Francis Bacon: Pugile e Pittore dell'Anima Umana

Francis Bacon, celebre pittore britannico del XX secolo, nutriva un profondo amore per la boxe. Questo sport incarnava per lui la brutalità e la bellezza della condizione umana, temi che esplorava costantemente nella sua arte. Bacon era un assiduo frequentatore di palestre e match di pugilato, trovando ispirazione nell’energia fisica e nella violenza controllata dei combattimenti.

La Boxe nell'Arte: Una Metafora della Vita

La boxe, con la sua intensità, dinamismo e simbolismo, ha ispirato artisti di varie epoche, che hanno trovato nel pugilato una metafora della condizione umana e un soggetto ricco di drammaticità visiva. Dai dipinti antichi ai manifesti moderni, il pugilato è stato rappresentato in modi che riflettono le sfide, le passioni e i conflitti dell’esistenza. Le prime rappresentazioni della boxe nell’arte risalgono all’antica Grecia, dove il pugilato era una disciplina sportiva importante, parte dei giochi olimpici fin dal 688 a.C. Il celebre vaso di Panopoli, datato intorno al VI secolo a.C., rappresenta due pugili impegnati in un combattimento, circondati da spettatori. L’arte romana continuò questa tradizione, ma con un approccio più brutale, come dimostrano i mosaici e i rilievi che raffigurano i combattimenti nei ludi gladiatori.

Nel XIX secolo, la boxe cominciò a essere rappresentata in un contesto più romantico e narrativo. George Bellows, un artista americano, era affascinato dall’energia e dalla fisicità di questo sport. La sua serie di dipinti “Stag at Sharkey’s” raffigura un match di boxe clandestino in un club di New York. Thomas Eakins catturò la dignità e il coraggio dei pugili in una serie di opere. Il suo dipinto “Between Rounds” del 1898 raffigura un pugile seduto su uno sgabello tra un round e l’altro, stremato e pensieroso, mentre il suo allenatore gli sta dando indicazioni.

Il XX secolo vede una diversificazione delle rappresentazioni artistiche della boxe, che inizia a essere vista come una metafora delle lotte sociali e politiche. Jacob Lawrence utilizzò la boxe come simbolo della lotta per i diritti civili e l’emancipazione dei neri americani. Robert Riggs, con le sue litografie ispirate alla boxe, cattura non solo l’azione dei combattimenti ma anche l’ambiente intorno a essi: il fumo, il rumore, la tensione nervosa dei partecipanti.

Nel dopoguerra, la boxe entra anche nel mondo della Pop Art e del cinema, diventando un simbolo di resistenza e aspirazione. Andy Warhol, con la sua serie di ritratti di Muhammad Ali, trasforma il pugile in un’icona culturale. Nel cinema, film come Rocky (1976) di Sylvester Stallone hanno immortalato la boxe come una metafora del sogno americano. L’artista contemporaneo Ushio Shinohara crea le sue opere colpendo la tela con guantoni imbevuti di vernice, trasformando il combattimento in un atto creativo.

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Francis Bacon: L'Ossessione per la Presenza e il Caos

Francis Bacon, nato nel 1909 a Dublino da una famiglia di nobili origini britanniche, fu uno dei più grandi pittori del ventesimo secolo. La sua arte, spesso definita cubista, surrealista o espressionista, era nata come un’attività spontanea. Adorava i maestri come Diego Velasquez, Nicolas Poussin e Tiziano, ma poi faceva di testa propria. Dal secondo dopoguerra fino alla sua scomparsa nel 1992, Bacon fu venerato e criticato, con alcuni che vedevano nei suoi inquietanti dipinti una genialità inequivocabile e altri che provavano semplice repulsione. Margaret Thatcher si riferì a lui come “l’uomo che dipinge quei quadri orribili”.

Bacon rispondeva che tutto era frutto della mera ispirazione, senza significati nascosti dietro ai suoi mostri, le sue bocche digrignanti, i suoi personaggi deformati, le sue visioni infernali. Amava viaggiare, specialmente in Francia e Spagna, tanto da dedicare alcuni quadri allo spettacolo cruento della corrida, ma era a Londra che si sentiva realmente a casa. Fu in un alloggio modesto a South Kensington che creò l’ambiente ideale al suo dipingere: uno spazio ristretto, una stanza larga pochi metri e dal tetto spiovente, gli servì per più di trent’anni quale studio creativo. Nel 1998, otto anni dopo la morte dell’artista, l’intero studio fu rimosso dalla propria sede e trasferito a Dublino, nella galleria dublinese di Hugh Lane.

Michel Leiris, nel suo libro su Francis Bacon, identifica la "presenza" come la parola chiave per comprendere Bacon. La pittura di Bacon è un "percorso furioso per afferrare il reale e renderlo presente sulla tela", e le deformazioni nelle sue immagini sono il segno di questa lotta. Bacon inserisce elementi banali per collocare la rappresentazione nell’oggi.

L'approccio di Leiris supporta l'idea che Bacon dipinga la realtà così come la percepisce, senza filtri né edulcorazioni. Bacon dipinge certamente l’orrore, ma anche il caos. Il caos è il suo elemento, e questo, tramite specchi riflettenti, egli lo duplica, lo triplica. Duplica e triplica le espressioni facciali, frantumando persino il cubismo, dandogli una dignità umana.

