Abstract
Questa tesi si propone di riconsiderare il Judo nel suo ruolo educativo e, allo stesso tempo, di valorizzarlo, trovando riscontri sia nelle ricerche pedagogiche di G. M. Bertin sia in quelle psicologiche di A. Maslow. L’analisi delle ricerche di G. M. Bertin e di J. Kano, svolte in epoche e in contesti assolutamente diversi, mettono in luce la loro idea di educazione. Bertin, attingendo alla ricerca filosofica di A. Banfi, chiarisce che la realtà è problematica, poiché formata dall’integrazione, più o meno equilibrata, delle istanze soggettive e oggettive. L’obiettivo dell’educazione, sia per Kano sia per Bertin, è la trasmissione del senso del “dono” che, essendo fine a se stesso, non pretende contraccambi. Entrambi pensano all’educazione come il veicolo che combatte l’egocentrismo. I principi educativi che costituiscono le due pedagogie sono a loro volta in accordo: il principio di “razionalità” del Bertin si ricollega al “miglior impiego dell’energia” di Kano; il principio etico di Kano: “realizzare se stessi per progredire insieme“, a sua volta, si ricollega all’impegno etico del Bertin: “realizza te stesso realizzando gli altri“. Le ricerche di A. Maslow confermano che il processo di autorealizzazione rende, paradossalmente, le persone più autentiche, aperte al prossimo, meno interessate all’avere e più all’essere. L’educazione autentica deve dirigersi verso l’autorealizzazione personale. Il Judo, in conclusione, si propone come metodo educativo pluridimensionale, integra le diverse istanze dell’uomo (corpo, mente, emozioni, etica, estetica) contribuendo a formare individui pienamente autorealizzati.
Introduzione
Il judo, più di una semplice arte marziale, è una disciplina che affonda le sue radici nel Giappone del XIX secolo e che ha saputo evolversi e diffondersi in tutto il mondo, diventando uno sport olimpico e un efficace metodo di educazione fisica e morale. Questo articolo esplora la storia e lo sviluppo del judo nel Novecento, analizzandone le origini, i principi filosofici, le figure chiave e l'impatto sulla società.
L'Educazione e la Formazione dell'Uomo
I.1. L’uomo Postmoderno
L’ultimo scorcio del Novecento ha posto in luce sia l’enfasi che il tramonto del soggetto. In tale contesto, l’uomo vive l’opposizione tra: una sua espropriazione di valore, poiché si ritrova retrocesso nella figura di mero esecutore economico, operante, all’interno di un sistema strutturato “al” e “per” il dominio; e una sua valorizzazione come individuo che come singolo è :”cosciente della sua unicità e fragilità insieme“.
Nel postmoderno il pensiero diventa “debole”, rappresentativo della precarietà esistenziale, in contrapposizione al pensiero dell’epoca moderna, reso “forte” dalle sue certezze metafisico-scientifiche. Il capitalismo, caratterizzante la nostra società occidentale, ha permesso la liberazione dell’uomo sul piano intellettuale, sociale e politico, ma al tempo stesso ha costretto l’uomo in catene. rendendolo seguace di una dottrina fondata sull’egoismo.
Il timore si riversa contro la propria libertà; le decisioni individuali, infatti, comportano il rischio dell’insuccesso. Sbagliando siamo costretti ad assumerci la responsabilità che comporta la scelta; la sottomissione all’autorità diventa allora la speranza di esimersi dal rischio.
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Le multinazionali mediatiche della conoscenza mirano alla globalizzazione dei saperi e delle menti attraverso l’invasione dei consumi culturali. Pasolini, già negli anni settanta, vedeva l’omologazione come spauracchio e denunciava il nuovo totalitarismo come la forma più estrema di alienazione.
