Il Metodo Bianchi rappresenta una peculiare evoluzione del Ju Jitsu, sviluppata in Italia dal Maestro Gino Bianchi a partire dagli anni '40. Questo sistema, pur affondando le sue radici nell'antica arte marziale giapponese, si distingue per un approccio didattico strutturato e per l'adattamento delle tecniche al contesto occidentale.
Le Origini: Il Maestro Gino Bianchi e l'Influenza Orientale
La storia del Metodo Bianchi è indissolubilmente legata alla figura del Maestro Gino Bianchi, nato nel 1914. Durante la Seconda Guerra Mondiale, in qualità di sottufficiale della Regia Marina Militare, Bianchi si trovò impegnato nel contingente italiano di stanza a Tien-Tsin, in Cina, all'epoca sotto occupazione giapponese. Fu qui che ebbe l'opportunità di entrare in contatto con il Ju Jitsu, rimanendo profondamente colpito dalla sua efficacia.
Affascinato da quest'arte marziale, Bianchi ne apprese le tecniche e i principi, maturando la decisione di divulgarla una volta rientrato in Italia. Tornato in patria nel 1946, e congedato dalla Marina, diede vita al "Metodo Bianchi", un programma di allenamento orientato alla difesa personale realistica.
La Diffusione del Metodo Bianchi in Italia
Il Maestro Bianchi dedicò la sua vita alla diffusione del Ju Jitsu in Italia, partendo dalla Liguria e poi estendendo la sua influenza in tutto il territorio nazionale. Insieme ai suoi primi allievi, si impegnò attivamente nella divulgazione del "Metodo Bianchi", contribuendo alla creazione di uno stile occidentale di Ju Jitsu.
Negli anni '50, venne fondata l'O.L.D.J. (Organizzazione Ligure per la Divulgazione del Jiu Jitsu), che nel 1960 fu sciolta per dare vita alla F.A.N.J. (Federazione Autonoma Nazionale Jiu Jitsu). La F.A.N.J., sotto la guida del Maestro Bianchi, ottenne importanti risultati, contribuendo in modo significativo alla crescita del Ju Jitsu in Italia.
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La Riorganizzazione del Metodo Bianchi ad opera del Maestro Orlandi
Dopo la scomparsa del Maestro Bianchi, avvenuta all'inizio degli anni '70, il "Metodo Bianchi" fu riorganizzato dal Maestro Rinaldo Orlandi. Il Maestro Orlandi suddivise le tecniche in 5 gruppi, denominati "Settori", ciascuno composto da 20 tecniche. Questa riorganizzazione aveva lo scopo di rendere il metodo più strutturato e didattico.
La Struttura del Metodo Bianchi: I Cinque Settori
Il Metodo Bianchi, così come riorganizzato dal Maestro Orlandi, si articola in cinque settori, ognuno dei quali si concentra su aspetti specifici del combattimento:
- Settore A: Azioni elementari che introducono alla conoscenza delle reazioni di un avversario. Questo settore si occupa dei controlli e dello sbilanciamento dell’avversario.
- Settore B: Raggruppa le proiezioni.
- Settore C: Azioni impostate sulle articolazioni dell'avversario: esse mirano alla conoscenza della resistenza al dolore. Comprende tecniche mirano allo studio degli effetti di compressione e torsione articolare (le cosiddette leve articolari).
- Settore D: Azioni impostate sul collo dell'avversario: esse mirano alla conoscenza della resistenza al dolore e della capacità di resistenza fisiologica agli effetti di strangolamenti e torsioni della cervicale. Si concentra sugli strangolamenti e sulle torsioni (mirando alla resa dell’avversario o allo sbilanciamento agendo sul collo).
- Settore E: Azioni che mirano alla proiezione dell'avversario unitamente alla realizzazione di prese sulle articolazioni e sul collo, in previsione dello studio dell'autodifesa. Consiste nelle tecniche che sono un sunto di quelle dei settori precedenti.
Ogni settore prevede venti tecniche differenti, per un totale di cento tecniche base. A queste si aggiungono i renraku, ovvero la possibilità di concatenare e abbinare tra loro diverse tecniche del metodo Bianchi.
