Il 25 febbraio 1964, Cassius Clay, un giovane pugile con una parlantina irrefrenabile e un talento straordinario, conquistò per la prima volta la corona di Campione del Mondo dei pesi massimi, sconfiggendo il campione in carica Sonny Liston. Questo evento segnò non solo un punto di svolta nella carriera di Clay, ma anche nella storia della boxe e, in un certo senso, nella cultura americana.
Un Giovane Talento Ribelle
Cassius Marcellus Clay Jr. nacque a Louisville, nel Kentucky, il 17 gennaio del 1942, in una famiglia umile ma non povera. La sua famiglia era umile ma non povera, per essere una famiglia di colore: mamma Odessa lavorava come domestica, mentre il padre dipingeva insegne e cartelloni; abbandonò velleità più artistiche per affogarle nell’alcool e nella violenza. Fin da piccolo, Cassius dimostrò una personalità vivace e un talento naturale per la boxe. La sua vocazione arriva presto, a 12 anni. Più precisamente in quel giorno del 1954 in cui gli rubarono la sua preziosa bici rossa, una Schwinn da 60 dollari, quel giorno in cui giurò vendetta al ladro e l’agente di polizia Joe Martin gli propose di allenarsi nella sua palestra per imparare a picchiare duro. Il giovane Clay qui si mostrò sorprendentemente disciplinato, motivato, portato. Quello che però risvegliò in lui un senso di riscatto, da portare avanti pugno dopo pugno con lealtà, attraverso lo sport, fu la fotografia di un ragazzino un anno più grande di lui, Emmett Till, steso in una bara con il volto sfigurato dalle botte e dalle torture dei bianchi. Fu per motivi analoghi che in seguito, dopo tanti trofei amatoriali vinti, gettò in acqua con spregio la medaglia ottenuta alle Olimpiadi di Roma del 1960, appena diciottenne.
Prima di affrontare Liston, Clay aveva già costruito un record impressionante di 19 incontri professionali vinti, di cui 15 per knockout.
L'Avversario: Sonny Liston, l'Incarnazione della Paura
Sonny Liston, l'avversario di Clay, era una figura imponente e intimidatoria. Sonny Liston aveva come sempre addosso la “tunica del carnefice”. Un lenzuolo bianco di spugna arrotolato sopra la nuca per farlo sembrare ancora più grosso. Non ne aveva bisogno, bastava guardarlo anche solo di sfuggita per cambiare strada nel malaugurato caso Sonny avesse voglia di cercar guai (non per lui). Aveva le mani talmente grandi che trovargli i guantoni era alquanto complicato, una volta stese un avversario con un jab sinistro, il suo colpo migliore, talmente forte che il malcapitato finito a terra non riuscì a togliersi il paradenti. Si era incastrato, era diventato tutt’uno con la sua faccia. Dovette intervenire la maxillofacciale che insieme al paradenti dovette estrargli anche sette denti. Conosciuto per la sua potenza devastante e il suo passato criminale, Liston incarnava la paura e la brutalità. Era considerato da molti invincibile, e pochi credevano che Clay avesse una possibilità contro di lui.
La Tattica della Provocazione
Clay, tuttavia, non si lasciò intimidire. Derideva Sonny, lo chiamava gorilla, lo prendeva in giro sul fatto che probabilmente non conoscesse tutte le lettere dell’alfabeto. Certamente ne usava poche, anche perché al contrario di Cassius non aveva granchè voglia di perder tempo a parlare. Dopo la cerimonia del peso, che si era svolta la mattina stessa dell’incontro, il dottor Robbins era incaricato dalla Federazione Americana di verificare i parametri dei pugili. Battito cardiaco, pressione del sangue eccetera. Quelli di Cassius erano totalmente fuori misura. “Questo ragazzo è terrorizzato, se i parametri non tornano sotto controllo non posso dare l’idoneità al match”, disse Robbins al collega Ferdie Pacheco, il fedelissimo medico che seguiva e seguirà il più grande per tutta la sua carriera. Troppo il divario tra i due, c’era chi scommetteva che Sonny l’avrebbe fatto a pezzi in meno di un round. Un trattamento simile a quello riservato a Floyd Patterson. Il dottor Pacheco si fece anche stampare una piantina della città di Miami per cercare il percorso più breve per l’ospedale più vicino. Il Convention Hall di Miami era mezzo vuoto. Su 15.744 biglietti ne erano stati venduti meno di 9.000. Essenzialmente per tre motivi. Troppo divario tra i due pugili, i biglietti costavano un sacco di soldi e spenderli per vederne uno a terra e poi