La storia e le regole della boxe femminile

Le donne che indossano i guanti hanno percorso un cammino lungo e non lineare, segnato da pregiudizi e stereotipi. Tuttavia, la determinazione e la passione di molte pioniere hanno aperto la strada al riconoscimento e alla crescita di questo sport.

Le origini e le prime pioniere

Maria Moroni è stata una delle prime figure chiave nella storia della boxe femminile italiana. Nel 1999, a 24 anni, dovette tesserarsi prima in Croazia e poi in America perché in Italia era ancora vista con sospetto e derisione. All'epoca non esisteva un movimento strutturato, né regole specifiche per la boxe femminile, ma Maria Moroni aveva un sogno: praticare questo sport a livello professionale.

Il 4 aprile 2001, un decreto ministeriale firmato dal ministro della Sanità Veronesi, su sollecitazione dell'allora ministra per le Pari opportunità Katia Bellillo, riconobbe ufficialmente la boxe femminile in Italia. A Maria Moroni venne consegnata la tessera numero 1 da Franco Falcinelli, l'ex CT passato alla guida della federazione. Maria Moroni aveva già combattuto due match da professionista all'estero e sarebbe diventata la prima donna pugile laureata in Giurisprudenza e la prima eletta nel consiglio federale. Oggi è giornalista e conduttrice TV.

Un altro esempio di pioniere è Elisabeth Stokes, sposata Wilkinson, la prima grande pugilatrice che combatté negli anni '20 del 1700, un'epoca in cui le donne erano viste unicamente come mogli e madri.

Stereotipi e pregiudizi

Imane Kaabour, antropologa, pugile dilettante e istruttrice, ha dedicato la sua tesi di laurea, intitolata "L'identità non esiste", agli stereotipi e ai cliché sulla donna e la boxe. Ha scritto che "il pugilato femminile si è rivelato uno strumento di emancipazione e anche un mezzo per portare alla luce un diverso orientamento sessuale".

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Kaabour ha inoltre evidenziato come le borse ricevute dalle professioniste per titoli di grande livello come WBA, WBO, WBC, IBF siano nettamente inferiori rispetto a quelle dei colleghi maschi, sottolineando che ci sono ancora molte sfide da affrontare e traguardi da raggiungere.

Maria Moroni ha spiegato come una donna pugile venga spesso immaginata come "greve e brutale", ma ha sottolineato che "se nasci mascolina è perché madre natura ti ha fatto mascolina, non perché pratichi la boxe. Se sei graziosa rimarrai graziosa anche se pratichi la boxe". Ha aggiunto che "non bisogna cadere nello stereotipo che la boxe faccia male alla donna, che la peggiori nei modi, che le faccia togliere la sua grazia e la sua femminilità".

Gianna Schelotto, saggista, psicoterapeuta, deputata e senatrice del PDS, intervenne sulla prima pagina del Corriere della sera nel dicembre del 1993, quando la federazione internazionale autorizzò per la prima volta i combattimenti tra donne. Schelotto sosteneva che questa "ventata di novità" era "il solito equivoco sull'eguaglianza e sulla parità fra l'uomo e la donna", aggiungendo che "la donna non ha bisogno di scontrarsi con un'altra donna per mostrare la propria forza".

L'evoluzione della boxe femminile

Nonostante le resistenze e i pregiudizi, la boxe femminile ha continuato a evolversi. Nel dicembre del 1993, la federazione internazionale autorizzò per la prima volta i combattimenti tra donne. La Federazione pugilistica britannica approvò la prima competizione di boxe femminile nel 1997. Il primo match doveva disputarsi tra due tredicenni, ma una delle ragazze si ritirò a causa dell'ostilità dei mass media. Dopo un mese si svolse un incontro tra le sedicenni Susan MacGregor e Joanne Cawthorne. L'International Boxing Association accettò le nuove regole per il pugilato femminile alla fine del XX secolo, approvando la prima Coppa Europea nel 1999 e il primo campionato mondiale nel 2001.