Il Metodo Bianchi nella FIJLKAM
Attualmente, la FIJLKAM (Federazione Italiana Judo, Lotta, Karate e Arti Marziali), tramite l'AIJJ, è l'organizzazione che conta il maggior numero di praticanti di questo sistema. Tuttavia, in FIJLKAM non viene adottato l'intero Metodo Bianchi, ma solo determinate tecniche selezionate e ritenute sufficienti a fornire il bagaglio essenziale di questo metodo di jujitsu.
All'interno della FIJLKAM, il Metodo Bianchi è stato ulteriormente rivisto: sono state eliminate alcune tecniche e sono stati aggiunti i "Concatenamenti" (collegamento di una tecnica ad un'altra in seguito ad una reazione dell'avversario), rendendo più moderno il Metodo Bianchi.
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L'Autodifesa nel Metodo Bianchi
Un aspetto importante del Metodo Bianchi è la sua applicazione all'autodifesa. Il Ju Jitsu, in generale, offre un vasto bagaglio tecnico che comprende azioni utili sia nel combattimento a distanza (tecniche di parata e di percussione), sia nel corpo a corpo (proiezioni, leve articolari, strangolamenti), sia a terra.
Tuttavia, è importante sottolineare che l'autodifesa è un tema complesso e che non esiste un addestramento che possa replicare perfettamente una aggressione reale. L'elemento sorpresa, la differenza di stazza e di forza, e la paura possono influenzare significativamente l'esito di uno scontro.
Nonostante ciò, il Metodo Bianchi, con la sua enfasi sulla tecnica e sulla strategia, può fornire gli strumenti necessari per affrontare una situazione di pericolo. Inoltre, le radici filosofiche delle arti marziali, che promuovono la concentrazione, la consapevolezza e la liberazione dalla paura, possono contribuire a sviluppare la prontezza mentale necessaria per reagire efficacemente in caso di aggressione.
Il Ju Jitsu: Arte di Cedevolezza e Adattabilità
Il termine "Ju Jitsu" si traduce letteralmente come "arte gentile", "arte della cedevolezza" o "arte della flessibilità". Questa definizione riflette uno dei principi fondamentali di quest'arte marziale: il non opporre resistenza diretta alla forza dell'avversario, ma piuttosto sfruttarla a proprio vantaggio.
Il Ju Jitsu si basa sul detto giapponese "Hey yo shin kore do", che significa "Il morbido vince il duro". L'armonia e la grazia controllano la forza bruta, mentre la forza e la foga dell’avversario vanno sfruttate a proprio favore.
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Le Radici Storiche del Ju Jitsu
Le origini del Ju Jitsu sono antiche e complesse. Le prime forme di combattimento a mani nude in Giappone, come il Chikara-Kurabe (la prova di forza) e il Bu-Jutsu (l'arte del combattimento), risalgono a tempi remoti.
Nell'epoca feudale, il termine "Ju-Jitsu" veniva utilizzato per descrivere genericamente le forme di combattimento a mani nude praticate all'interno delle numerose Ryu (scuole di arti marziali) disseminate per il Giappone. Ogni Ryu custodiva gelosamente il proprio Densho (il libro o documento segreto), che veniva tramandato dal fondatore (Shodai o Soke) al discepolo migliore (Juku-Gashira).
I metodi di combattimento dei vari Ryu erano molteplici e davano ai seguaci della scuola la possibilità di specializzarsi nelle tecniche Toshunobu (difesa a mani nude con aggressore disarmato), in quelle Bukinobu (difesa a mani nude con aggressore armato) e nel Bugei (l'Arte del Combattimento utilizzando le Armi).
Il Ju Jitsu in Italia: I Primi Pionieri
La prima dimostrazione di "lotta giapponese" in Italia si tenne il 30 maggio 1908 a Roma. Due sottufficiali di Marina si esibirono in Villa Corsini, ripetendo la loro dimostrazione pochi giorni dopo nei giardini del Quirinale, alla presenza di re Vittorio Emanuele III.
Nel 1921, Carlo Oletti venne chiamato a dirigere i corsi di Ju Jitsu presso la Scuola Centrale Militare di Educazione Fisica a Roma. A Carlo Oletti si deve l'inizio della diffusione organica del Ju Jitsu, che in seguito venne identificato con la denominazione di Judo.
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