Il campionato di pugilato dei pesi medi ha una storia ricca e affascinante, costellata di figure leggendarie, incontri memorabili e momenti di grande spettacolo. Dai primi pionieri che si sono cimentati in questa categoria di peso fino ai campioni moderni, la storia dei pesi medi è un viaggio attraverso l'evoluzione del pugilato stesso.
Gli Albori del XX Secolo: I Primi Campioni
Tra coloro che per primi si cimentarono al limite dei 72.575 kg (160 libbre), non si può non partire dall’inglese-australiano Robert James Fitzsimmons, meglio noto come Bob Fitzsimmons, che conquistò il titolo di categoria nel lontano 1891, a New Orleans, sconfiggendo prima del limite (ko al 13 round) Jack Dempsey (omonimo del grande campione dei pesi massimi). Sempre rimanendo agli albori del ventesimo secolo, merita senza dubbio di essere ricordato lo statunitense Stanley Ketchel, “The Michigan Assassin”, capace di ottenere prima del limite ben 49 delle 52 vittorie che arricchiscono il suo palmares (anche se, secondo le ultime ricostruzioni storiche, dovrebbero essere 54) e anche lui avversario di Jack Johnson, che lo sconfisse per ko alla 12 ripresa nel 1909. Questo valoroso e sfortunato campione conquistò la cintura il 4 giugno del 1908 battendo ai punti in dieci riprese Billy Papke (con il quale incrociò i guantoni, sempre titolo in palio, in altre tre occasioni) e la difese più volte fino al 10 giugno del 1910, data del suo ultimo, vittorioso incontro con Jim Smith.
Gli anni Venti videro brillare la stella di un altro straordinario fighter stelle e strisce, Harry Greb, il quale disputò quasi trecento incontri da professionista, riportando oltre duecentocinquanta vittorie (in poco più di tredici anni di carriera!), tra le quali una sul futuro campione dei pesi massimi Gene Tunney, che venne superato nel 1922 in un incontro valevole per il titolo americano dei mediomassimi (anche se il celebre “Fighting Marine” s’impose nelle successive quattro sfide, tutte comunque disputate nella categoria superiore).
L'Età dell'Oro: Gli Anni '40 e '50
I Quaranta e Cinquanta possono invece essere considerati come la vera e propria “età dell’oro” della categoria, visto che in quegli anni ebbero luogo gli incontri più appassionanti della sua storia e si alternarono al vertice alcuni tra i suoi protagonisti più forti e celebrati. Primo fra loro, Anthony Florian Zaleski, meglio noto come Tony Zale, l’“Uomo d’acciaio”, che dopo aver strappato nel 1940 il titolo NBA al già ricordato Apostoli, l’anno successivo conquistò, al Madison Square Garden di New York, la cintura assoluta battendo ai punti, con decisione unanime, Georgie Abrams.
Il nome di Zale è però indissolubilmente legato alle tre memorabili sfide che egli disputò tra il 1946 e il 1948 con Rocky Graziano, il celebre pugile italoamericano la cui storia ispirò un film di grande successo, Lassù qualcuno mi ama. Il confronto, sempre risoltosi prima del limite e che per ben due volte venne insignito del riconoscimento di match dell’anno dalla prestigiosa rivista “Ring Magazine”, si concluse con due successi a favore del pugile di origine polacca, che si aggiudicò l’ultimo, decisivo incontro della serie (i primi due erano terminati con un ko alla sesta per parte) sconfiggendo il rivale al terzo round.
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Nel match successivo, però, il fighter di Boston venne costretto alla resa (abbandono al 12 round) dal pugile francese di origine algerina Marcel Cerdan, che, dopo aver a lungo detenuto il titolo europeo di categoria (e, in precedenza, anche quello dei welter) e inanellato una serie di ben 106 vittorie contro tre sole sconfitte, salì sul tetto del mondo, divenendo un vero e proprio idolo sportivo in patria e finendo sulle prime pagine dei rotocalchi di tutto il pianeta per la sua appassionante relazione extraconiugale con l’“ugola d’oro” della canzone francese Edith Piaf.
