Sandro Mazzinghi, pugile italiano di Pontedera, è stato un'icona dello sport negli anni '60, capace di infiammare le folle e di incarnare lo spirito di un'Italia che si risollevava dopo le difficoltà della guerra. La sua storia è un mix di trionfi sportivi, drammi personali e un legame indissolubile con la sua terra d'origine.
Gli Inizi e l'Influenza del Fratello Guido
Nato a Pontedera il 3 ottobre 1938, in via Roma, proprio di fronte all'ospedale Lotti, Sandro crebbe in un contesto umile, segnato dalle privazioni della Seconda Guerra Mondiale. Fin da giovane, dimostrò una grande passione per lo sport, in particolare per il ciclismo, ma la sua strada cambiò grazie all'influenza del fratello maggiore, Guido. Guido, pugile affermato, campione italiano e medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Helsinki nel 1952, introdusse Sandro al mondo della boxe, inizialmente all'insaputa della madre, contraria a vedere entrambi i figli impegnati in uno sport così duro.
Il primissimo maestro di Sandro fu Alfiero Conti, uomo all'antica che, dopo una giornata di lavoro, si dedicava alla palestra. Fu proprio Conti a intuire il potenziale di Sandro, incoraggiandolo a insistere e profetizzandogli un futuro da campione del mondo.
L'Ascesa nel Mondo del Pugilato
Dopo una breve esperienza da dilettante, Sandro passò al professionismo, dimostrando fin da subito un talento naturale e una grande determinazione. Negli anni '60, la boxe era uno sport molto popolare in Italia, e Mazzinghi, con il suo stile aggressivo e spettacolare, divenne rapidamente uno dei beniamini del pubblico.
La grande occasione si presentò nel 1963, quando, a soli 25 anni, ebbe la possibilità di combattere per il titolo mondiale dei pesi superwelter, una nuova categoria di peso ufficializzata a livello mondiale.
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La Conquista del Titolo Mondiale contro Ralph Dupas
Il 7 settembre 1963, al Vigorelli di Milano, Sandro Mazzinghi realizzò il suo sogno, sconfiggendo l'americano Ralph Dupas per KO alla nona ripresa. L'incontro fu un vero e proprio trionfo per il pugile di Pontedera, che divenne il quarto italiano a conquistare un titolo mondiale, dopo Carnera, D'Agata e Loi.
La vittoria contro Dupas proiettò Mazzinghi nell'olimpo del pugilato mondiale, facendolo diventare un eroe nazionale. Al suo ritorno a Pontedera, fu accolto da una folla festante, sfilando per le vie della città a bordo di una cabriolet scoperta.
Pochi mesi dopo, Mazzinghi si confermò campione del mondo, sconfiggendo nuovamente Dupas per KO.
La Tragica Scomparsa della Moglie e la Rivalità con Benvenuti
Il 1965 fu un anno difficile per Mazzinghi. Oltre ai problemi fisici dovuti a un incidente stradale, il pugile dovette affrontare la tragica scomparsa della giovane moglie Vera, morta nello stesso incidente. Questo evento lo segnò profondamente, ma non lo fermò.
Sulla via del suo ritorno, oltre che della sua rinascita, Sandro Mazzinghi trova il nome e la storia di Nino Benvenuti. Uno stile agli antipodi, un modo differente di concepire la battaglia, di muoversi, di portare i colpi. In questo periodo nacque una grande rivalità con un altro pugile italiano, Nino Benvenuti, che culminò in due incontri epici, nel 1965 e nel 1969.
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Il primo match, disputato il 18 giugno 1965, vide la vittoria di Benvenuti per KO alla sesta ripresa. Mazzinghi non era in perfette condizioni fisiche a causa dei postumi dell'incidente, ma diede comunque battaglia, dimostrando il suo spirito combattivo.