I.2. Il problematicismo di Bertin
Affrontare la realtà vuol dire quindi affrontarne la sua problematicità, attraverso un processo che può portare a diverse visioni integrative (tra soggettivo e oggettivo) e, purtroppo, anche a considerazioni alienanti. E’ il caso delle integrazioni egocentriche ed eterocentriche: in una troviamo una personalità alienata dall’avere, in cui l’istanza soggettiva ha annullato quella oggettiva, la cui vita è dedita a strumentalizzare e sfruttare tutto e tutti; l’altra è una personalità alienata dal dovere, che si annulla completamente nei dogmi, che non si scopre alla vita. La scelta integrativa, per Bertin, è l’unica “razionale”, la più auspicabile, poiché data dall’integrazione più ampia possibile delle istanze soggettive e oggettive, che non mira quindi alla deformazione o eliminazione delle antinomie. La personalità “razionale” accetta cioè le contraddizioni dell’esistenza, ma si impegna a risolverle sul piano stesso in cui insorgono. La razionalità non va intesa nel suo senso comune, ma come “ragione nuova”, definita “proteiforme” per specificarne l’opposizione a una sua interpretazione intellettualistica, inevitabilmente unilaterale e quindi dogmatica. La ragione proteiforme è complessa: comprende da un lato le istanze estetico-emotive e dall’altro quelle etico-intellettuali. Bertin la identifica nella categoria del demonismo e la definisce come un’energia bio-psichica che integra tutte le istanze dell’uomo.
I.3 Educare attraverso il movimento
Jigoro Kano, in linea con la tradizione orientale, propone la trasmissione di questa conoscenza attraverso il corpo, poiché è nell’azione che si rivela il senso dell’esistenza. Lo studio del Judo si qualifica come ricerca di unione armonica tra i gesti e una certa disposizione mentale, affina la percezione ad una sensibilità profonda attraverso cui imparare a guardare se stessi, gli altri e l’intera esistenza.
Le Origini del Judo
II.1. La Nascita del Judo
La storia del jūdō ed il jūdō stesso sono inseparabili dal fondatore, Jigorō Kanō. Nato nel 1860 in una famiglia agiata, nel 1877, sebbene in contrasto con le idee del padre al riguardo, entrò in contatto con il suo primo maestro Hachinosuke Fukuda della Tenshin Shin'yō-ryū tramite il "conciaossa" Teinosuke Yagi anch'egli un tempo jū-jutsuka della stessa ryū.
Nel febbraio 1882 Kanō affittò un alloggio nel tempio di Eishō, a Shitaya-kita, nel quartiere Umebori e fondò un proprio dōjō. Il Prof. Kanō riprese allora il termine "jūdō", che Terada Kan'emon, il quinto sōke della Kitō-ryū, aveva coniato quando aveva creato il proprio stile e fondato la sua scuola, la Jikishin-ryū. Lo stile venne conosciuto anche come "Kanō jū-jitsu" o "Kanō jū-dō", poi come "Kōdōkan jū-dō" o semplicemente "jū-dō" o "jūdō".
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Dagli inizi del Kōdōkan, Kanō creò una nuova, "scientifica", arte marziale selezionando le migliori tecniche delle scuole di jūjutsu. Inizialmente egli combinò azioni di lotta e tecniche di colpo ai punti vitali proprie della Tenshin Shin'yō-ryū con le tecniche di proiezione predilette dalla Kitō-ryū. Ma Kanō non limitò la sua ricerca alle sole tecniche di queste due scuole.
