e Luoghi di Transizione
In "Oasi" (2018), Muna Mussie sviluppa la figura del fantasma che la nonna evoca alla fine di "Milite Ignoto", per definire lo statuto dell'esistenza di certe soggettività negli spazi urbani occidentali. Queste presenze spettrali sono i residui dell'opera della storia. Nelle narrazioni di Milite Ogbazghi, il fantasma si avvicina alla figura dell'animale selvatico esotizzato dai desideri di possederlo. La coincidenza tra animali selvatici e umani è incarnata nella performance dalla ripetizione dell'indovinello posto dalla Sfinge egizia a Edipo.
Proveniente dalla storia personale e familiare dell'artista, il topos dell'"oasi" è un luogo di transizione migratoria - tra gli spostamenti post-coloniali e le fughe contemporanee dall'Eritrea attraverso il Sudan - e una metafora di protezione temporanea. Nella performance, l'oasi emerge come il primo incontro con la morte e le fobie che la accompagnano. Questa ambiguità tra difesa e pericolo è incarnata da una bolla gonfiabile di plastica trasparente che ospita l'artista con suo fratello Sherif, commercializzata per cerimonie all'aperto, vita nella natura e abitazione temporanea in zone di guerra.
"Oasi" inizia con un video che mostra una passeggiata al santuario di Mariam Dearit, un luogo sacro che si sviluppa intorno a un baobab, l'albero dei miracoli, a Keren. Durante l'occupazione italiana dell'Eritrea, le truppe italiane combatterono e persero contro l'esercito britannico in questo punto nel 1941. Dei soldati italiani si rifugiarono all'interno del baobab, dove una bomba non esplose e salvò loro la vita. Da allora, nel baobab è stata inserita una Madonna: una Vergine nera che avrebbe salvato miracolosamente i soldati italiani ed è diventata meta di pellegrinaggio. In questa schizofrenia storica, il baobab era l'oasi protettiva dei soldati italiani, aggressori coloniali.
Il lavoro di Muna Mussie cerca di ricostruire questa complessità storica e di stabilire una posizione politica che rifiuta le assegnazioni (specialmente quelle razzializzanti), attraverso un lavoro difficile da codificare e leggere. Mussie propone di contrastare le strategie egemoniche di semplificazione con la tattica della stratificazione e della "chiarezza simbolica" a livello gestuale e iconografico, con la volontà di produrre allo stesso tempo un disorientamento definitorio.
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