Aikido: Principi Fondamentali ed Efficacia

L'Aikido, un'arte marziale giapponese sviluppata da Morihei Ueshiba, noto come O Sensei (1883-1969), rappresenta una moderna evoluzione e sintesi delle antiche arti marziali del Giappone. Introdotta in Italia nel 1964 dal Maestro Hiroshi Tada (1929), IX dan e allievo di O Sensei, l'Aikido promuove la costituzione dell'Aikikai d'Italia, aderente alla I.A.F. Questa disciplina si distingue per la sua enfasi sulla padronanza di sé piuttosto che sulla sopraffazione dell'avversario, offrendo ai praticanti salute, stabilità emotiva, sensibilità e un incremento delle capacità personali.

Tecniche Fondamentali dell'Aikido

L'Aikido si fonda su un insieme di 20 tecniche fondamentali, suddivise in 5 principi, noti come "Kyo", e 15 movimenti di controllo dell'avversario.

I Cinque Principi (Kyo):

  • IK-KYO (Primo principio)
  • NI-KKYO (Secondo principio)
  • SAN-KYO (Terzo principio)
  • YON-KYO (Quarto principio)
  • GO-KYO (Quinto principio)

I Quindici Movimenti:

  • IRIMI-NAGE
  • KOTE-GAESHI
  • TENCHI-NAGE
  • KOKYU-NAGE
  • SHIHO-NAGE
  • UDEKIME-NAGE
  • UDE-GARAMI
  • JUJI-GARAMI
  • HIJIKIME-OSAE
  • SOTOKAITEN-NAGE
  • UCHIKAITEN-NAGE
  • KOSHI-NAGE
  • USHIRO-KIRIOTOSHI
  • AIKI-OTOSHI
  • AIKI-NAGE

Queste tecniche costituiscono la base da cui si sviluppano tutte le altre varianti e possono essere applicate in risposta a diversi tipi di attacco e da posizioni differenti.

L'Aikido come Disciplina Relazionale e Non Competitiva

Una caratteristica distintiva dell'Aikido è l'assenza di competizione, che infonde serenità nei praticanti. Invece di concentrarsi sulla rivalità o sul superamento di record, l'Aikido incoraggia l'individuazione di un'interpretazione personale delle tecniche, promuovendo la consapevolezza dei propri limiti e il loro superamento graduale. Questa disciplina relazionale sviluppa una profonda sensibilità verso gli altri, insegnando a "sentire" l'altro attraverso la comunicazione non verbale ed emotiva, rendendola adatta anche a coloro che hanno difficoltà ad esprimersi.

Da un punto di vista psicologico, l'Aikido accresce l'autostima, migliora le relazioni interpersonali, favorisce la serenità e sviluppa la capacità di gestire i conflitti emotivi. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non promuove la violenza o il bullismo. Anzi, la pratica dell'Aikido si rivela un efficace strumento per combattere il bullismo, reindirizzando le pulsioni aggressive dei "bulli" e rafforzando la consapevolezza di sé nelle "vittime", fornendo loro un valido argine caratteriale.

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Aikido per Bambini, Ragazzi e Adulti

L'Aikido è una disciplina adatta a persone di tutte le età, dai bambini agli anziani, e non richiede particolari doti fisiche come età, peso, altezza, forza o sesso. La pratica si svolge in coppia, promuovendo la cura e il rispetto reciproco. I praticanti collaborano per eseguire le tecniche in modo impeccabile ed efficace, sviluppando la capacità di guidare e di essere guidati, la tolleranza e la disponibilità verso l'altro, in un contesto di creatività e libertà espressiva.

Per i bambini e i ragazzi, l'Aikido offre un rinforzo naturale, sfruttando la loro flessibilità senza le pressioni e le esigenze di performance tipiche degli sport agonistici.

Aikido: Uno Strumento per la Risoluzione Pacifica dei Conflitti

La finalità dell'Aikido e la peculiarità delle sue tecniche escludono la competizione sportiva. L'efficacia delle tecniche, se applicata in un contesto competitivo, potrebbe causare seri danni fisici all'avversario. Per questo motivo, l'Aikido non è uno sport agonistico, ma una disciplina che mira al miglioramento personale fisico e mentale, allontanando i praticanti dall'ossessione di prevalere sugli altri.

L'Aikido si configura come uno strumento efficace per acquisire la capacità di risolvere i conflitti pacificamente. L'obiettivo non è primeggiare sugli altri, ma fare bene, spostando l'attenzione dal confronto con un ipotetico avversario alla conoscenza di sé. Per questo motivo, l'Aikido viene spesso definito "Meditazione in movimento".