La seconda volta, per la rivincita, al Palazzo dell’Eur, a Roma. E’ in entrambi i casi la veemenza di Mazzinghi a fare il match, con la premessa che vanno in scena innanzitutto due profili caratteriali agli antipodi, sotto gli occhi di un’Italia divisa dal tifo e dal gradimento verso quello dei due che meglio rispecchia l’indole di coloro che lo scelgono come beniamino. Apollineo Benvenuti, nel profilo e nella strategia, razionalità infusa nella consueta condizione fulgida; dionisiaco Mazzinghi, nel suo voler trascinare il confronto nella persistenza della lotta, sulle ali di una furia che prepondera sulla sua stessa condizione atletica, visto che quando arriva la data del primo confronto non ha, forse, smaltito del tutto i postumi dell’incidente che gli aveva portato via mezza vita. Solo mezza? A rispondere potrebbe essere soltanto il grande cuore di Sandro, che nel mezzo della sesta ripresa lascia aperto lo spiraglio per il bacio che il guanto di Benvenuti gli stampa sulla punta del mento. Le luci di San Siro restano accese soltanto per il triestino, a Mazzinghi resta il tempo delle recriminazioni sulla data del match, arrivato troppo presto per la tabella di marcia del suo recupero definitivo. Se la prima volta aveva avuto di che lamentarsi per la tempistica, alla fine del secondo confronto, durissimo e protrattosi fino all’ultimo, avrà di che maledire per il resto della vita i criteri dei giudici, i loro cartellini, il punteggio soltanto alla fine sbilanciatosi verso Benvenuti. E soltanto da anziani, ottuagenari, è possibile dire che abbiano sepolto definitivamente l’ascia di guerra dei loro botta e risposta: a onor del vero bisogna precisare che è sempre stato Mazzinghi a soffiare sul fuoco della polemica, addirittura anche dopo un pranzo nella sua tenuta con Nino Benvenuti ospite d’onore; a onor del medesimo vero è impossibile non riconoscere all’uomo di Pontedera perlomeno una parte di ragione.
La Riconquista del Titolo contro Ki-Soo Kim
Dopo la sconfitta con Benvenuti, Mazzinghi non si diede per vinto e continuò a combattere con la stessa grinta di sempre. Nel 1968, ebbe l'opportunità di riconquistare il titolo mondiale dei pesi superwelter contro il coreano Ki-Soo Kim, che aveva sconfitto Benvenuti.
L'incontro, disputato il 26 maggio 1968 allo stadio San Siro di Milano, fu uno dei più emozionanti e combattuti della storia del pugilato italiano. Davanti a 60.000 spettatori, Mazzinghi diede vita a una prestazione straordinaria, dimostrando ancora una volta il suo coraggio e la sua determinazione.
Non c’erano di mezzo né il Milan né l’Inter, quel pomeriggio di fine maggio, a San Siro; eppure Milano traboccava di passione, oltre che di orgoglio: sessantamila tifosi che ora acclamavano, ora sospendevano il respiro, in un crescendo di sensazioni buone, forti della convinzione che in loro stava, inesorabilmente, trasfondendo l’uomo che portava in scena, sotto il cielo aperto della città, il suo ennesimo canto dell’anima. Proprio come un blues, certo, eccezionalmente germogliato nelle campagne intorno a Pontedera, in un rione chiamato “Belladimai”, che nessuno riuscì mai a capire se fosse più poetico o più malinconico. Milano, non unica a farlo ma sempre più chioccia col suo clamore e con la sua vicinanza appassionata, lo aveva adottato. Lui le aveva offerto un esempio di italiano nel quale riconoscersi, per la sua determinazione, la sua ostinazione, la capacità di rialzare la testa dopo i colpi più duri: quelli che riserva la sorte, fuori dal quadrato. Aveva capelli cortissimi, il coreano: ispidi e pungenti come penne d’istrice; ogni volta che veniva avanti abbassando la testa era come se sugli zigomi di Sandro, o sulla sua fronte, si appoggiasse una spugna metallica. Ed era un campione, il coreano, per il titolo che deteneva e per come stava conducendo la sua battaglia, inesorabilmente: ciò che incassava, restituiva, appena poteva; tattico e mobile, potente nell’offensiva. Ma la confidenza di Sandro col dolore avanzava un passo alla volta in territorio nemico; i taccuini