Il pugilato femminile apparve per la prima volta ai Giochi Olimpici del 1904 a Saint Louis come sport dimostrativo. La sua rinascita fu reintrodotta dalla Federazione pugilistica svedese, che sancì gli eventi per le donne nel 1988. Ai giochi olimpici di Londra del 2012 la legalizzazione giunse alla vigilia, una battaglia vinta grazie ad alcune pioniere, come Cathy “Cat” Davis, che nel 1977 fece causa alla NYSAC (New York State Athletic Commission) che, in quanto donna, non le voleva concedere la licenza per combattere sul ring.

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Oggi, il pugilato femminile è una disciplina riconosciuta a livello internazionale, con atlete che competono in diverse categorie di peso e che partecipano a importanti competizioni come i campionati mondiali e le Olimpiadi.

Le regole della boxe

Le regole della boxe femminile sono sostanzialmente le stesse della boxe maschile, con alcune modifiche per garantire la sicurezza delle atlete.

Negli incontri, due atlete si affrontano sul ring in un combattimento in cui si usano solo i pugni. Il match, a livello professionistico, si disputa su una distanza massima di 12 riprese della durata di 3 minuti ciascuna. Tra una ripresa e l'altra c'è un intervallo di 1 minuto, durante il quale i pugili sono assistiti, nei rispettivi angoli, dai loro secondi.

I colpi devono essere sempre portati al di sopra della cintura dell'avversario, mai al di sotto. Sono tassativamente vietati i pugni alla nuca, alle spalle e ai reni; non è consentito colpire con il palmo, il polso, il taglio o il dorso della mano, o con la testa, la spalla, l'avambraccio e il gomito. I pugni non possono essere portati ruotando prima completamente il corpo. L'avversario non può essere spinto, stretto o trattenuto; è vietato abbassare la testa al di sotto della sua cintura e, nel corpo a corpo, portarla sotto il suo mento.

Quando una pugile va al tappeto, l'avversaria non può più colpirla. L'arbitro è sul ring, a controllare lo svolgimento corretto del combattimento, coadiuvato da massimo 3 giudici di gara a bordo ring. La pugile a terra viene contata dall'arbitro: il conteggio dura da un minimo di 8 secondi a un massimo di 10, scaduti i quali, se l'atleta non si rialza, l'arbitro decreta la vittoria per KO. Il conteggio non può essere interrotto dal suono del gong che indica la fine della ripresa, a meno che non si tratti dell'ultimo round.

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Se le pugili arrivano entrambe alla fine dell'incontro, la vittoria è assegnata ai punti, in base ai cartellini compilati dai giudici al termine di ogni ripresa. Un match può concludersi per vittoria tecnica ai punti: quando, dopo l'inizio della 5a ripresa, l'aggravarsi di una ferita procurata da una testata non intenzionale non consente a uno dei pugili di continuare l'incontro, la vittoria viene assegnata al pugile ritenuto in quel momento in vantaggio. In caso di parità, si parla di pareggio tecnico, che viene assegnata anche se la sospensione per ferita è avvenuta prima della 5a ripresa. Si vince anche per fuori combattimento tecnico, quando l'arbitro ritiene che uno dei pugili non sia in grado di continuare l'incontro; per ferita, nei casi in cui la ferita sia stata procurata da colpi regolari; per squalifica o per abbandono dell'avversario, o per getto della spugna da parte dei secondi dello stesso. La testata intenzionale può comportare la squalifica - se chi l'ha subita non è in grado di continuare - oppure 2 punti di penalità. Un match può concludersi anche senza vincitore, quando i giudici assegnano un verdetto di parità.

Pugilato olimpico

Alle Olimpiadi il pugilato è riservato ai dilettanti, che disputano incontri di 4 riprese della durata di 2 minuti ciascuna, indossando casco protettivo e maglietta.

Pedana di gara

Il ring è una pedana quadrata recintata da 4 corde tese tra pali metallici. La pedana è di legno ed è coperta da un feltro sul quale poggia, a sua volta, un tappeto di tela forte. I lati del quadrato, all'interno delle corde, hanno un misura compresa 5,5- ,1 m tra i 5,5o e i 6,10 m. All'esterno delle corde deve rimanere un bordo di almeno 6o cm.