Benefici Fisici dell'Aikido

Dal punto di vista fisico, l'Aikido sviluppa tutte le capacità coordinative e condizionali, adattandosi all'età del praticante. Coordinazione, lateralità, equilibrio, destrezza, forza e mobilità articolare vengono allenate durante la pratica. L'Aikido non è pericoloso, poiché le tecniche vengono insegnate in modo progressivo e sicuro, rispettando il grado di apprendimento dell'allievo.

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Aikido nella "Seconda e Terza Età"

Anche in età avanzata, l'Aikido offre numerosi benefici. A chi entra nella "seconda età adulta" (40-60 anni) o nella "terza età", la pratica consente di esprimere il proprio potenziale, migliorare lo stato di salute e incrementare la vitalità psicofisica. Inoltre, offre un percorso di studio e un "progetto" a lungo termine.

Per i neofiti in età "matura", l'Aikido contribuisce ad aumentare il tono muscolare, recuperare l'elasticità e la flessibilità del corpo, migliorare la mobilità delle articolazioni, l'equilibrio e la coordinazione motoria. Dal punto di vista emotivo e relazionale, la pratica dell'Aikido, basata sulla non resistenza, favorisce l'attitudine ad evitare i conflitti, l'equilibrio emotivo, la percezione di sé e l'autostima. La concentrazione e l'attenzione richieste durante la pratica offrono una pausa dalle preoccupazioni quotidiane.

I corsi per principianti "over 50" sono strutturati tenendo conto della minore flessibilità muscolo-scheletrica e con particolare attenzione all'apprendimento delle tecniche di discesa a terra ("ukemi").

Principi di Base e Allenamento

L'Aikido incorpora tecniche che utilizzano energia e movimento per neutralizzare gli attacchi. Ai livelli più alti, può essere usato per difendersi senza causare gravi danni. Dimensioni e forza non sono determinanti per l'efficacia della tecnica.

L'allenamento consiste nell'imitazione delle tecniche mostrate dall'insegnante, con gli studenti che lavorano a coppie, alternando i ruoli di uke (colui che attacca) e nage/tori (colui che neutralizza l'attacco). Entrambi i ruoli sono fondamentali per l'apprendimento. Lo sviluppo dell'agilità, della percezione degli spazi e dei movimenti dell'avversario, uniti alla precisione del gesto e del movimento del corpo, educano l'allievo ad eseguire le tecniche in modo dinamico e realistico.

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L'allenamento include anche l'espressione dell'energia interiore, detta "kokyu", e l'uso delle armi, come la spada e il bastone. Gli attacchi tipici includono shomenuchi, yokomenuchi, munetsuki, ryotetori e katatori. Le tecniche si basano sullo sbilanciamento dell'attaccante e sull'applicazione di leve alle articolazioni, culminando in proiezioni (nage-waza) o immobilizzazioni a terra (katame-waza). I concetti di irimi (entrare) e tenkan (girarsi) sono fondamentali, così come l'atemi (colpire), utilizzato come strumento di distrazione.

Aikido: La Via dell'Unificazione delle Energie

L'Aikido può essere definito come la via dell'unificazione delle energie interne, come emozioni, istinti e pensieri, sotto il dominio del centro psico-fisico, identificato nell'hara. È un modo per ritrovare il senso delle relazioni umane e sentirsi uniti agli altri.

Organizzazioni di Aikido

L'organizzazione più grande legata all'aikido è l'Aikikai, a cui fa capo la famiglia del Fondatore. In Italia, l'Aikikai d'Italia è guidata dal Maestro Hiroshi Tada. Esistono anche altre organizzazioni, come l'Iwama Ryu, che enfatizza la relazione tra tecniche a mani nude e tecniche con le armi.

L'Aikido come Disciplina Psicofisica Completa

L'Aikido si presenta come una disciplina psicofisica completa finalizzata allo studio, al controllo e al potenziamento dell'energia vitale. Il reale metodo di addestramento non è finalizzato alla guerra o alla difesa personale, ma all'integrazione, all'educazione e allo sviluppo dell'essere umano.

Come spiega Hiroshi Tada Sensei, l'Aikido è una forma raffinata di Yoga marziale, erede della tradizione nipponica fiorita dal patrimonio dei vari bu-jutsu antichi e poi confluita nel Budo di epoca moderna.