II.2. Le tre culture
Il Grand Slam di Tokyo 2023, che si svolgerà dal 2 al 3 dicembre al Metropolitan Gymnasium di Tokyo, rappresenta un punto di riferimento fondamentale nel calendario internazionale del judo. La partecipazione di 17 atleti italiani a questo evento è un segno della crescente forza e profondità del judo in Italia. Tuttavia, l’assenza di Assunta Scutto, Odette Giuffrida e Alice Bellandi nel settore femminile è sentita. Il judo, come arte marziale, sport da combattimento e metodo di difesa personale, ha le sue radici in Giappone, dove è stato fondato nel 1882 da Jigorō Kanō. Dal suo inizio, il judo ha enfatizzato l’importanza della crescita personale, dell’efficienza fisica e mentale e del mutuo rispetto. Il punto di svolta nella storia del judo si ebbe nel 1964, quando divenne una disciplina olimpica ai Giochi di Tokyo. L’espansione del judo al di fuori del Giappone nei primi anni del Novecento fu facilitata da commercianti e militari che viaggiavano in Europa e in altre regioni, portando con sé la conoscenza di questa disciplina. La storia del judo in Italia inizia ufficialmente nel 1905 con una dimostrazione di “lotta giapponese” alla Regia Marina, segnando l’inizio della diffusione di questa disciplina nel paese. Nei decenni successivi, il judo ha trovato terreno fertile in Italia, specialmente nel contesto militare. Parallelamente, il judo ha iniziato a diffondersi anche nella società civile, con la creazione dei primi club e federazioni. Il successo del judo in Italia si è manifestato anche attraverso i risultati ottenuti a livello internazionale.
Il contesto storico-politico
Il 1853 aveva segnato una data importante per il Giappone: il commodoro Matthew C. Perry, della Marina Militare degli Stati Uniti d'America, entra nella baia di Tokyo con una flotta di quattro navi da guerra (le cosiddette Navi Nere) consegnando a dei rappresentanti dello shogunato Tokugawa un messaggio col quale si chiedevano l'apertura dei porti e trattati commerciali. Il Giappone, che fino a quel momento aveva vissuto in completo isolamento dal resto del mondo (Sakoku), grazie alla Convenzione di Kanagawa, apre finalmente le frontiere agli stranieri. Dopo l'abdicazione dell'ultimo shogun Tokugawa Yoshinobu avvenuta nel 1867, il potere imperiale di fatto riacquisiva il controllo politico del Paese, e contestualmente alla Restaurazione Meiji, la promulgazione dell'editto del 1876 col quale si proibiva il porto del daishō decretava la scomparsa della casta dei samurai.
Vi furono importanti cambiamenti culturali nella vita dei giapponesi dovuti all'assorbimento della mentalità occidentale e naturalmente ciò provocò un rigetto di tutto ciò che apparteneva al passato, compresa la cultura guerriera che tanto aveva condizionato la vita del popolo durante il periodo feudale. Il jū-jutsu, essendo parte integrante di questa cultura, lentamente scomparve quasi del tutto. Inoltre, le arti marziali tradizionali vennero ignorate anche a causa della diffusione delle armi da fuoco e molti dei numerosi dōjō allora esistenti furono costretti a chiudere per mancanza di allievi; i pochi rimasti erano frequentati da ex-samurai lottatori professionisti pagati appunto per combattere (essendo il loro unico mezzo di sostentamento) e che talvolta venivano coinvolti in episodi di violenza o crimini. Questo influenzò ulteriormente il giudizio negativo del popolo nei confronti del jū-jutsu nel quale vedeva un'espressione di violenza e sopraffazione.
II.4. Il Judo come mezzo per raggiungere l’ autorealizzazione
Jigorō Kanō Shihan eliminò dal randori tutte le azioni di attacco armato e di colpo, che potevano portare al ferimento (talvolta grave) degli allievi: tali tecniche furono ordinate solo nei kata, in modo che si potesse praticarle senza pericoli. E infatti, una delle caratteristiche fondamentali del jūdō è la possibilità di effettuare una tecnica senza che i praticanti si feriscano. Ciò accade grazie alla concomitanza di diversi fattori quali l'abilità di uke nel cadere, la corretta applicazione della tecnica da parte di tori, e alla presenza del tatami che assorbe la caduta di uke. Nel combattimento reale, come può essere una situazione di pericolo contro un aggressore armato o non, una tecnica eseguita correttamente potrebbe provocare gravi menomazioni o finanche essere fatale. Difatti non bisogna mai dimenticare il retaggio marziale del jūdō: il Prof. Kanō studiò e approfondì le nage-waza della Kitō-ryū, le katame-waza e gli atemi-waza di Tenshin Shin'yō-ryū e costituì un suo personale sistema di educazione al combattimento efficace e gra.
