Pugile americano morto sparato nome: Una storia di redenzione e tragedia

La storia del pugile americano morto il 21 marzo è una di contrasti: un uomo dalla forza devastante sul ring, ma allo stesso tempo ironico, bonario e profondamente legato alla sua patria. La sua carriera, segnata da una sconfitta umiliante che ha quasi oscurato i suoi numerosi trionfi, è una testimonianza della sua resilienza e della sua capacità di reinventarsi.

Dagli esordi all'oro olimpico

George Foreman, soprannominato "Big George", incarnava l'immagine del campione americano. A dispetto dell’impressionante violenza con cui ha annichilito grandissimi campioni, George Foreman era un uomo ironico, bonario e innamorato del proprio paese, che considerava in primo luogo una promessa. Questo patriottismo lo spinse a sventolare con orgoglio la bandiera a stelle e strisce dopo aver vinto la medaglia d'oro alle Olimpiadi del 1968, un gesto che contrastava con le proteste di Tommie Smith e John Carlos.

Big George era in realtà indifferente ai grandi mutamenti sociali, culturali e politici di quegli anni, e sembrava che Bob Dylan non avesse mai cantato The times they are a changing: l’America rappresentava per lui la celebrazione delle potenzialità di ogni singolo individuo, e l’emancipazione era affidata alla terrificante potenza che sprigionava sul ring.

La disfatta a Kinshasa contro Muhammad Ali

Il momento più basso della sua carriera fu l'incontro con Muhammad Ali a Kinshasa nel 1974. Ali, consapevole della forza di Foreman, lo affrontò con una strategia psicologica geniale. Cominciò ad allenarsi nelle strade di Kinshasa con decine di bambini che lo inseguivano ritmando il suo nome, candidandosi come campione dei neri in opposizione a Foreman, dipinto come rappresentante dell’America colonialista e ipocrita: dopo aver rigettato il nome da schiavo Cassius Clay era venuto per riprendersi il titolo da un usurpatore yankee che proveniva dal Texas più retrivo e razzista.

Sul ring Ali continuò l’opera di demolizione psicologica, incitando il pubblico a gridare Boma Ye / uccidilo, e reagendo con scherno ai colpi di Foreman: “Come on George, show me something. Can’t you fight harder? That ain’t hard. I thought you was the champion. I thought you had punches”. Ali, più agile e scaltro, resistette agli attacchi di Foreman fino a quando quest'ultimo crollò esausto, perdendo l'incontro e il titolo.

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La rinascita e la fede

Dopo la sconfitta, Foreman cadde in una profonda depressione. Trovò la forza di risorgere nella fede, abbandonando l'immagine di uomo violento e implacabile. Da allora il mondo ha conosciuto un George Foreman gioviale e ottimista, che non ha mai dimenticato di esser cresciuto nella miseria e ha continuato a interpretare la promessa americana in tutte le contraddizioni: mentre diventava un reverendo apprezzato per i sermoni sul perdono e l’amore fraterno, ha guadagnato miliardi lanciando una linea di griglie per le bistecche.

Nel 1994, all'età di 45 anni, riconquistò il titolo mondiale, dimostrando una volta ancora la sua incredibile determinazione. “Ho sconfitto un pugile che poteva essere mio figlio”, disse di Michael Moorer, ma ormai la boxe rappresentava soltanto un elemento di una vita straordinaria: nel momento più buio aveva scoperto la fede e gettato alle ortiche il modello di uomo da temere per l’implacabilità della sua violenza e cattiveria. E’ questa rivoluzione interiore che lo differenzia da campioni quali Sonny Liston e Mike Tyson, rimasti aggrovigliati a quell’immagine e condannati ineluttabilmente alla tragedia.

Vita privata e eredità

Foreman sposò cinque donne e ebbe dodici figli, dando il suo stesso nome ai cinque maschi. Ha sempre ritenuto che il proprio paese fosse il luogo dell’epica contemporanea, e che le battaglie sul ring non fossero diverse da quelle che in America si combattono quotidianamente.

La sua storia è un esempio di come sia possibile superare le difficoltà e reinventarsi, trovando un nuovo scopo nella vita.

Altri pugili tragicamente scomparsi

La storia del pugilato è costellata di figure leggendarie, ma anche di tragedie. Alcuni pugili, come Sonny Liston ed Emile Griffith, hanno avuto un destino segnato da eventi drammatici.

