Primo Carnera: Ascesa, Trionfo e Declino di un Gigante del Pugilato

Primo Carnera, un nome legato indissolubilmente al pugilato italiano, è stato il primo pugile del nostro paese a fregiarsi del titolo di campione del mondo. La sua storia, intrisa di povertà, coraggio, ascesa e caduta, lo ha reso una leggenda dello sport.

La Nascita e l'Infanzia di un Gigante

Nato a Sequals, in Friuli, nel 1906, Primo Carnera si distinse fin da subito per le sue dimensioni fuori dal comune. Alla nascita, pesava circa 8 kg, un indizio di un possibile gigantismo, all'epoca non diagnosticabile con gli strumenti medici a disposizione. Alcuni medici hanno ipotizzato che Carnera soffrisse di acromegalia, una patologia causata dall'ipersecrezione dell'ormone della crescita.

La sua infanzia fu segnata dalla povertà. Con il padre soldato in guerra, la madre faticava a mantenere la famiglia, costringendo i fratelli Carnera a mendicare per le strade. La sua stazza gli permise di trovare lavoro come falegname. A soli 18 anni, Primo Carnera era alto 2.05 metri e pesava oltre 125 kg.

L'Emigrazione in Francia e l'Inizio della Carriera Pugilistica

La dura vita in Friuli spinse Carnera a emigrare in Francia. Lì, fu scritturato in un circo come uomo forzuto. Fu in questo contesto che il pugile veterano Paul Journée intravide il suo potenziale e gli propose una carriera nella boxe. Inizialmente riluttante, Carnera si convinse grazie all'insistenza di Journée, che lo presentò a Leon See, un promotore parigino. Così ebbe inizio la sua carriera pugilistica.

Uno Stile Inconfondibile e l'Ascesa negli Stati Uniti

Lo stile di boxe di Primo Carnera era tutt'altro che raffinato; era grezzo e basato sulla forza fisica. Tuttavia, possedeva un devastante gioco di pugni che lo rese famoso in Europa e lo proiettò ai vertici della disciplina. La sua promozione negli Stati Uniti lo trasformò in una miniera d'oro per chi controllava il mondo della boxe, all'epoca in mano alla mafia italo-americana.

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Grazie a un'abile propaganda, Carnera sostenne quasi 30 combattimenti in un solo anno. Alcuni di questi furono pilotati, con avversari di seconda categoria o corrotti per perdere contro il pugile italiano, diventato una star. Nonostante i sospetti della stampa sportiva, la reputazione di Carnera rimase solida fino al 1930, quando incontrò Jim Maloney.

Le differenze tra i due pugili erano evidenti: Carnera era potente ma sgraziato, mentre Maloney era tattico e preciso. Quest'ultimo prevalse, infliggendo a Carnera una sconfitta umiliante. Fu un momento cruciale, che lo costrinse a confrontarsi con la realtà di non essere imbattibile. Carnera tornò in Europa per migliorare la sua tecnica, ma la mancanza di avversari e allenatori preparati lo spinse a tornare negli Stati Uniti.

Il Titolo Mondiale e l'Esaltazione Fascista

Nei primi anni '30, Carnera era diventato un pugile più consapevole e tattico, pronto a sfidare il campione del mondo, il tedesco Max Schmeling. Tuttavia, per ragioni politiche, l'incontro fu ritenuto inopportuno, poiché Italia e Germania erano nazioni amiche.

La carriera "americana" di Carnera riprese a Miami, con la rivincita contro Maloney e un successivo combattimento contro Jack Sharkey, perso duramente. Nel 1933, la sua carriera fu segnata da una tragedia: durante un incontro con Ernie Schaaf, quest'ultimo morì a causa dei danni subiti in un precedente combattimento. Nonostante le polemiche e l'appellativo di "Assassino gigante", Carnera divenne lo sfidante designato al titolo mondiale contro Jack Sharkey.

Il 29 giugno 1933, a Long Island, Primo Carnera sconfisse Sharkey per KO al sesto round, diventando campione del mondo di boxe. Furono mesi di gloria nazionale, con il regime fascista che esaltò la sua forza fisica come esempio del trionfo del fascismo.

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Il Declino e il Tentativo di Riscossa

Il periodo d'oro di Carnera durò poco. Un anno dopo, perse il titolo contro Max Baer. Prima del ritiro definitivo, tentò di difendere i titoli in Sudamerica, senza successo. Fu dichiarato decaduto dal titolo di campione europeo e italiano per non averli difesi nei termini previsti.

Nel 1935, affrontò Joe Louis, uno dei pugili più forti di tutti i tempi, venendo sconfitto al sesto round. Gli fu diagnosticato il diabete e gli fu tolto un rene. Nel 1939, sposò Pina Kovacic, con cui ebbe due figli.

Il Cinema e gli Ultimi Anni

Ufficialmente fuori dal mondo della boxe, Carnera si dedicò al wrestling e al cinema, interpretando ruoli da forzuto in film di Hollywood e italiani. Sofferente di cirrosi epatica, tornò a Sequals, dove morì di cancro il 29 giugno 1967, lo stesso giorno in cui aveva conquistato il titolo mondiale.

La sua figura ha ispirato il film "Il colosso d'argilla" (1956).

Un Eroe dai Mille Volti

Primo Carnera è stato molto più di un pugile. È stato un simbolo di riscatto per gli emigrati italiani, un eroe popolare amato per la sua ingenuità e il suo cuore d'oro. Il fascismo lo ha sfruttato come simbolo della forza del regime, ma la sua storia è stata segnata anche da figure ambigue che lo hanno sedotto e abbandonato, riducendolo alla fame.

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La sua parabola, fatta di trionfi e sconfitte, lo ha reso una figura leggendaria, un gigante buono che ha saputo conquistare il mondo con la sua forza e la sua umanità.

Carnera Attore

Personaggio notissimo nel mondo del pugilato italiano dell'anteguerra, nel 1933 esordì a Hollywood come attore cinematografico, interpretando in seguito numerosi film di scarso rilievo, sia all'estero che in Italia, costretto dal suo fisico possente a dare vita sempre allo stesso personaggio del gigante buono e leale, difensore degli oppressi. In questa veste, Carnera incarnò anche il protagonista di un fumetto, il poliziotto italo-americano Dick Fulmine, nato nel 1938 dalla fantasia del disegnatore Carlo Cossio. Negli anni Cinquanta, Carnera ricomparve in alcuni film di argomento epico-mitologico, pur avendo ripreso la carriera sportiva.

Carnera e il Fascismo

Mentre diventava un vanto per tutti gli italiani emigrati in America, il fascismo si appropria della vittoria, trasformando Carnera e le sue imprese in uno veicolo di propaganda della nuova Italia che Mussolini sta credendo di plasmare. "Tutta Italia fascista et sportiva est orgogliosa che una camicia nera sia campione mondiale di pugilato": così recita il telegramma di congratulazioni firmato dal Duce. E, proprio sotto gli occhi del Duce e di fronte a cinquantacinquemila spettatori, raccolti a Piazza di Siena a Roma il 29 ottobre del 1933, il pugile italiano difende vittoriosamente il titolo contro lo spagnolo Paulino Uzcudun.

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