Purtroppo, però, la sua stella venne presto oscurata da una terribile sciagura: nel 1949 infatti, dopo aver ceduto lo scettro della categoria a Jack La Motta (che lo sconfisse per ko tecnico alla decima ripresa), il boxeur transalpino perse la vita pochi mesi dopo in un incidente aereo, proprio mentre si stava recando negli States per l’auspicata rivincita. Dal canto suo, il “Toro del Bronx”, dalla cui autobiografia è stato tratto una famosissima pellicola di Martin Scorsese, Toro scatenato (con la quale Robert De Niro si aggiudicò il premio Oscar come miglior attore nel 1981), riuscì a conservare il titolo per poco meno di un anno e mezzo (sconfiggendo, tra l’altro, anche il nostro Tiberio Mitri), prima di cederlo, ko tecnico al tredicesimo round, a Ray “Sugar” Robinson, contro il quale aveva già combattuto in altre cinque occasioni, rimediando quattro sconfitte e una vittoria ai punti.
Nato ad Harlem nel maggio del 1921 e considerato dalla maggior parte dei critici il più grande pugile all times, Ray Robinson, al secolo Walter Smith junior, detenne il titolo mondiale dei pesi medi in diversi periodi nell’arco di quasi dieci anni, segnalandosi, oltre che per le straordinarie doti atletiche e spettacolari, anche per essere stato in grado di riconquistare a più riprese la corona, sconfiggendo in memorabili incontri di rivincita tre grandi protagonisti dell’epoca quali Randy Turpin (battuto per ko alla decima nel 1952, dopo una sconfitta ai punti), Gene Fullmer (ko alla quinta nel 1957, dopo una sconfitta ai punti) e, soprattutto, il fighter di origine italiana Carmen Basilio (superato con una split decision nel 1958, dopo un altro verdetto controverso dell’anno precedente), che, come lui, era stato detentore della cintura dei welter.
Sconfitto nella difesa successiva dall’ottimo Paul Pender (che, sempre nel 1960 e sempre con decisione controversa, lo superò anche nell’ennesimo incontro di rivincita), l’ormai quarantenne Robinson, disputò i sui ultimi due incontri titolati (validi solo per la sigla NBA, però) nel 1961, affrontando ancora una volta uno dei suoi avversari “storici”, Gene Fullmer, contro il quale ottenne un pari e una sconfitta ai punti di misura.
Gli Anni '60: Ascesa di Nuovi Campioni
Gli anni Sessanta, pur non eguagliando i fasti dei due decenni precedenti, videro comunque l’ascesa al trono delle 160 libbre di grandi campioni, tra i quali, oltre al già menzionato Paul Pender, vanno naturalmente ricordati Emile Griffith e il nostro Nino Benvenuti, che, tra il 1967 e il 1968, dettero vita ad una combattutissima e seguitissima serie, conclusasi con la decisiva vittoria ai punti del pugile triestino, che conservò lo scettro nei successivi due anni, prima di essere sconfitto nel miglior incontro del 1970 dall’indimenticato Carlos “Escopeta” Monzon, con un perentorio ko al 12 round, risultato replicato nell’anno successivo con un altro, terrificante successo per getto della spugna nel terzo tempo sul ring di Montecarlo.
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Nino Benvenuti: Un Eroe Italiano
Nato ad Isola d'Istria il 26 aprile del 1938, Nino Benvenuti è stato campione olimpico nel 1960 nei pesi welter e campione mondiale dei pesi medi tra il 1967 e il 1970, epoca in cui i suoi confronti con Emile Griffith fecero la storia non solo dello sport ma anche della società dell'Italia di quei tempi. In carriera ha disputato 90 incontri, 82 vinti (35 per ko), sette persi (2 per ko) e uno pareggiato. Nel 1967 il suo primo match della trilogia contro Emile Griffith è stato nominato combattimento dell'anno ('Fight of the year'). Nino Benvenuti è stato l'unico pugile italiano ad aver detenuto il titolo mondiale unanimemente riconosciuto di due categorie di peso (medi e superwelter). Dal 1992 è nella International Boxing Hall of Fame, primo italiano ad entrarci.
