Pugilato Americano: Storia e Origini della "Nobile Arte"

Lo sport del pugilato, spesso percepito come brutale e violento, possiede una storia ricca e complessa, radicata in antiche tradizioni e sviluppatasi nel corso dei secoli fino a diventare una disciplina sportiva moderna. Con la perseveranza della resistenza, possiamo ottenere tutto ciò che vogliamo. Mike Tyson

Pregiudizi da Sfatare

Contrariamente a stereotipi comuni, la boxe non è semplicemente uno sport per "bad boys" cresciuti in contesti di delinquenza. La boxe femminile è in piena ascesa: a dispetto di quanto si creda, non è uno sport per soli uomini! I valori promossi in palestra, come rispetto, protezione, astuzia, coraggio e combattività, sono in netta contrapposizione con la forza bruta. Episodi isolati che coinvolgono pugili in attività illecite non devono oscurare l'integrità e la disciplina che caratterizzano la maggior parte degli atleti e degli appassionati.

Le Antiche Origini del Pugilato

Le prime tracce di una forma primitiva di boxe risalgono all'epoca antica, quando gli uomini iniziarono a utilizzare i pugni come arma naturale. Ricerche sui testi antichi hanno permesso di comprendere che la boxe esisteva già in Mesopotamia, in Africa del Nord e in Grecia millenni or sono. I documenti rivelano infatti che i combattimenti a mani nude erano organizzati a Babilonia, dagli Assiri e dagli Ittiti. Gli storici e i ricercatori hanno potuto anche determinare che l'utilizzo dei guantoni risalirebbe al 2000 a.C. Statue dell'epoca rinvenute in tempi recenti rappresentano infatti pugili muniti di guanti da boxe e con caschi di protezione sulla testa.

In Grecia, circa 2500 anni fa, e successivamente sotto l'Impero Romano fino al IV secolo, i combattimenti erano spesso fatali. Sappiamo anche che le rive del Nilo erano lo scenario in cui i soldati si affrontavano in un corpo a corpo per divertire re e faraoni. Più tardi - in Grecia antica e sotto l'Impero Romano - i combattenti colpivano alla testa, cosa che faceva spesso concludere i round con la morte di uno degli avversari. Il primo campione olimpico di pugilato fu Onomasto di Smirne, in occasione dei 23esimi Giochi Olimpici del 688 a.C. I Giochi Panellenici furono i primi in cui la boxe fece la sua comparsa come vero e proprio sport con due discipline: pugilato e pancrazio. La pratica del pugilato proseguì nell'epoca etrusca per arrivare poi nella Roma antica. Numerosi imperatori romani, come Caligola, fan dei giochi per far divertire la folla, hanno mantenuto il successo della boxe rendendola più violenta nel corso del tempo: contrariamente al pugilato, nel pancrazio erano permessi tutti i colpi. I giochi dei gladiatori furono vietati dall'imperatore Teodosio I nel 392, decretando lo stop della boxe per almeno mille anni.

La Boxe Secondo i Poeti dell'Antichità

Nell'Iliade di Omero troviamo Nestore, re di Pilo, che descrive la boxe. Lo sport è descritto come l'arte di spostarsi riuscendo a colpire il bersaglio con entrambe le braccia. Ecco alcune citazioni di Omero a proposito del pugilato: "Erano ammessi tutti i tipi di colpi, poiché mancava un arbitro." "Faccia a faccia, tendendo le loro braccia vigorose, si gettavano l'uno sull'altro e mescolavano le loro mani pesanti." "Il combattimento è finito e il vincitore rialza la vittima e la aiuta a raggiungere i suoi compagni che lo portano via trascinandolo per le gambe, la testa di lato. Quello che si portano via è un uomo che ha perso conoscenza." Il match terminava solo quando il perdente sputava sangue, sintomo di una ferita interna, cosa molto più grave della boxe di oggi, che termina con un KO.

