Introduzione
L'arte del combattimento nell'antica Grecia era una disciplina complessa e sfaccettata, che integrava l'istinto primordiale con la strategia raffinata e la profonda spiritualità. Dalla lotta corpo a corpo all'uso di armi sofisticate, i guerrieri greci si sono distinti per la loro abilità, il loro coraggio e la loro incessante ricerca della perfezione. Questo articolo esplora le diverse tecniche di combattimento e le armi utilizzate nell'antica Grecia, esaminando come queste pratiche abbiano plasmato la cultura e la società greca.
Dalla Sopravvivenza alla Conquista: L'Evoluzione del Combattimento
In principio, l'istinto di sopravvivenza guidava l'uomo a combattere con i pugni, a lottare, a mordere e a utilizzare qualsiasi strumento disponibile per sopraffare l'avversario. I motivi erano semplici: sopravvivenza e conquista. In un ambiente ostile, l'uomo si è affermato come dominatore grazie alla sua capacità di creare strumenti e affinare le proprie abilità di combattimento.
Dalla difesa del proprio status gerarchico all'interno di piccoli gruppi alla sfida di interi popoli, il combattimento si è evoluto in una scienza precisa, affinata nel crogiolo della creatività. L'uomo ha continuato a distinguersi per la sua capacità di creare armi sempre più letali e funzionali, sfruttando la scoperta e l'introduzione dei metalli.
Il Richiamo dell'Istinto: Oltre le Armi
Nonostante l'efficacia delle armi, l'uomo ha sempre sentito il richiamo dell'istinto, il desiderio di uno scontro diretto. L'obiettivo è cambiato: non più la sopravvivenza, ma la dimostrazione del proprio valore. Oltre alle armi esterne, l'uomo ha scoperto di possedere strumenti offensivi innestati nel proprio corpo, utilizzabili con le stesse logiche delle armi, ma con un contatto più diretto e personale.
Il corpo nudo, privo di armature e protezioni, diventa il campo di battaglia. Le uniche armi sono il coraggio e la mente. Come sempre, l'uomo ha semplificato per comprendere, costruendo campioni simili a eroi in tutte le civiltà.
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Le Discipline del Combattimento Greco: Lotta, Pugilato e Pancrazio
Sulle coste elleniche, sistemi codificati di pugni e lotta sono arrivati trasportati dalle onde del Mediterraneo. Come per ogni altra cosa, i Greci hanno trasformato la materia grezza in un'opera d'arte. Le tecniche di lotta e pugilato dell'Egitto, delle civiltà minoiche e micenee, e dell'Asia Minore si sono fatte sempre più raffinate ed efficaci.
La Lotta (Palé)
La lotta era il simbolo per eccellenza della forza e della virilità, associata all'ideale di Eracle. Ogni atleta sfidava sé stesso attraverso l'altro, seguendo gli insegnamenti del Mito. Le Olimpiadi erano la manifestazione di una spiritualità che partiva dalla carne del corpo e arrivava alle massime vette dell'anima. Virilità, potenza, onore e sacro si mescolavano a proiezioni, leve e strangolamenti. Orthe Palé e Kato Palé hanno subito una gestazione di secoli, affinandosi dall'istinto al combattimento, all'intelletto della sistematizzazione della tecnica, fino alla metafisica dello scontro.
La lotta (PALE) venne disciplinata per prima dalle istituzioni greche (XVIII° Olimpiade - 708 a.c.). Nella palestra si imparava prima di tutto a combattere. Nessuna regola, tutto era concesso. La testa usata come arma offensiva, la stessa guardia dei lottatori, tutto il corpo come bersaglio.
Il Pugilato (Pygmachia)
Il pugilato (o pigmachia) fu introdotto nelle Olimpiadi nel 688 a.C., con Teseo come eroe protettore. La leggenda lo vuole come il primo inventore di una competizione a base di pugni e resistenza estrema, in cui uno vinceva e l'altro moriva. Coraggio e valore erano le qualità fondamentali nel pugilato.