all’ospedale in un round era francamente troppo. Secondo motivo: c’erano voci sempre più insistenti che Cassius avrebbe annunciato la sua adesione alla Nation of Islam e la cosa all’America bianca garbava assai poco. Poi c’era un motivo di ordine meteorologico perché su Miami si stava scatenando il classico uragano tropicale. Cassius al palazzo ci arrivò molto presto, voleva vedere sul ring il suo fratellino minore Rudy. Di pubblico ce n’era ancora pochissimo, poche centinaia di anime per quei match di sotto-clou che servono per tenere sveglia la gente in attesa dell’incontro principale. Rudy vinse ai punti ma Cassius lo vide più volte in difficoltà e, molto amareggiato, consigliò (ascoltato) al fratello di lasciar perdere con la boxe. Ma ora toccava a lui. Era considerato da tutti un chiacchierone, uno da non prendere troppo sul serio. Aveva vinto l’oro nei medio-massimi alle Olimpiadi di Roma nel 1960, sì, ma questa è roba diversa. Sonny Liston gli passerà sopra come un camion, era la sensazione di quasi tutti gli addetti ai lavori. Impossibile trovare un allibratore che accettasse una scommessa su Clay. Pochi minuti prima di salire sul ring nello spogliatoio di Cassius regnava il silenzio. Il dottor Pacheco aveva verificato che la pressione del sangue del suo ragazzo era tornata normale, il secondo storico, Angelo Dundee, lo curava amorevolmente come un padre. Entrò anche Malcom X che con la consueta prosopopea ricordò al giovane Cassius Marcellus che Allah lo guardava e stava all’angolo con lui e non con quel mostro di Sonny.
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L'Incontro a Miami: Un Trionfo Inaspettato
La sera del 25 febbraio 1964, al Convention Hall di Miami, l'atmosfera era carica di tensione. Calzoncini bianchi e righe rosse per lo sfidante, bianchi con righe nere per il campione. Ma ecco la prima chiave del match. Angelo Dundee era un artista non solo con le strategie di combattimento. Era anche un raffinatissimo conoscitore dei comportamenti umani. Quando l’arbitro Barney Felix chiamò i pugili al centro del ring per le classiche raccomandazioni (“non abbassate la testa, niente colpi bassi, non legate ecc”), Angelo prese la testa del suo ragazzo e guardandolo negli occhi gli disse: “stai dritto con le spalle, fagli vedere che sei più alto di lui. Che sei grosso quanto lui”. E così fece. Sonny cercò più volte di incrociargli lo sguardo per mettergli addosso ancor più terrore. Ma Cassius era più alto e per vedergli le pupille Sonny dovette alzarsi in punta di piedi.
Clay, con la sua agilità e velocità, sorprese Liston e il pubblico. Agile di gambe (di lui si disse: "Vola come una farfalla e punge come un'ape", per sottolineare la leggerezza dei suoi movimenti, coadiuvata da una tecnica sopraffina). Clay aveva preso in mano sorprendentemente il match, stava martellando l’occhio sinistro di Sonny regolarmente. Il campione schiumava rabbia, e pure un po’ della birra che aveva bevuto in eccesso fino al giorno prima confidando di sbrigare una pratica facile. Liston aveva tirato tre-quattro diretti che avrebbero ucciso un toro. Ma alcuni di questi erano andati fuori bersaglio. Cassius era talmente veloce che quando il cazzotto di Sonny partiva lui era già altrove. Alla terza ripresa Sonny si fece due domande. “Perché non l’ho ancora buttato giù? E perché se c’è uno che sanguina sul ring, quello sono io?”. Si arrivò fino alla leggenda della quarta ripresa, quella con i secondi di Liston che gli spalmano una pomata urticante sui guantoni per accecare Cassius. Che prese una serie di sventole che non lo mandarono al tappeto per miracolo ma che al tempo stesso esaurirono tutte le energie di Sonny.
Alla settima ripresa, Liston si rifiutò di continuare, adducendo un infortunio alla spalla. Rimase lì sullo sgabello, sputò il paradenti e urlo: “basta!”. I suoi secondi interpretarono quel “basta” come un scossone emotivo, come a dire: “basta, adesso lo metto al tappeto”. Invece era proprio un segnale di resa e quando gli ricacciarono in bocca il paradenti, l’ormai ex-campione lo sputò nuovamente sul ring. Vista la scena, Cassius capì tutto. Si alzò di scatto e iniziò a esultare come in preda ad una scossa emotiva irresistibile. Cassius Clay era il nuovo campione del mondo dei pesi massimi.
"Sono il Re del Mondo!"