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II.5. Le potenzialità nascoste: Kata e Randori
L’allenamento nel judo è un processo rigoroso e strutturato. La fase iniziale dell’allenamento si concentra sullo studio degli spostamenti di base e delle tecniche di caduta (ukemi), fondamentali per garantire la sicurezza durante la pratica. Successivamente, i judoka apprendono una varietà di tecniche di proiezione e controllo (waza), che sono la pietra angolare del judo. Queste tecniche includono movimenti che utilizzano l’equilibrio, la leva e la forza in modi che rispecchiano i principi di Seiryoku-Zeny. Il randori, o combattimento libero, è un aspetto cruciale dell’allenamento, dove i judoka mettono in pratica le tecniche in un contesto dinamico e non coreografato. Inoltre, lo studio del kata, una serie di forme prestabilite, è vitale per comprendere i principi fondamentali e la filosofia del judo.
La filosofia del Kōdōkan jūdō
Nel 1882 Jigorō Kanō era docente di inglese ed economia alla Gakushūin. Dotato di straordinarie capacità pedagogiche, intuì l'importanza dell'attività motoria e dell'addestramento al combattimento, se insegnati adeguatamente per lo sviluppo fisico ed intellettuale dei giovani. Jigorō Kanō Shihan eliminò dal randori tutte le azioni di attacco armato e di colpo, che potevano portare al ferimento (talvolta grave) degli allievi: tali tecniche furono ordinate solo nei kata, in modo che si potesse praticarle senza pericoli. E infatti, una delle caratteristiche fondamentali del jūdō è la possibilità di effettuare una tecnica senza che i praticanti si feriscano.
La filosofia del judo, concepita dal suo fondatore Jigorō Kanō, è profondamente radicata nei principi di “massimo uso efficiente dell’energia” (Seiryoku-Zeny) e “reciproca prosperità di sé e degli altri” (Jita-Kyoei). Il principio di Seiryoku-Zeny enfatizza l’importanza di utilizzare l’energia, sia fisica sia mentale, nel modo più efficace possibile. Jita-Kyoei, d’altra parte, si concentra sull’idea che il benessere personale è intrinsecamente legato al benessere degli altri. Insieme, questi principi forniscono una guida morale e etica non solo per l’allenamento di judo, ma anche per la vita al di fuori del dojo (sala di allenamento).
Il Judo nel Mondo
Le emigrazioni sono un fenomeno frequente e fondamentale per la storia dell’Umanità, dato che attraverso queste si sono create nazioni, si sono formate culture e sottoculture nei vari sistemi sociali nelle varie epoche ed hanno indicato la loro l’apertura o chiusura all’inclusione e all’integrazione socioculturale. Uno dei mezzi che ha portato alla creazione di una sottocultura è stato uno sport di combattimento, ovvero il ju-jitsu giapponese, la quale esportazione ha permesso la creazione del ju jitsu brasiliano e soprattutto la nascita del ceppo nippo-brasiliano.
Dal Giappone, terra nota per essere una cultura dalla struttura sociale molto conservatrice e restia all’integrazione sociale ampia nei confronti degli elementi provenienti da altre culture, dai primi anni del novecento in poi ci fu una emigrazione di ampio spettro verso il Brasile, visto il sovraffollamento e la sovrappopolazione del primo ed il bisogno del secondo di personale per la manodopera del caffè, una delle principali attività del suo sostentamento economico all’epoca.