Carlos Monzon: Un Dominio Incontrastato
Se è giusto considerare Barney Ross un superleggero-welter naturale (rimandando, dunque, l’analisi del suo meraviglioso percorso sportivo ad un altro articolo), non si può certo evitare di soffermare la nostra attenzione sulla figura di Lou Ambers, che, nei circa nove anni di carriera professionistica, si guadagnò senza alcun dubbio un posto di riguardo nell’olimpo della categoria, disputando la bellezza di 109 incontri (davvero molti considerando che si ritirò non ancora ventottenne) e uscendo sconfitto in sole otto circostanze (a fronte di ben 94 vittorie). Anche gli anni Quaranta, pur non eguagliando fasti e interpreti del decennio precedente, videro l’ascesa al trono dei 61,237 chilogrammi di atleti di ottime capacità, tra i quali è necessario ricordare Beau Jack, Sammy Angott, Bob Montgomery, ma, soprattutto, Ike Williams, che si laureò campione prima per la versione NBA (ko alla seconda ripresa ai danni di Juan Zurita nel 1945) e poi assoluto due anni più tardi, mettendo fuori combattimento al sesto round proprio Bob Montgomery.
Negli anni Cinquanta, il migliore di tutti fu senza dubbio “Old Bones” Joe Brown, che detenne la corona, conquistata con una vittoria ai punti contro Wallace “Bud” Smith nel 1956, per quasi sei anni, prima di lasciarla nelle mani del fuoriclasse portoricano Carlos Ortiz, che lo detronizzò con decisione unanime in quindici tempi nel 1962. Dopo aver conquistato il titolo nel già ricordato incontro con Joe Brown del 1962, Carlos Ortiz lo mantenne fino al 1968, anno in cui venne detronizzato da Carlos Teo Cruz con una vittoria per split decision in quel di Santo Domingo. Prima di quel match, soltanto Ismael Laguna fu in grado di interrompere per un breve periodo il suo lungo regno, anche se il pugile di Ponce vendicò la sconfitta del 1965 con due successi ai punti (sempre con la corona in palio) alla fine dello stesso anno e nel 1967.
Gli Anni '70 e '80: L'Era di "Marvelous" Marvin Hagler
Finita l’era-Monzon, la corona dei pesi medi trovò un nuovo, assoluto padrone soltanto agli albori del nuovo decennio: infatti, dopo un primo tentativo reso vano da uno scandaloso verdetto di parità contro il nostro Vito Antuofermo nel 1979, il 27 settembre del 1980 Marvin “The Marvelous” Hagler riuscì a conquistare il titolo sconfiggendo per ko tecnico alla terza ripresa l’inglese Alan Minter.
A partire da questa data, il pugile di Newark effettuò ben dodici difese vittoriose, sconfiggendo, tra gli altri, fuoriclasse del calibro di Roberto Duran (battuto ai punti nel 1983) e Thomas Hearns (messo fuori combattimento al terzo round due anni più tardi) e contribuendo con la sua classe cristallina e la sua capacità di demolire gli avversari (basti pensare all’”epica” battaglia contro il picchiatore ugandese John Mugabi nel 1986) ad aumentare in modo assai significativo il fascino mediatico esercitato dalla noble art.
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Marvelous Marvin Hagler: Un Campione Indiscusso
Mancino molto tecnico e potente, nel 1980 strappò il titolo mondiale al britannico Alan Minter, restando poi imbattuto fino al 1987. In 15 stagioni solo tre volte ne uscì sconfitto, tra l'altro sempre con un verdetto controverso. Hagler fece una lunghissima gavetta. Arrivò a disputare il titolo mondiale dopo 7 anni di pugilato professionistico e ben 50 match. Ma quando salì sul trono vi restò imbattuto per sette lunghissimi anni, dal 1980 al 1987, con 12 difese del titolo. In quindici stagioni sul ring solo tre volte ne uscì sconfitto, ed ogni volta era stato un verdetto controverso. La sua carriera finì il 6 aprile 1987 al termine del match contro Ray Sugar Leonard, che i giudici diedero ai punti al rivale, ma con verdetto non unanime.