Aikido: Una Via Evolutiva

Iscriversi ad un corso di aikido significa, oltre che apprendere delle efficaci tecniche di difesa, puntare sui seguenti obiettivi: salute, stabilità emotiva, vitalità, pienezza, sensibilità ed incremento delle capacità personali. Questo risulta possibile perché nella pratica dell’aikido non studiamo solo l’aspetto marziale ma anche il rilassamento profondo, il controllo dell’energia vitale (pranayama) e la meditazione. L’aikido è una via per la crescita fisica, psicologica e spirituale che il Fondatore ha messo a disposizione di tutti coloro che vogliono lavorare per la pace e l’armonia di tutto il genere umano. Questo ci permette di definire l’aikido come Via evolutiva, rivolta a tutti coloro che sono interessati a rendere la loro vita più piena e gioiosa. Oltre ad apportare i benefici tipici della meditazione, l’aikido è anche un’eccellente attività aerobica che crea forti legami di amicizia attraverso una pratica che insegna “lo stare insieme” in empatia e fratellanza.

Dal punto di vista storico l’Aikido si basa sull’esecuzione di antiche tecniche di derivazione marziale, finalizzate alla neutralizzazione, mediante bloccaggi, leve articolari e proiezioni, di uno o più aggressori disarmati o armati.

Il Ki-Aikido

Il Ki-Aikido è una creazione del M° Tohei, uno dei principali allievi del fondatore dell’Aikido, Ueshiba Morihei. Esso consiste nella pratica dell’unificazione mente-corpo e parte dal presupposto che i due aspetti che costituiscono un individuo siano profondamente compenetrati. Il corpo che è la parte visibile riflette molto bene gli stati mentali e costituisce la base operativa per influire su questi. L’intento della ricerca è far riscoprire ai praticanti uno stato ordinato e sapiente a cui riferirsi in ogni momento della pratica e della vita. In Oriente tale stato è chiamato “l’occhio del ciclone”, cioè lo stato di massima calma nel turbinare della tempesta. Per chi si avvicina all’Aikido, è importante conoscere i princìpi elaborati e sistematizzati dal Maestro Tohei che fanno di quest’arte marziale un’autentica via di consapevolezza.

Storia dell'Aikido

Le forme che compongono questa arte sono la sintesi illuminata di antiche scuole di combattimento a mani nude e con le armi (spada e lancia). Il risultato è una disciplina dotata di un vastissimo curriculum tecnico completata da un approccio integrale all'uomo e volta altresì al miglioramento dell'individuo, alla ricerca e alla costruzione dell’armonia dentro e fuori se stessi.

Nelle forme all'efficacia si abbina una caratteristica “grazia” nell’esecuzione, insieme ad una ricerca di linee d’azione di non resistenza che permettono di immobilizzare o proiettare l’attaccante senza bisogno necessariamente di ferirlo. Nelle numerosissime tecniche dell’Arte si fa uso della stessa forza dell’attaccante, canalizzata attraverso azioni di squilibrio e di leve articolari, pur mantenendo allo stesso tempo la possibilità di impiegare dei colpi (Atemi).

Il nome aikido è formato da tre caratteri sinogiapponesi, che usando la traslitterazione più comune vengono scritti come: Ai, Ki e Do. Spesso vengono tradotti rispettivamente come: armonia, energia e via, quindi aikido può essere tradotto come "la via dell'armonia attraverso l'energia". Un'altra interpretazione comune degli ideogrammi è armonia, spirito e via quindi aikido diventa: "la via per l'armonia dello spirito". Entrambe le interpretazioni evidenziano il fatto che le tecniche dell'aikido si basano sul controllo dell'attaccante controllando e deviando la sua energia e non bloccandola.

La storia e l'evoluzione dell'aikido non può prescindere, almeno nella sua fase iniziale, dalla vita del suo fondatore Morihei Ueshiba ( O Sensei , Tanabe 1883 - Tokyo 1969). Come gli fu riconosciuto anche in vita egli è stato tra i più grandi Maestri di Arti Marziali della storia del Giappone; durante tutta la sua vita si dedicò allo studio e alla pratica di innumerevoli stili di arti marziali, sia armati che a mano nuda, che erano diffusamente insegnati e praticati in tutto il Giappone alla fine del diciannovesimo secolo. Fondamentale è stata l'influenza dello studio del Daito-Ryu, una antichissima arte tramandata di generazione in generazione trai membri del clan Aizu, originari del nord del Giappone. Durante uno dei suoi viaggi nel nord del paese,agli inizi degli anni '20 Morihei ebbe modo di incontrare e di divenire l'allievo principale di Sosaku Takeda, ultimo discendente del clan Aizu, e ultimo maestro di Dayto-Ryu. Era questa un'arte di combattimento particolarmente letale che aveva le sue radici nella classe dell'aristocrazia guerriera del Giappone feudale e nasceva dall'evoluzione di tecniche di spada che erano poi adattate anche all'azione a mano nuda, il cui intento principale era neutralizzare l'avversario, causando a questi danni gravi, spesso addirittura mortali. Da questa arte, che era tra le più importanti forme di aiki-jutsu, Morihei sviluppò le tecniche che oggi sono alla base della pratica dell'aikido.