dei giudici si riempivano delle stesse stimmate che i guanti dell’uomo di Pontedera, non più ragazzo e con alle spalle la propria linea d’ombra, lasciavano sul volto di Ki-Soo Kim, sul torace, battendo chiodi sulla milza, aghi nel fegato. Si era sobbarcato ogni tipo di privazione, pur di riprendersi la corona: si era scordato la pastasciutta, il pane bianco, il bicchiere di quel vino che molti anni dopo avrebbe imparato a produrre. Tanta carne ai ferri, che da bambino mai avrebbe pensato potesse simboleggiare una privazione, un sacrificio; tanta corsa in anticipo sullo spuntare del sole, sedute di sparring infinite, esercizi dei quali perdeva il conto. Era stato quello, il suo giro di boa? Di certo, battaglie simili non si lavano mai via del tutto, non se ne vanno da nessuna parte i colpi sopportati in attesa del varco utile a piazzare il montante che possa incontrare il mento, la mascella di chi si ha di fronte. A metà della terza ripresa era andato giù, il coreano, con l’aria di poterci anche restare: lo aveva poi destato il conteggio, restituendolo fino alla fine alla girandola dei colpi che si sarebbero somministrati a vicenda. Entrambi presagendo che non sarebbero stati più loro stessi, sul quadrato, nel modo in cui erano riusciti ad esserlo per tutte le riprese di quel confronto. E Milano incoronava il suo re, dopo che lo aveva già cinto di un affetto che, quello no, non sarebbe mai trascorso. Perché se ne vanno i titoli, si perdono prima o poi le cinture, si sfilano via dal corpo le doti più fulgide; ma l’amore del pubblico a cui il pugile ha consegnato se stesso, senza risparmiarsi nemmeno un secondo, resta inciso nel marmo della gratitudine. Ed è difficile anche soltanto immaginarlo, lo stadio di San Siro, oggi, che si riempie per un incontro di boxe allo stesso modo che per un derby o una partita contro la Juventus. Ma quel 26 maggio del 1968 non poteva che andare così, al botteghino come nelle case di milioni di italiani che con trepidazione soffiavano alle spalle di Sandro Mazzinghi, l’uomo e l’atleta che non aveva fatto altro che rimanere fedele a se stesso, alla propria fatica e al proprio, irriducibile, modo di essere, di stare al mondo, che era già un modo di combattere.
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Mazzinghi vinse l'incontro ai punti, riconquistando il titolo mondiale e dimostrando di essere ancora uno dei migliori pugili al mondo.
Il Declino e il Ritiro
Dopo la vittoria contro Kim, Mazzinghi combatté ancora alcuni incontri, ma il peso degli anni e degli infortuni cominciò a farsi sentire. Nell'ottobre del 1968, affrontò l'americano Freddie Little, ma l'incontro fu interrotto a causa di una ferita al sopracciglio destro di Mazzinghi, causata da una testata involontaria dell'avversario. L'arbitro squalificò Little, ma la decisione fu poi annullata e l'incontro fu dichiarato "no contest".
Sfiduciato e amareggiato, Sandro Mazzinghi decise di ritirarsi dal mondo della boxe.
La Vita Dopo il Pugilato
Dopo aver appeso i guantoni al chiodo, Mazzinghi si dedicò ad altre attività, dimostrando di essere un uomo versatile e pieno di risorse. Intraprese la carriera di cantante e scrittore, pubblicando anche la sua autobiografia, "Pugni amari".
Anche per questo, una volta appesi i guantoni, Sandro Mazzinghi i soldi li avrebbe sempre amministrati con profitto, a differenza di tanti suoi colleghi. Perché un giorno aveva accompagnato il fratello Guido, più grande di lui e pugile più che decente (Campione italiano, podio a Helsinki), ad assistere a una riunione di dilettanti. - Cosa me ne viene in tasca?
L'Eredità di Sandro Mazzinghi
Sandro Mazzinghi è stato uno dei più grandi pugili italiani di tutti i tempi, un'icona dello sport e un esempio di coraggio, determinazione e attaccamento alla propria terra. La sua storia è un patrimonio di valori che continua a ispirare le nuove generazioni.
A testimonianza del suo legame con Pontedera, la sua città natale gli ha intitolato una piazza, a 60 anni dalla sua conquista del titolo mondiale dei pesi medi junior.