Hagler se la prese tantissimo, non accettò mai quel risultato ritenendolo pilotato. Mancino molto tecnico e potente, Marvin amava la battaglia e il suo volto pieno di cicatrici raccontava di una storia molto vissuta sul ring e piena di passione. Voleva essere chiamato "meraviglioso", perciò aggiunse all'anagrafe al suo nome Marvin anche quello di "Marvelous", appunto "meraviglioso". Hagler infatti picchiava che era una meraviglia, potente e anche elegante. Preparava i suoi incontri con grande cura, meticoloso, aveva una concezione della boxe quasi religiosa, e quando si sentì tradito e derubato del titolo, lasciò il ring e non volle più saperne. Sulla sua strada sono passati molti dei più grandi pesi medi della sua epoca, come Roberto Duran, 'mani di pietra', l'unico dei grandi che finì in piedi la sua sfida. E poi ancora Thomas Hearns, John Mugabi, Domingo Roldan: Hagler non si è mai tirato indietro, mandandoli tutti al tappeto. Resta nella memoria il match contro l'italiano Vito Antuofermo, era il 30 novembre del 1979: Hagler mancò l'assalto al titolo mondiale in una sfida memorabile in 15 riprese a Las Vegas, finita in parità. L'azzurro era il detentore del titolo e quindi lo conservò, ma finì il combattimento in una condizione terrificante, una maschera di sangue sul volto, gli ci vollero ben 70 punti di sutura. Al siriano Mustafa Hamsho andò meglio, appena 55 punti. Il titolo invece Marvelous se lo prese nel 1980 strappandolo al britannico Alan Minter, 'occhi di ghiaccio'. Nel 1982 difese il titolo contro Fulgencio Obelmeijas al Teatro Ariston di Sanremo.
L'Eredità di Hagler e l'Ascesa di Nuove Stelle
Il suo regno, durato quasi sette anni, venne interrotto da un altro indiscusso artista delle dodici corde, Ray Sugar Leonard, che lo sconfisse con decisione controversa in dodici tempi sul ring del Caesars Palace il 4 giugno del 1987. Con il ritiro di Hagler la categoria perse quello che, probabilmente, può essere ritenuto l’ultimo grande, riconosciuto campione della sua storia: dopo di lui, infatti, non ci sono stati boxeurs in grado di calamitare l’attenzione di milioni di sportivi con una pari intensità, anche se, tra i suoi tanti successori, il numero dei quali è stato ingigantito a dismisura dalla continua moltiplicazione delle sigle mondiali, devono essere ricordati perlomeno Roy Jones junior e Bernard “The Executioner” Hopkins, campionissimi ancora sulla breccia.
Pugili Europei di Rilievo nella Categoria dei Pesi Medi
Oltre ai grandi nomi americani, anche l'Europa ha avuto i suoi protagonisti nella categoria dei pesi medi.
Kevin Finnegan
Ricordato per aver affrontato per ben due volte Marvin Hagler, perdendo ambedue le volte prima del limite e in Italia per aver perso il titolo europeo dei pesi medi contro Matteo Salvemini. Ma fu un buon pugile, capace di vincere per ben due volte il titolo europeo dei pesi medi, quando nel Vecchio Continente vi erano ottimi pugili di livello mondiale nella categoria. In carriera vinse il il titolo britannico dei pesi medi battendo ai punti il fortissimo anglo-giamaicano Bunny Sterling.
Finnegan con questa vittoria ebbe la possibilità di combattere il titolo europeo contro il detentore, il francese Jean-Claude Bouttier, due volte avversario mondiale di Monzon e il 27 marzo 1974, a Parigi, conquista la cintura europea, battendo ai punti il suo avversario. Ma perse subito il titolo ai punti contro il francese Gratien Tonna - altro avversario di Monzon.