“Sono il Re del Mondo!!!!”, urlò a squarciagola nella notte di Miami, mentre i bookmakers contavano i profitti per soldi che non avrebbero mai ridato a chi aveva puntato su Liston e i giornalisti si preparavano a scrivere un finale diverso della storia.
La vittoria di Clay fu una sorpresa per molti, ma fu anche una dimostrazione del suo talento, della sua determinazione e della sua fiducia in sé stesso.
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La Conversione all'Islam e il Cambio di Nome
Dopo poco più di una settimana, il 6 marzo, il leader della Nation of Islam Elijah Muhammad lo ribattezzò Muhammad Ali, perché si purificasse abbandonando il nome di battesimo, il suo “nome da schiavo”. Alì si convertì all'Islam all'indomani del successo cambiando il nome in Muhammad Alì. Questo cambio di nome rappresentò una svolta nella sua vita e nella sua carriera, segnando l'inizio di un nuovo capitolo all'insegna della fede e dell'impegno sociale.
Una Carriera Costellata di Successi e Controversie
Muhammad Ali continuò a dominare il mondo della boxe per molti anni, difendendo il titolo per otto volte e sconfiggendo alcuni dei più grandi pugili della storia. Dettenne il titolo mondiale dei pesi massimi dal 1964 al 1967, dal 1974 al 1978 e per un'ultima breve parentesi ancora nel 1978. Su 61 incontri disputati, vanta un record di 56 vittorie, 37 delle quali per KO. Ha perso per KO una sola volta. Mandò al tappeto Sonny Liston ancora nel 1965 prima di respingere gli assalti alla corona di Floyd Patterson, Zora Folley, Cleveland Williams, George Chuvalo, Brian London.
La sua carriera fu interrotta bruscamente nel 1967, quando si rifiutò di combattere in Vietnam. Nell’aprile del 1967, con l’infuriare della guerra del Vietnam, Ali si presentò per l’inserimento nelle forze armate statunitensi, ma rifiutò di servire la Patria facendo appello alla propria fede religiosa. Venne arrestato e la Commissione atletica dello Stato di New York gli sospese la licenza e gli revocò la cintura dei pesi massimi. Condannato per renitenza alla leva, riuscì a evitare la carcerazione ma fu bandito per tre anni dal mondo pugilistico, tempo che impiegò come attivista, girando in lungo e in largo i campus americani.
Nel 1971 tornò sul ring, nel 1973 le mitiche sfide con George Foreman. A 32 anni, nel 1974, fu organizzata un combattimento senza precedenti a Kinshasa, nello Zaire. Una spettacolarizzazione fuori dal comune per accompagnare la sfida di Ali a George Foreman, cui doveva strappare il titolo mondiale. Nel “Rumble in the Jungle” (questo il nome dell’evento), Ali si chiuse a guscio nella tecnica del “rope-a-dope”, appoggiandosi alle corde del ring e portando l’avversario all’esasperazione. Di fronte l'allora campione del mondo dei pesi massimi George Foreman contro Ali che sentì il tifo di un continente intero: ko all'ottava ripresa sotto gli occhi di centomila persone.
Gli Ultimi Anni: Una Leggenda Immortale
Nel 1981, dopo diversi canti del cigno, Ali si ritirò definitivamente con 56 vittorie, 5 sconfitte e 37 KO. Nel 1984 gli fu diagnosticata la sindrome di Parkinson (già aveva iniziato a soffrire di insufficienza renale), triste destino che accomuna moltissimi ex-pugili. Nonostante i limiti dovuti alla malattia ha poi viaggiato ovunque nel mondo: dall’Iraq, per negoziare il rilascio di ostaggi americani con Saddam Hussein nel 1990, all’Afghanistan nel 2002, come Messaggero di Pace delle Nazioni Unite.
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Parlava lentamente e balbettava: i primi sintomi del Parkinson. La malattia che lo ha accompgnato per il resto della sua vita facendone una icona quando apparse da tedoforo alle Olimpiadi di Atlanta del 1996. E' morto nella notte in un ospedale di Phoenix, in Arizona. Era stato in ospedale diverse volte negli ultimi anni. L'ultima nel gennaio 2015, per una grave infezione alle vie urinarie, sebbene in un primo momento gli fosse stata diagnosticata una polmonite. L'ultima apparizione pubblica lo scorso 9 aprile, quando aveva voluto partecipare alla 'Celebrity Fight Night' a Phoenix, una raccolta fondi a favore della ricerca contro il Parkinson. Sorretto per tutto il tempo e con il viso nascosto dietro un paio di occhiali scuri.
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