(PYX significa letteralmente “con il pugno”, da cui deriva, a mio avviso, l’inglese “box-ing”. Per la violenza dei colpi, l’incontro di pugilato veniva considerato anche come una guerra vera e propria, una “battaglia con i pugni”, per cui veniva chiamato anche PYGMACHIA.
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Il Pancrazio: L'Arte del Combattimento Totale
I Greci sentivano la necessità di ripristinare il concetto di combattimento istintivo e trasformarlo in combattimento integrale. Tutto doveva essere ammesso: l'atleta doveva padroneggiare lotta e pugilato, doveva essere sia Teseo che Ercole. Così nacque il Pancrazio, la quintessenza del combattimento totale, che entrò a far parte delle Olimpiadi a partire dal 648 a.C. I vincitori di questa gara erano talmente importanti da dare il nome stesso ai Giochi appena svolti. La sacralità della loro vittoria all'interno di una manifestazione di questo genere li faceva diventare letteralmente dei in terra.
Il termine pancrazio deriva dal greco antico, Pàle, e che vuol dire Lotta.
Il Pancrazio, il cui nome ricordiamo sembra discendere da pankrates = onnipotente, pan = tutta, kratos = forza, così come può essere descritto dal termine Pankration = tutta la potenza, è stata la più feroce e completa fucina di tecniche marziali nel combattimento a mani nude. Il Pancrazio era una perfetta fusione tra gli aspetti della lotta in piedi e a terra e l’uso sistematico di percussioni e leve, il tutto senza la minima protezione né guanti, in quanto i pancraziasti non indossavano i terribili cesti (una sorta di armatura della mano fatta con strisce di cuoio avvolte attorno alla mano, alle quali in seguito furono applicate anche “nocche“ in metallo),combattendo a mani libere. Essi potevano colpire con il pugno chiuso e utilizzare le mani aperte per sferrare i loro colpi di palmo o con la punta delle dita. Ancora, il pancraziaste poteva intrecciare le proprie dita con quelle dell’avversario ed infine andare alle prese sulle braccia o al corpo. Galeno, celebre medico greco, racconta che nel Pancrazio si potevano torcere gli arti, fratturare le ossa, slogare le articolazioni e perfino tentare il soffocamento senza arrivare alle estreme conseguenze. A Sparta diversamente che a Olimpia si poteva anche graffiare e mordere anche se era vietato accecare l’avversario. Si tratta invece di un preciso sistema codificato e regolato e le competizioni venivano severamente arbitrate per evitare degenerazioni dovute ai vari stili praticati. Il Maestro si chiamava Listarca e Agonistarca per il pugilato e il Pancrazio. Egli, in qualità di tecnico (alcuni Maestri erano ex atleti che avevano cessato l’attività come il pancraziaste) seguiva ed insegnava le tecniche e le strategie di combattimento osservando nell’addestramento in palestra regole severe. A coadiuvare l’opera del Maestro vi erano poi i Podotribi (avvisatori, oggi li chiameremmo assistenti), il loro compito era quello di portare agli atleti le informazioni e i consigli tattico/strategico del Maestro. Gli atleti seguivano quello che possiamo definire un regime dietetico nel quale figurava l’utilizzo di cereali, di fichi e uva secca, di carne di maiale e di montone aromatizzata con aneto e finocchio, annaffiati di buon vino. Certo gli atleti non passavano le giornate a trangugiare costate o a sbronzarsi, ed integravano la dieta, date le necessità energetiche derivate da un allenamento durissimo, con infusi di erbe tra cui sembra vi fosse una bevanda fatta con i semi di fieno greco (trigonella foenum-graecum), pianta conosciuta per le sue naturali proprietà anabolizzanti, non esistendo allora i famigerati e nocivi prodotti dopanti di sintesi. La cosa non era certo nuova, nell’antico Egitto i bambini si allenavano in esercizi di lotta e destrezza. In Grecia la pratica, che in Egitto era