Oltre alle migliorie alle tecniche agricole, l’incontro fra la cultura nipponica e brasiliana fu aiutata dall’esportazione e dalla diffusione da parte dei migranti giapponesi delle arti marziali come l’aikido e soprattutto il judo. Il judo, arte marziale inventata da Jigoro Kano dove l’obiettivo è di proiettare l’avversario al tappeto facendogli perdere o andare contro la sua stessa forza d’equilibrio ed eventualmente chiuderlo in una presa di sottomissione o vincere con l’atterramento su tutta la sua schiena detto ippon, fu esportato e rappresentato nel mondo da Mitsuyo Maeda e Soishiro Satake.
Maeda, conosciuto poi come “Conte Koma”, è stato uno dei fattori principali per la diffusione del judo in Brasile, arrivando nella landa sudamericana nel primo decennio del novecento e decidendo poi di rimanere per veicolare maggiormente l’espansione dell’arte marziale e renderla accessibile alle nuove generazioni nippo-brasiliane e ai brasiliani fino alla sua morte, avvenuta nel 1941.
Si racconta che il Maestro Koizumi scrisse questa poesia dopo l’incontro avuto con il Maestro Jigoro Kano. Il Maestro Gunji Koizumi, affettuosamente chiamato “G. K.”, uomo di immancabile cortesia, era considerato il Padre del Judo Britannico. Nacque in Giappone l’8 luglio 1885 e nel 1897, all’età di 12 anni, iniziò la formazione nell’arte del kenjutsu a scuola. Nel 1920, Jigoro Kano in viaggio per le Olimpiadi di Anversa, volle fermarsi a Londra in visita al “Budokwai” e dopo alcune discussioni i Maestri Koizumi e Tani, affascinati dalle finalità educative del Metodo Kano, decisero di aderire al Kodokan. Da allora in poi il judo entra a far parte dei programmi di insegnamento del “Budokwai” di Londra, sancendo di fatto la nascita del judo britannico (nel 1951, anno dei Primi Campionati Europei di Judo il Maestro Gunji Koizumi è graduato 7° Dan. Dalla Gran Bretagna alla Francia, per il judo, il passo fu assai breve, grazie alla volontà del Maestro Mikinosuke Kawaishi.
Nel 1946, con Moshé Feldenkrais, istituì la Federazione Francese di Judo, diventandone per molti anni il direttore tecnico. Feldenkrais da adolescente emigrò dall'Impero Russo in Palestina e studiò la fisica, specializzandosi in ingegneria cibernetica. Durante l'invasione tedesca di Parigi nel 1940, Feldenkrais si rifugia in Inghilterra, dove lavora per il Ministero della Marina Britannica.
III.1. Le capacità motorie
III.1.1. Le capacità organico-muscolari
III.1.2. Le capacità coordinative
III.2. L’apprendimento della tecnica del Judo
III.3. Lo sviluppo delle capacità motorie in relazione
III.4. La pratica del Judo nella prima età scolare
III.5. La programmazione dell’apprendimento nel Judo
Conclusioni
Il judo si propone come metodo educativo pluridimensionale, integra le diverse istanze dell’uomo (corpo, mente, emozioni, etica, estetica) contribuendo a formare individui pienamente autorealizzati. L'analisi delle ricerche di G.M. Bertin risulta molto vicina a quella della tradizione orientale a cui si accosta il pensiero di Kano. L’obiettivo dell’educazione, sia per Kano sia per Bertin, è la trasmissione del senso del “dono” che, essendo fine a se stesso, non pretende contraccambi. Entrambi pensano all’educazione come il veicolo che combatte l’egocentrismo. I principi educativi che costituiscono le due pedagogie sono a loro volta in accordo: il principio di “razionalità” del Bertin si ricollega al “miglior impiego dell’energia” di Kano; il principio etico di Kano: “realizzare se stessi per progredire insieme“, a sua volta, si ricollega all’impegno etico del Bertin: “realizza te stesso realizzando gli altri“. Le ricerche di A. Maslow confermano che il processo di autorealizzazione rende, paradossalmente, le persone più autentiche, aperte al prossimo, meno interessate all’avere e più all’essere. L’educazione autentica deve dirigersi verso l’autorealizzazione personale.
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