Ebbe una trilogia tutta britannica contro il futuro campione mondiale dei pesi medi Alan Minter dal quale perse sempre ai punti, stesso risultato contro il futuro campione mondiale dei Medi Junior Ayub Kalule ma riuscì il 6 novembre 1979 a riconquistare il titolo britannico dei pesi medi battendo l’emergente Tony Sibson ai punti alla Royal Albert Hall di Londra.
Stili di Combattimento e Potenza nel Pugilato
Ci sono pugili capaci di capovolgere completamente le sorti di un match con un colpo ben assestato. Atleti la cui esplosività lascia a bocca aperta gli spettatori e costringe a smorfie di dolore il malcapitato avversario di turno ad ogni impatto subito. Dai cosiddetti “fulminatori” da colpo singolo agli “sgretolatori” provvisti di immane forza muscolare, la lista dei pugili più potenti di sempre sarebbe sconfinata.
Earnie Shavers
Le testimonianze dei suoi avversari sono innumerevoli e valgono più di mille ragionamenti: “Se ci fosse qualcuno che colpisce più forte di Shavers gli sparerei. Earnie può colpirti al collo e romperti una caviglia” (Cobb), “Earnie mi ha colpito più duramente di qualsiasi altro pugile, compreso Mike Tyson” (Holmes), “Earnie mi ha colpito così forte che lo hanno sentito i miei parenti in Africa” (Ali).
Il Potere Distruttivo di Altri Grandi Picchiatori
Provvisto di una struttura muscolare clamorosa, il pugile inglese si costruì fama di autentico killer nella categoria dei cruiser. Con il suo atteggiamento attendista costringeva l’avversario a venirgli incontro per poi fulminarlo con fendenti improvvisi. 26 delle sue 28 vittorie sono giunte prima del limite, 18 nelle prime tre riprese. Inutile sottolineare che si tratta di cifre da capogiro! Appartenente alla categoria degli esplosivi longilinei, Foster faceva scattare le sottili braccia come fossero delle fruste, spegnendo le lampadine anche a pugili dotati di conclamata solidità. A differenza di altri combattenti con caratteristiche simili alle sue, non perdeva esplosività col passare dei round e anche chi riusciva a “sopravvivergli” fino al giro di boa, non poteva sentirsi al sicuro. Autentica belva assetata di sangue, il distruttore oscuro investiva il rivale di turno con un’aggressività e una ferocia senza pari. Ogni colpo era caricato all’inverosimile, ogni azione eseguita con l’intento di chiudere il match: il risultato era un potere distruttivo spesso incontenibile. Il modo in cui nel 1990 annichilì il possente Iran Barkley alla prima ripresa lascia ancora oggi stupefatti.
La sua carriera fu stroncata sul più bello dal tragico epilogo della sfida tra bombardieri con Nigel Benn, ma fino a quel momento McClellan aveva fatto vedere abbastanza da farci definire la sua potenza un castigo di Dio. L’annientamento di Mugabi, quelli di Jackson, gli stessi atterramenti su Benn, scaraventato fuori dal ring, oltre all’inumana percentuale di KO, ci danno un’idea del potere mortifero dei suoi colpi. Protagonista immancabile di qualsiasi classifica dei grandi picchiatori che si rispetti, Jackson mise in cantiere una quantità spaventosa di KO mirabolanti. I video dei suoi highlights sono pieni zeppi di pugili che crollano al suolo come alberi abbattuti dal vento. Tale dote naturale impressionante gli permise spesso di venir fuori da situazioni complesse trovando il KO mentre era sotto ai punti. Un “Cobra” di nome e di fatto: Hearns partì dai pesi welter per arrivare sino ai pesi cruiser conservando l’innata capacità di spedire avversari al tappeto grazie a un’esplosività straripante. Incredibilmente, da dilettante Tommy non faceva male (appena una decina di KO in più di 160 match), ma non appena il suo fisico raggiunse piena maturazione, i suoi colpi divennero delle autentiche sassate.