Morihei, operò una sistematica semplificazione del Daito-Ryu, scartando le tecniche più pericolose rendendole più fluide e veloci nell'esecuzione, in modo da ridurre al minimo l'uso della forza ed accentuando i movimenti circolari che sono propri dell'aikido così come lo conosciamo oggi. Importante durante la pratica è anche la collaborazione richiesta sia all'uke (colui che attacca e subisce la tecnica), nel permettere l'applicazione della tecnica completa da parte del torì, che si estrinseca nell'esecuzione di cadute e proiezioni. Questo permette un coinvolgimento completo dell'attenzione e del lavoro muscolare di entrambi i praticanti ed evita il ricorso a tecniche troppo violente che si renderebbero sarebbero necessarie nel caso in cui uke non collaborasse all'azione, il che renderebbe i movimenti meno armonici e "puliti".

Per quel che riguarda le armi dell'aikido, anche queste furono ridotte essenzialmente a due: la spada e il bastone medio. Nelle tecniche di jo sono confluite, con un'opportuna semplificazione, tutte quelle che si potevano effettuare con armi di "allungo": lancia, bastone lungo, e simili. L'influenza della spada è molto forte; si può dire che un praticante di aikido muove il proprio braccio come se fosse una spada. Il coltello (tanto) viene utilizzato solo per attacchi da neutralizzare a mano nuda.

Origini del Daitoryu aikijujutsu

Aikido Aikijujutsu: la genesi di quest'arte risale intorno all'anno 1000 e la sua evoluzione prosegue per tutto il periodo dell'epopea feudale giapponese, epopea raccontata e cantata in romanzi, storie e film che hanno dipinto in Occidente la figura del nobile guerriero (bushi) o samurai (uomo che serve).

Questa scuola ha tramandato nel segreto, per quasi un millennio, le tecniche di combattimento di varie discipline tra le quali l'arco, la spada, la lancia, l'alabarda ed il corpo a corpo, attraverso i caposcuola (soke), che erano tutti membri della famiglia Takeda. Gli insegnamenti erano volti alla formazione militare dei guerrieri e dei dignitari del clan in misura delle loro cariche e delle loro funzioni. I militari d'ogni ordine e grado studiavano infatti sin da giovanissimi sia i principi morali che li avrebbero guidati (bushido) che le tecniche che avrebbero usato in battaglia.

Tra le arti militari che il nuovo clan Takeda già insegnava nel 1087 vi erano l'arco, l'equitazione, la lancia, l'alabarda, la spada, la strategia militare (impianti idrici, scavi e fortificazioni) e ovviamente anche il combattimento corpo a corpo, che si dice fosse stato adattato dagli avi di Minamoto Yoriyoshi (padre del fondatore dell'arte) derivandolo dalla tegoi.

La tegoi era una forma di lotta autoctona ancor più antica da cui pare avesse tratto origine anche il sumo. Già in epoca Heian (794-1185) fu codificata e documentata la struttura delle prime tecniche (di ciò che poi sarebbe divenuto il Daitoryu aikijujutsu) e vi si trova una tale attenzione verso quell'uso armonico dell'energia che, in epoca successiva (Edo, 1603-1867), era già nota con il nome di "Aiki-in-yo-ho" ("dottrina dello spirito basata sullo yin-yang"). Due furono le aree di sviluppo del Daitoryu aikijujutsu: l'arte dell'aiki (aiki no jutsu) e lo jujutsu. Le tecniche di "aiki" furono peculiari e nodali nello sviluppo della scuola Daito e ne costituirono da subito l'aspetto caratterizzante (ancor oggi), pur essendo solo un aspetto che va considerato insieme alle altre tecniche di jujutsu quali percussioni (atemi), strangolamenti (shime), chiavi articolari (kansetsu), pressione su punti vitali (kyushu), proiezioni (nage). L'integrazione di queste due grandi aree di sviluppo (aiki no jutsu e jujutsu) è al centro dello studio del Daitoryu aikijujutsu.