ristretta alla classe sociale dei nobili più vicini al Faraone, divenne pubblica e fin dalla tenera età i bambini erano chiamati ad iniziare i giochi di lotta e di confronto ludico. Il Maestro, che doveva aver superato i quarant’anni d’età, doveva istruire i suoi allievi alle tecniche di combattimento e curarne la preparazione fisica ed alimentare con particolare riguardo. La preparazione precisa ed intensa era necessaria poiché si trattava di combattimenti estremamente completi che richiedevano un eccellente stato fisico, coraggio e notevole acume tattico/strategico, dato che si poteva lottare e combattere anche a terra. La disciplina venne diffusa in diverse zone dell’Europa proprio dai greci e dai romani tanto che l’Imperatore Silla dopo che la Grecia (nel 146 a.C.) era passata sotto il dominio di Roma, volle nell’80 a.C. Tenere a Roma le Olimpiadi con tutte le gare di Pancrazio e lotta. Campioni di Pancrazio furono non solo nativi della Grecia, ma anche provenienti da Alessandria, da Antiochia in Siria, Egitto e Armenia e in diverse occasioni furono vincitori atleti provenienti dalla penisola italiana. Lo fu Brito, il primo re dei britanni, che secondo la leggenda era un fuoriuscito troiano, compagno d’armi dell’iliaco un Corineo che fondò la Cornovaglia, come racconta il dottor Alberto Cougner nel suo libro “Pugilato e Lotta per la Difesa Personale“ del 1898. È plausibile che proprio il Pancrazio sia matrice di molte tecniche e strategie diffusisi in Occidente e sviluppatesi in varie forme.
I pancraziasti, mio ragazzo, si cimentano in una forma pericolosa di lotta. Devono avere le tecniche di caduta sulle loro schiene, che non è sicura per un lottatore [canonico], e prese nelle quali un uomo può vincere cadendo. Hanno bisogno delle tecniche di strangolamento in tutti i differenti modi. I pancraziasti lottano con la caviglia dell’avversario e torcono la sua mano mentre colpiscono e gli saltano addosso.
Possiamo tradurre il termine pankration come “onnipotenza”, arte dell’ “onnipotente” (PANKRATES) e più in generale come combattimento agonistico “totalmente libero”, con tutta la maestria in gioco e dove tutto è permesso.
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Possiamo anche tradurre la parola pankration come agone in cui si combatte con “tutta la forza a disposizione, ”l’intera forza” del corpo, con tutte le (man)ovre e in tutte le (man)iere e, più in particolare, sia con il palmo che con il pugno, con “tutta la forza della mano”. Infatti KRATEO va inteso come possedere e/o esercitare il “potere”, sia il potere “di” che quello “su” qualcuno o qualcosa, nel senso di dominare, sottomettere, vincere, governare e in senso figurato “maneggiare”, fare e operare con le mani (da cui manipolare, afferrare, tenere in pugno/in mano, stringere, reggere ecc.). Ne segue la possibilità di interpretare in senso figurato KRATOS come “forza manuale” (si pensi alla mano di Zeus). Il tema KRAT deriva dalla radice indoeuropea KAR, QAR che significa “esser duro” (in inglese HARD). Va aggiunto che Krateo significava anche, in astratto, “essere superiore, il migliore” (plêthous hekati nausin kratêsai A.Pers.338 : Critias 2.7 D). Così possiamo considerare il pantocratore come colui che “vince tutti” e il pankration come l’aspirazione ad essere “superiore a tutti”, “il migliore di tutti”, l’agone non plus ultra, l’agone leader.
Secondo la mitologia greca il dio PAN è lo spirito di tutte le creature naturali. A volte l’universo in cui viviamo, con le sue avversità, ci spaventa, ingenera (pan)ico. Il pancrazio nasce come rituale religioso in cui si mette in scena la lotta per la sopravvivenza allo scopo di esorcizzare la paura della morte. Infatti i pancraziasti erano pronti a sacrificarsi e a sacrificare l’avversario fino all’estremo per raggiungere la “sacra vittoria” (NIKE).