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Sonny Liston: mistero e mafia

La vita di Sonny Liston, altro grande campione dei pesi massimi, fu avvolta nel mistero e segnata da presunti legami con la mafia. La sua vita è sempre stato un “giallo”, un mistero la sua vera data di nascita- addirittura nel 1927, secondo un certificato carcerario, un mistero dove sia nato, forse in qualche capanna dell’Arkansas, un mistero il suo vero nome e un mistero anche la sua morte. Non è certa neanche la data, ufficialmente morì il 30 dicembre, ma poteva essere avvenuta anche il 29 dicembre 1970.

Il suo corpo fu trovato nella villa di Las Vegas Il 5 gennaio 1971, da giorni sua moglie, l’amata Geraldine cercava di contattarlo. Il “Grande Orso” era disteso sul pavimento, senza vita: l’autopsia stabilisce che l’ex campione dei massimi è morto di overdose, nel suo sangue vi sono tracce di morfina e codeina, prodotte dalla decomposizione dell’eroina nel corpo. Ma qualcosa non quadra: la moglie Geraldine e chi lo conosce sostengono che quell’uomo che non aveva paura di nulla, in realtà come i bambini aveva un sacro terrore delle punture, degli aghi.

Liston era diventato socio della Inter-Continental Promotions, ossia la società di Carbo che organizzava incontri di pugilato, compresi i due discussi incontri per il titolo mondiale dei pesi massimi tra Sonny Liston e Cassius Clay, alias Muhammad Alì. Si mormorava che Liston avesse diritto a una percentuale sui futuri incontri di Alì: dopo che a The Greatest fu tolto il titolo, a Liston spettarono poche migliaia di dollari, ma con il ritorno sul ring di Alì, la percentuale iniziò a crescere troppo e Liston stava diventando scomodo.

Emile Griffith: il dramma sul ring e l'accettazione di sé

Emile Griffith, campione del mondo in diverse categorie di peso, fu protagonista di un tragico episodio che segnò la sua vita. Era il 24 marzo 1962 e al Madison Square Garden di New York si disputava il match valido per il titolo dei pesi welter, tra Emile Griffith e il cubano Benny Paret, conosciuto come Kid, trasmesso in diretta televisiva dalla ABC. Era la terza sfida tra i due: Griffith aveva vinto il titolo contro Paret il primo aprile 1961 ma sei mesi più tardi era stato Paret a vincere.

Prima del loro terzo incontro, Paret insultò Griffith con epiteti omofobi, scatenando la sua rabbia. Dopo questa serie di colpi l’arbitro intervenne e Paret crollò a terra privo di sensi. Morì dieci giorni dopo al Roosevelt Hospital di Manhattan per le lesioni al cervello procuratesi durante l’incontro. La morte di Paret perseguitò Griffith per tutta la vita, e il pugile ammise di essersi trattenuto negli incontri successivi per paura di uccidere qualcun altro.

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Anni dopo, Griffith trovò il coraggio di parlare apertamente della sua omosessualità, diventando un simbolo per la comunità LGBTQ+. “Io uccido un uomo e molte persone lo capiscono e mi perdonano. Al contrario, io amo un uomo e per così tanti questo è un crimine imperdonabile. Mi rende una persona cattiva. E così, anche se non sono stato in prigione, sono rimasto in cella per quasi tutta la mia vita”.

Marvin Hagler: la forza nella danza

Marvin Hagler, soprannominato "Marvelous", fu uno dei più grandi pesi medi della storia del pugilato. La sua carriera è costellata di incontri epici, come quello contro Thomas Hearns nel 1985, considerato uno dei più grandi di tutti i tempi.

«Oggi purtroppo il mio amato marito Marvelous Marvin è morto nella sua casa nel New Hampshire. La nostra famiglia vi chiede di rispettare la nostra privacy in questo momento difficile.

Rimase imbattuto per sette anni, dal 1980 al 1987, con 12 difese del titolo. In quindici stagioni sul ring solo tre sconfitte, di cui avrebbe portato per sempre le cicatrici sulle sopracciglia. Non ha mai evitato un rivale. È andato lui stesso a cercarli quando questo serviva per fare capire al mondo il suo valore (Briscoe, Monroe, Watts, Hart), ha accettato di misurarsi con i migliori quando era campione (Hamsho, Hearns, Mugabi, Duran). Ha sempre combattuto, come lui stesso ha più volte ricordato, da sfidante. Anche quando era campione.

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