Il caos è quello dello studio del pittore, nel quale egli pesca su un cumulo sbattuto a terra di volta in volta la foto che gli serve all’impronta per il prossimo quadro, ed è quello della vita degli uomini. Caos e caso. Nulla diventa davvero preordinato e nulla viene ordinato, e le foto - i veri bozzetti preparatori - vengono scelti per ciò che suscitano, non per ciò che significano. In un mondo senza senso, perlomeno apparente, tutto vale tutto, e l’arte della raffigurazione è costretta, dalla vita stessa, come è per tutti, a rappresentare il caos, il caso; e il tutto - non è una battuta - sempre a caso.

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Bacon dipinge sulla tela grezza, affrontando una superficie più dura da trattare, e dunque per imprimerla ci doveva essere più decisione, più slancio, bisognava essere costretti al combattimento, corpo a corpo. Bacon dipinge con slancio, con la credenza cieca nell’ispirazione.

Lo Studio di Bacon: Un Laboratorio di Caos Creativo

Lo studio di Bacon era un luogo d’ispirazione, riempito di tutto il materiale atto a suscitare l’estro creativo. Nei quadri di Bacon tutto nasce dal colore, tutto nasce dalle tonalità scure che demarcano i personaggi ritratti o riempiono i larghi fondali da cui le figure emergono. Nero, grigio, blu, viola e rosso erano i suoi colori preferiti, spezzati talvolta da un giallo accecante o un verde smeraldino. Il colore era l’impasto degli oli che contribuiva alla particolarità del suo stile.

Il pittore non faceva uso della tavolozza per creare i miscugli cromatici con cui poi tingere le tele: forse per vezzo creativo, forse per mancanza di regolare formazione accademica, Bacon testava i colori direttamente sulle superfici verticali del suo laboratorio, sulle pareti, sulla porta, persino sui mobili. Oltre ai colori, il laboratorio di Bacon custodiva una mole sorprendente di oggetti impiegati a fini pittorici, come spugne, bottiglie tagliate o brandelli di pantaloni per l’applicazione del colore sulla tela dei quadri. L’elemento più enigmatico dello studio di Bacon resta però il grande specchio posto su uno dei lati corti del laboratorio, uno strumento che allargava il campo visivo dell’artista a diverse prospettive.

L'Influenza della Boxe e di George Dyer

La relazione tra Bacon e la boxe si manifesta non solo nel suo amore per lo sport, ma anche nella rappresentazione della figura umana nei suoi dipinti. I personaggi di Bacon sono spesso raffigurati in pose contorte, con corpi deformati e volti segnati dalla sofferenza. Queste figure sembrano lottare contro un nemico invisibile, proprio come i pugili sul ring.

George Dyer, il giovane amante di Bacon, era un pugile. Il suo volto aveva in dote la tumefazione professionale che forse fece invaghire il pittore. C'è una spinta a medicarli e dal sospetto che altri colpi saranno inferti a quella figura, e proprio da noi. Si innamora di qualcuno che ha in sé i segni dei colpi di una vita. Nella pittura di Bacon ci sono un sacco di pugili suonati, alle corde, a pezzi, che non si presentano come tali, bensì in vesti affatto diverse. Bacon rappresenta la sconfitta fino all’osso, fino al midollo di bue dello scannamento al mattatoio della fine. Certi suoi meravigliosi e rossastri cani sono esseri di seconda scelta piegati dallo sforzo di essere cattivi a ogni costo, come i pugili.

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Il corpo di George Dyer, il modello preferito, è il ricettacolo degli impulsi più puri e anche più biechi; in tale modo molti di questi quadri esprimono l’amore, sempre ambivalente, sempre sospeso tra divinazione e repulsione, dell’artista verso il suo soggetto. Il rosso delle pareti, e della poltrona è come una lingua di lusinghe. Il rosso è il colore del sangue, del mestruo, della violenza eseguita, come è eseguito il ritratto, come è eseguita l’opera. Non si può scrivere un quadro, ma lo si esegue, come un compito, come un intervento chirurgico.

Bacon e l'Espressione del Dolore

Bacon ritrae visi perlopiù sfuggenti, maschere involte da altra carne, come se altra carne ricrescesse continuamente da ferite originarie, senza strappi e abrasioni e sangue. I personaggi di Bacon non concedono nulla, anche, alla fatica di lasciarsi andare. Le sue figure sono tese, a volte sanguinanti. Come nell’uomo azzurro che scrive, in mutande. Il quadro s’intitola Person writing reflecting in the mirror. Sembra appena uscito da una sauna, si è ficcato in una stanza-spogliatoio e si è messo a scrivere allo specchio, forse per guardarsi in quell’operazione di spoglio dell’interiorità che è la scrittura. E’ uno spogliarsi doppio, guardando il proprio doppio allo specchio del trucco. Alcuni fogli sono caduti, casuali e non visti, dal suo alacre lavorio, e sono macchiati di sangue. Che per lui scrivere sia come dipingere sembra chiaro: l’espressione artistica raffigura il dolore, lo espande, gonfiandolo ma tenendone la stessa quantità di atmosfere; quasi che non ce ne fosse mai abbastanza, nel mondo; quasi che per rappresentare il dolore e la violenza esse debbano essere enfatizzate in un espressionismo contorto, senza ali, che ci ributti tutti a terra, alla condizione di bestie anche se pensanti. Malpensanti, piuttosto.

I volti di Bacon sono carne messa ad arrostire, strato su strato, e però ne rimangono integri gli occhi. Il significato della visione ultima sta negli strumenti della visione. Ciò che rimane vivo in maniera lancinante sono gli occhi. Si ha l’impressione che il resto sia carne arrostita o addirittura marcia, decomposta, finita; e però la vita, ancor di più, per effetto paradosso, fluisce negli e dagli occhi. Un’anima contiene psicologia, vissuto, ma anche futuro in lontananza.

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