La tradizione orale del Daitoryu aikijujutsu (Grande Scuola d'Oriente dell'aikijujutsu) attribuisce l'origine dell'arte a Minamoto Shinra Saburo Yoshimitsu (1057-1127) terzo figlio di Minamoto Yoriyoshi discendente della quinta generazione dell'imperatore del Giappone, della dinastia Minaomoto, Fujiwara Seiwa (850-881). Il clan Minamoto era uno dei maggiori del Giappone e Yoriyoshi, principe militare ereditario (daymio) della provincia di Chinjufu era stato inviato dall'imperatore a sedare una rivolta del clan Abe. La guerra durò per 11 anni (1051-1062) sino a quando Abe Sadatou fu sconfitto nella battaglia di Yakata Koromogawa. Successivamente i figli di Yoriyoshi combatterono nella guerra Gosannen (1083-1087) contro il clan Kiyohara. Minamoto Yoshiie (uno dei figli) era in difficoltà, fu raggiunto dal fratello Yoshimitsu ed insieme espugnarono la fortezza di Kanazawa. Dei due si racconta la ferocia e l'innovativo approccio "scientifico" all'arte marziale: avrebbero sezionato i cadaveri dei nemici sconfitti per meglio comprendere il funzionamento delle articolazioni che erano coinvolte nelle tecniche di kansetsu proprie dell'aikijujutsu di cui era maestro Yoshimitsu. Yoshimitsu era il signore del castello di Daito (da cui deriva poi il nome dell'arte), ma il figlio Yoshikiyo al termine della guerra si trasferì a Takeda nella provincia di Kai dove assunse il nuovo nome di Takeda Yoshikiyo. I documenti certi (anche non di proprietà del clan) risalgono a questo periodo, e precisamente al 1087, quando Minamoto Yoshikiyo, trasferitosi nella provincia di Kai vicino all'attuale Tokyo, fonda il nuovo clan: il Kai genji Takeda.

Il Clan Takeda

Nasceva così il clan Takeda, al cui capostipite lo shogun concesse il titolo ereditario di principe militare con tutti i diritti propri dei vassalli feudali (daymio).

Dopo il 1087 si incontrano sia fonti orali che scritte che molto aiutano nella ricostruzione storica della scuola e del clan Takeda. Alcuni di questi racconti ci sono giunti attraverso la famiglia Takeda (Takeda Tokimune, ultimo soke) raccolti sia da Stanley Pranin nel 1994 nel suo libro "Interviste ai maestri di Daitoryu aikijujutsu" sia da altri autori, nonché da Sano Matsuo e Kato Shigemitsu (allievi interni - uchideshi - dell'ultimo soke), in interviste rilasciate all'autore.

Le ultime volontà del daymio Takeda Shingen, ormai conscio del destino della dinastia Ashikaga, dettano al nipote, Takeda Kunitsugu, di trasferirsi presso il daymio della provincia di Aizu, Ashina Moriuji, a lui ancora fedele. Quest'ultimo accoglie il reggente Takeda Kunitsugu regalandogli delle terre ed un castello. Sarà Takeda Kunitsugu, impareggiabile maestro delle arti marziali di famiglia a continuare il nome del clan Takeda e della scuola nei secoli a venire. Da allora il clan Takeda si chiude nel riserbo più assoluto (era il clan che aveva osato resistere all'astro nascente del nuovo shogun) e solo i dignitari superiori del clan Aizu (oltre ai membri di famiglia del clan Takeda) potevano ricevere gli insegnamenti della scuola Takeda in riconoscimento del dono fatto a Takeda Kunitsugu dal daymio di Aizu. Da allora, questo ramo del clan Takeda diviene noto con il nome di Aizu-Takeda per distinguerlo dal clan Kai-Takeda.

Con la sua riabilitazione politica, anche il clan Aizu-Takeda si allinea al nuovo corso e nel 1664, nel territorio di Mutsu, è documentata l'esistenza del dojo principale del clan, il Nishinkan, che le narrazioni dell'epoca avvolgeranno in un alone di mito con cui è stato poi per secoli noto. Lo shogun volle che la sua guardia scelta fosse addestrata esclusivamente dal clan Takeda così che, ben presto, molti dignitari del governo di Tokugawa vollero istruirsi al Nishinkan, o ricevere istruzione dal clan Takeda direttamente a Edo.