Invertendo l’ordine delle parole possiamo tradurre pankration come “forza del tutto”. Ne segue una interpretazione esoterica della gara più virile dell’antichità, dell’agone dell’agonia per antonomasia. Il pancraziaste può essere visto come un iniziato che per avvicinarsi all’assoluto e conoscere se stesso si mette a praticare un esercizio estremo utilizzando la “forza di Pan”, la “forza universale” della vita ossia l’energia vitale (Pan è “l’essere caprino”, il satiro - SATIROS o SethAries, Seth è l’es(se)re e aries è l'(arie)te. Anche il pancraziaste può essere visto come un ariete, un maschio che combatte a testa bassa da un lato ed un capro espiatorio che si sacrifica sull’altare (ARA, gen.
Armi e Tattiche di Guerra nell'Antica Grecia
Oltre al combattimento corpo a corpo, le armi e le tattiche di guerra hanno svolto un ruolo cruciale nella storia militare dell'antica Grecia. Dalla lancia all'arco, dalla falange alla trireme, i Greci hanno sviluppato una vasta gamma di strumenti e strategie per affrontare i loro nemici.
L'Evoluzione delle Armi
I ritrovamenti archeologici suggeriscono che le prime armi usate dall'uomo, come clave, lance e pietre, risalgono all'ultima glaciazione, circa 70.000 anni fa. Nel corso del Mesolitico, sono apparse nuove armi fondamentali come l'arco, la fionda, la daga e la mazza.
Nell'Antichità, la lancia aveva un raggio d'azione di circa 20 metri, mentre l'arco poteva uccidere a una distanza tre volte maggiore. La fionda era ancora più letale dell'arco e poteva colpire a distanze superiori a 200 metri. La daga e la mazza resero più micidiale il combattimento corpo a corpo.
Il principale progresso nel settore fu l'impiego del rame per la fabbricazione delle armi (4000 a.C. circa), sostituito poi dal bronzo (3000 a.C. circa), un composto di rame e stagno più resistente. Questa rivoluzione tecnologica coincise con la nascita dell'Impero egizio e determinò la creazione dei primi grandi eserciti.
L'Oplita e la Falange
Il soldato greco per eccellenza dell'epoca arcaica e classica era l'oplita, un fante dotato di un ingente armamento difensivo (elmo, corazza, scudo, schinieri e altri accessori) e di più modeste armi offensive, consistenti di solito in una lancia di circa due metri di lunghezza e in una corta spada.
Il più importante strumento bellico utilizzato dai Greci fu la falange di opliti, una formazione di fanteria pesante costituita da 96 uomini disposti in otto file. La preminenza della falange portò all'impiego di truppe ausiliarie per proteggere la fanteria, come gli sciriti (cavalleria leggera) e i peltasti (armati di scudo in vimini e giavellotto).
Gli opliti macedoni erano dotati di una lunga lancia di circa 6 metri mentre i cavalieri erano dotati di lancia e spada.
La Guerra Navale e la Trireme
Anche la Grecia classica portò un suo contributo all’arte della guerra per mare, con la costruzione e l’impiego delle navi da guerra, come la trireme. Ideata probabilmente dai Fenici, la trireme era una galera in legno a tre ponti, spinta da 170 rematori e guidata da un timoniere. All’altezza della linea di galleggiamento aveva un grande rostro rivestito di ferro; la nave, lunga circa 40 metri e larga 5, era dotata di una piattaforma da combattimento su cui potevano trovar posto 200 uomini, in genere arcieri e frombolieri.
L'Influenza della Guerra sulla Società Greca
La guerra era una costante nella vita dei Greci, e la loro società era profondamente influenzata da questa realtà. La guerra non interrompeva il normale andamento della vita quotidiana, e i cittadini potevano partecipare a eventi culturali come il teatro anche durante i periodi di conflitto.
L’idea della guerra e delle sue necessità si collega sin da principio alla stessa nozione di cittadino della polis. Si è calcolato che nel pieno dell’età classica si sono combattuti oltre cinquanta conflitti armati, e un cittadino di Atene aveva occasione di partecipare a una spedizione militare in media ogni due o tre anni.
La guerra era vista come parte di un mondo violento e precario, in cui spesso prevaleva la legge del più forte. Tuttavia, i Greci cercavano anche di dare un senso di ordine e civiltà alla guerra, sviluppando un codice etico e regole di comportamento.
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