Dal punto di vista tecnico Bailey non avrà avuto la metà del talento dei migliori superleggeri della storia, ma i suoi colpi erano dotati di un potenziale distruttivo paragonabile alla dinamite. Spesso troppo piantato sulle gambe e sprovvisto di un jab realmente efficace, poteva faticare a inquadrare l’avversario; se però quest’ultimo si faceva trovare dal suo radar, per lui era finita. Le “mani di pietra” del leggendario guerriero panamense hanno mandato nel panico guerrieri di più generazioni e in più categorie di peso. Se però da medio e ancor di più da welter Duran sapeva far molto male, da leggero era semplicemente devastante. Aiutato da una tecnica offensiva pregevole, alternava colpi al volto e alla figura producendo danni con ogni singolo fendente. L’immortale campione nicaraguense ha fatto faville in tre categorie ergendosi in ciascuna di esse sul tetto del mondo, ma è tra i superpiuma che ha costruito il regno più sfavillante, rendendo pienamente giustizia al soprannome di “Flaco Esplosivo”. Capace di infliggere colpi funesti con entrambe le mani, poteva trovare il KO con diretti, ganci o montanti, il che lo rendeva imprevedibile e ancor più letale. Ciò che lascia stupefatti della potenza dell’inglese di radici yemenite è il fatto che riuscisse a sfruttarla pur portando moltissimi dei suoi colpi mentre era in precario equilibrio. Capace di flettere il busto come un ballerino di limbo, Hamed faceva spesso partire le sue fucilate mentre sembrava sul punto di cadere. Per batterlo, il grande Barrera fu costretto a rinnegare la sua indole trasformandosi in attendista.
L'Età dell'Oro Americana degli Anni '80
Gli anni ’80 sono considerati da molti appassionati e storici della boxe come una vera e propria età dell’oro per il pugilato, in particolare negli Stati Uniti. Questo decennio ha visto emergere campioni iconici in quasi tutte le categorie di peso, con match memorabili trasmessi in diretta nazionale e seguiti da milioni di telespettatori. L’epoca è stata segnata da rivalità leggendarie, stili di combattimento spettacolari e una forte presenza mediatica.
Protagonisti Leggendari degli Anni '80
Sugar Ray Leonard, uno dei volti più riconoscibili degli anni ’80, ha portato eleganza e strategia sul ring. Dopo aver vinto l’oro olimpico nel 1976, ha dominato i pesi welter e medi con vittorie su pugili del calibro di Roberto Durán, Thomas Hearns e Marvin Hagler. La sua capacità di adattarsi a diversi stili lo rese uno dei pugili più completi della sua generazione.
Mike Tyson, alla fine del decennio, un giovane e spietato Mike Tyson esplose sulla scena, diventando il più giovane campione del mondo dei pesi massimi a soli 20 anni. Con il suo stile aggressivo e una potenza devastante, Tyson incarnava la ferocia pura del pugilato. Il suo stile implacabile, unito a una straordinaria resistenza fisica, gli permise di regnare per anni nella categoria. Il suo epico match del 1985 contro Thomas Hearns è considerato uno dei più spettacolari nella storia della boxe.
La Cultura e l'Eredità della Boxe Americana negli Anni '80
Gli anni ’80 furono anche un’epoca in cui la boxe americana godeva di grande visibilità mediatica. I match erano trasmessi su emittenti nazionali come HBO e ABC, e i pugili diventavano vere e proprie celebrità, apparendo in pubblicità, film e show televisivi.
La boxe negli anni ’80 rifletteva anche la cultura americana del tempo: edonismo, individualismo e spettacolo. Le entrate trionfali, i soprannomi memorabili e le interviste colorite contribuirono a creare un’aura mitica attorno ai pugili. Questo periodo vide anche l’ascesa del business sportivo moderno, con promozioni più aggressive e l’importanza crescente dei manager e dei promoter come Don King.
L’eredità lasciata dai pugili americani degli anni ’80 è immensa. I loro match vengono ancora analizzati, trasmessi e discussi. Hanno elevato il pugilato a livelli di popolarità che raramente sono stati eguagliati, e molti dei protagonisti di quell’epoca sono oggi membri della International Boxing Hall of Fame.
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