L'Efficacia dell'Aikido: Una Prospettiva Olistica

L'efficacia dell'Aikido è un argomento complesso che va oltre la semplice capacità di infliggere danni fisici. Si tratta di sviluppare una capacità di agire in modo adeguato e spontaneo in qualsiasi situazione, da una prospettiva umanista.

La modalità operativa nelle arti marziali consiste nel simulare una situazione conflittuale strutturata che serve come base per la formazione o la pratica. Come sistema educativo, l’Aikido tende a risolvere in modo ottimale e umanistico il conflitto in tutti i suoi vari aspetti, a evitare di generarlo e magari addirittura a prevenirlo. Nella pratica, questo sistema è composto dallo studio delle tecniche (azioni concrete che non necessitano di essere realistiche), da esercizi e applicazioni (azioni adattate a una situazione di emergenza). A causa della loro costruzione e della loro durata, questi esercizi, questi movimenti di studio non sono destinati ad essere semplicemente tecniche di autodifesa.

L'originalità dell'Aikido risiede nella non-opposizione, nell'idea che sia più difficile trattenere una manciata di sabbia fine che un bastone o una pietra. La presenza è secondaria alla consapevolezza che deriva dallo studio delle nostre tensioni, blocchi, certezze, convinzioni e rifiuti, sia consci che inconsci: le nostre paure. Queste paure si attaccano come parassiti alla libertà di eseguire un’azione appropriata, al nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente. Senza la presenza, né l’attacco né la strategia diplomatica saranno sufficienti.

La credibilità è la stessa fiducia, ma percepita dall’altro. Una stessa situazione può essere percepita, sentita e vissuta in modo completamente diverso a seconda della qualità della nostra presenza, della nostra fiducia e della nostra credibilità.

Le differenze tra le tecniche, in realtà, mettono in evidenza ciò che le tecniche hanno in comune. Quindi praticare una tecnica significa praticare tutte le tecniche. Questo è il ponte che unisce la presenza sperimentale e la vita reale. L'efficacia della pratica può anche soddisfare un'aspettativa "semplice", come il piacere di creare un sottile rapporto di comunicazione fisica con l'altro.

All’interno di una stessa disciplina possono inoltre emergere diverse tendenze, o “stili”. Infatti l’insegnante, in virtù di una propria ricerca verso una migliore comprensione dei principi e alle influenze che subisce in un dato momento, orienta il proprio insegnamento verso differenti e, ancor più, personali forme di pratica.

Quando cominciamo a sfoggiare le nostre caratteristiche (dal punto di vista tecnico o ideologico…), l’idea viene sopraffatta dall’oggetto: è il formalismo, della forma fisica ma anche della forma mentale. Lo stesso vale per il concetto di efficacia. Noi perfezioniamo l’efficienza delle nostre azioni, anche specifiche, secondo il nostro grado di avanzamento nella pratica, dei nostri obiettivi e delle diverse prospettive che emergono in tutto il nostro viaggio. In ogni caso, l’aspetto primario del grado di efficacia marziale ha un senso solo all’interno della propria struttura.

Dal momento che le tecniche esistono all’interno di un certo contesto, la loro efficacia è relativa. L’aspetto limitante di questa struttura, che tende a semplificare la messa in scena di una situazione di conflitto, è lontano, molto lontano dall’abbracciare la complessità e la varietà dei conflitti al di fuori di questa struttura.

Qualsiasi tentativo di trascendenza deve essere espresso solo attraverso la conoscenza. L’idea, consapevole o no, di sentirsi superiori o pensare di esserlo, il confronto accanito in tutte le sue forme (fisica, intellettuale, ideologica), dal più sottile al più grossolano, è un pozzo senza fondo e indicativo di una mancanza di fiducia.

L’efficacia, altrimenti detta presenza, non proviene da una qualche ideologia, dogma, o senso di superiorità, ma da una visione serena, risultato delle nostre esperienze. Confondere l’efficienza con l’efficacia equivale ad avventurarsi in una situazione ingarbugliata, in giudizi di valore… L’efficacia, nel senso più ampio del termine, è il risultato di una qualità di presenza che è essa stessa caratterizzata, tra le altre cose, dalla vostra fiducia e credibilità. La presenza, quindi l’efficacia che deriva dallo studio, trascende l’efficienza della propria arte e abbraccia tutte le situazioni.

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