Abbigliamento

I guantoni sono di pelle morbida e liscia e hanno un'imbottitura sul dorso. Il peso varia a seconda delle categorie: fino ai welters pesano 227 g (8 once); dai superwelters ai massimi il peso è di 284 g (io once). Sotto i guantoni è consentito un bendaggio sulle mani, che deve lasciare scoperte le nocche. I pugili indossano calzoncini con sotto una cintura protettiva, calzini e scarpe leggere senza punta rinforzata.

La boxe come strumento di emancipazione

Il pugilato femminile non è solo uno sport, ma anche uno strumento di emancipazione e di empowerment per le donne. Come ha sottolineato Imane Kaabour, il pugilato può aiutare le donne a superare gli stereotipi di genere, a rafforzare la propria autostima e a trovare un proprio equilibrio psico-fisico.

Molte donne che praticano pugilato hanno subito violenze fisiche e psicologiche da parte di mariti, fidanzati, fratelli o padri e trovano in questo sport un modo per ribellarsi alla violenza e alla condizione di sottomissione in cui sono state relegate.

Attraverso la boxe, le donne possono scoprire il coraggio di guardarsi e riconoscersi come esseri umani in continua evoluzione, al di là delle etichette e dei pregiudizi.

Il futuro della boxe femminile

La boxe femminile ha ancora molte sfide da affrontare, ma il suo futuro appare promettente. Grazie alla determinazione delle atlete, al sostegno dei media e all'impegno delle federazioni sportive, questo sport sta guadagnando sempre più popolarità e riconoscimento.

È importante continuare a promuovere la boxe femminile, a combattere gli stereotipi di genere e a garantire alle atlete le stesse opportunità e gli stessi diritti dei loro colleghi maschi. Solo così potremo assistere alla piena realizzazione del potenziale di questo sport e delle donne che lo praticano.

Come ha affermato Giordana Sterlino, "nonostante l’incedente processo integrativo del genere femminile nelle attività tradizionalmente considerate maschili, risulta ancora oggi complicato parlare di boxe femminile in termini convincenti". Tuttavia, grazie alla passione e alla determinazione di molte donne, la boxe femminile sta diventando sempre più una realtà consolidata e riconosciuta.

Kickboxing: un'alternativa alla boxe

Negli anni '70, sia in Giappone che negli USA, si organizzavano combattimenti dove venivano fuse insieme le tecniche di pugno tipiche del pugilato con quelle di calcio del karate. Tale disciplina veniva chiamata Full Contact Karate. Nel 1974 si tenne a Los Angeles il primo Campionato del Mondo di “Full Contact Karate” e, in quegli stessi anni, le stesse persone che avevano organizzato il campionato a Los Angeles, fondarono la World Association of All Style Karate Organization (WAKO). Nel 1980, per distinguere tale disciplina dal Full Contact Karate, che non prevedeva calci sopra la cintura, si decise di adottare il termine kickboxing.

La kick boxing o kickboxing é uno sport da combattimento, derivato dall’unione del karate nipponico con il pugilato occidentale, che combina le tecniche di calcio, caratteristiche delle arti marziali orientali, ai colpi di pugno propri dello sport occidentale. Come la boxe, la kickboxing si contraddistingue per la molteplicità di scuole, tuttavia, negli ultimi anni, la federazione italiana F.I.K.B. (facente capo alla W.A.K.O.) è stata riconosciuta dal coni come federazione ufficiale nel panorama italiano. Nel panorama internazionale invece, la W.A.K.O., non ancora riconosciuta dal Comitato Olimpico, è riuscita a raggiungere il prestigioso traguardo di far parte del primo Torneo Mondiale di Arti Marziali e Sport da Combattimento che si è tenuto nel 2010 a Pechino. Tra i tanti sport che hanno preso parte alla manifestazione, erano presenti anche quelli di federazioni già riconosciute nel giro olimpico come quelle della Boxe, Taekwondo e Judo.

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