Omaggio e Memoria
PONTEDERA. Al suo arrivo, la sala consiliare del Comune di Pontedera è gremita. I flash delle macchine fotografiche, le strette di mano, gli applausi. Un'ondata di calore emotivo che ricorda i giorni in cui la città festeggiava l'atleta più famoso d'Italia dopo vittorie epiche. Un tifoso speciale si avvicina. Ha con sé una foto, la toglie con delicatezza dall'involucro di cellophane: l'immagine in bianco e nero di un giovane pugile all'apice della carriera. Muscoli affilati, sguardo da tigre. Mazzinghi la autografò 45 anni fa. Il signor Guido Alfaioli, che la conserva gelosamente da allora, non ha resistito alla tentazione di una seconda firma. Sandro la prende tra le mani, la osserva per un attimo, sorride, vi scrive sopra il suo nome, di nuovo. Tanti amici, tanti colleghi, gente che ha provato sulla propria pelle la fatica delle riprese, l'adrenalina delle sfide, il brivido freddo di stare di fronte a un boxeur che studia le tue mosse per farti piegare le ginocchia. Ex pugili che con Sandro hanno fatto anche qualche round, quando il “Ciclone” era in allenamento e doveva scaldarsi un po', stando attento a non esagerare, a non andarci troppo pesante: le sventole vere erano in serbo per altri destinatari. C'è Alberto Brasca, presidente della Federazione Pugilistica Italiana. C'è Salvatore Sanzo, presidente del Coni Toscana. C'è Pino Ghirlanda, presidente del Comitato regionale toscano della Fpi. C'è Annamaria D'Agata, figlia del grande Mario. Il sindaco di Pontedera Simone Millozzi e l'assessore allo Sport Matteo Franconi fanno gli onori di casa. C'è la famiglia di Sandro: la moglie Marisa, i figli David e Simone, appassionati custodi della leggenda del padre. Una festa. Il 7 settembre di cinquant'anni fa, Sandro Mazzinghi conquistava il suo primo titolo mondiale, strappandolo all'americano Ralph Dupas. Il Paese, in quelle ore, scopriva un nuovo eroe. Pontedera accolse Sandro Mazzinghi come un re. Il campione a bordo di una cabriolet scura, in parata lungo corso Matteotti. Mezzo secolo dopo, l'eco di quell'euforia elettrica rivive di colpo. Un lungo applauso, Sandro fa il suo ingresso. Si guarda in giro, gli occhi da guerriero emozionati fino alla commozione. «Questa è una giornata speciale», dice il sindaco Millozzi, «per un uomo che ha portato il nome di questa città in cima alle vette più alte della gloria sportiva. E che ammiriamo profondamente: per i suoi meriti agonistici, per i valori che hanno sempre ispirato il suo percorso». Cita un passo da uno dei libri di Sandro, “Sul tetto del mondo”: parole dedicate al valore dell'amicizia, al carattere che ci vuole per rimettersi in piedi dopo sconfitte ingiuste, all'importanza di avere al proprio fianco persone che restano al tuo angolo anche quando i riflettori si spengono e i titoli sulle prime pagine svaniscono. Parole sagge, a volte amare, come i pugni che Mazzinghi ha dovuto talvolta incassare (i peggiori: i segni rimangono dentro). Ma è anche per questo che il pubblico ha voluto, e gli vuole, e gli vorrà sempre, un bene sconfinato. Perché il suo volto, la sua biografia, sono quelli di chi ha dovuto conquistarsi sempre tutto, senza sconti né compromessi, sul ring come fuori dal ring. La sala si fa buia, si proiettano spezzoni di magnifica boxe. Sandro contro Dupas: la vittoria per ko al primo match, la vittoria per ko alla rivincita, pochi mesi dopo. Sandro contro Ki-Soo Kim, a San Siro: due furie scatenate, spettatori in delirio per quella prova di sofferenza e coraggio. Sandro che abbraccia Guido, il fratello, l'insostituibile alleato, per festeggiare ogni trionfo. Un altro lungo applauso, al ritorno della luce. Parla Fabiano Angiolini, presidente dell'Accademia Pugilistica “Galilei-Mazzinghi”. Parla Ilvano Pacchini, ex pugile, oggi allenatore. Aneddoti di vite da combattimento, riflessi della Nobile Arte come si faceva un tempo. Andrea Bocelli, grande tifoso di Mazzinghi, telefona per un saluto improvvisato, e graditissimo. Pino Ghirlanda ha un regalo da consegnare: l'intera annata del '59 della rivista “Boxe Ring”, appositamente raccolta per Sandro. «Sta molto meglio in casa tua che in casa mia», gli dice Pino. “L'elemento più interessante di questa rassegna è stato il giovane Mazzinghi”, scriveva il cronista parlando dei campionati toscani appena conclusi. “Questo pugile farà strada”.
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