Leggi anche: Evento pugilistico "Shardana Boxing"

Boxe ai Tempi di Soldati e Gladiatori

I geroglifici scoperti in Egitto rappresentano combattenti atletici che si colpiscono completamente nudi, suscitando grande interesse negli spettatori. La sconfitta in un match era considerata una vera catastrofe per il perdente. Non si facevano sconti a nessuno. Anche sotto l'impero romano i prigionieri e alcuni schiavi venivano reclutati e allenati come gladiatori. Essi si battevano nell'arena per riabbracciare la libertà. L'imperatore Caligola, benché abbia regnato per soli 4 anni fino al suo assassinio, lasciò dietro di sé l'immagine di un imperatore sanguinario, violento e autocratico. Durante i combattimenti prometteva il matrimonio con una giovane donna romana come ricompensa per i vincitori, gladiatori provenienti dall'Africa. Con la decisione dell'imperatore Teodosio che di fatto mise in silenzio la boxe per mille anni, altre forme di pugilato si svilupparono in Asia: il Tai Chi e il Kendo.

La Rinascita e l'Ascesa della Boxe Inglese

Si dovette attendere il XVII secolo perché la boxe inglese moderna facesse la sua apparizione, con le scommesse dei matchmakers che organizzavano combattimenti clandestini nei bassifondi delle città inglesi. In mancanza di fonti, gli storici non possono dire con certezza se la boxe scomparve completamente o se continuò a essere praticata nell'ombra. Tuttavia, sappiamo che la nobiltà inglese iniziò a scommettere su incontri di pugilato clandestini nel XVII secolo.

James Figg: Il Padre della Boxe Moderna

Primo boxeur a mani nude è stato James Figg (1695-1734). Considerato padre della boxe moderne, creò la prima scuola nel 1719 e, fino al 1730, sembra che abbia perso un solo combattimento su 270 totali. Morì nel 1734 dopo una grande carriera durante la quale rimase pressoché imbattuto.

Jack Broughton e le Prime Regole Universali

Jack Broughton (1704-1789), vedendo che gli incontri potevano a volte portare alla morte, fu il primo a fissare delle regole universali: si tratta delle London Prize Ring Rules, redatte nel 1743. Pare che il pugile abbia vinto circa 400 incontri, fino al giorno in cui uccise un avversario sul ring. Traumatizzato da questa morta accidentale decide di codificare le regole per evitare che accadesse di nuovo. Ad esempio, decise che il combattimento poteva dirsi concluso se l'avversario, a terra, non si alzava nel giro di 30 secondi. Istituì anche il ring, un quadrato al di fuori del quale era proibito colpirsi: prima di allora, gli scommettitori scontenti si univano spesso all'incontro, portando a un clima di caos generale. Fu consacrato campione di Inghilterra nella categoria pesi massimi nel 1736. La boxe inglese fu dapprima considerata illegale in ragione della violenza che suscitava. Ancora nel XIX secolo si praticava clandestinamente. Solo dopo la boxe moderna, in quanto "Nobile arte" fu riconosciuta come disciplina sportiva legale.

La Boxe Durante la "Belle Époque" e le Regole del Marchese di Queensberry

Nel 1866, morti, corruzione e imbrogli sono ancora protagonisti degli incontri di boxe clandestini. Per porvi rimedio, John Graham Chambers (1843-1883), un giornalista, scrisse nel 1866 un insieme di regole con John Douglas, detto il Marchese di Queensberry (1844-1900). 16 nuove regole della boxe moderna: le Regole del marchese di Queensberry.

Leggi anche: Squalifiche e Olimpiadi: il caso Khelif

L'utilizzo dei guantoni diviene obbligatorio per limitare l'impatto dei colpi e le ferite. Oltre alle regole sui guantoni, il round viene limitato a 3 minuti, così come il conteggio a 10 secondi per un avversario messo a tappeto, prima di dichiararne la sconfitta. Si stabilisce anche come organizzare gli incontri a seconda del peso dei boxeur: si inizia a parlare di pesi massimi, pesi piuma… Di fatto, la boxe sarà autorizzata solo nel 1891 sia in Inghilterra che in America del Nord. La boxe americana utilizzerà le stesse regole di quella inglese. Combattimenti meno violenti, regolamentati, più rapidi e più tecnici. L'accento si sposta sull'agilità dei pugili, più che sulla loro forza.

L'Espansione nel XX Secolo e l'Affermazione in America

Nel 1901, Il Comitato Olimpico (CIO) inserisce la boxe amatoriale nei Giochi Olimpici. La partecipazione delle donne ai Olimpiadi estive del 1904 segna l'inizio della boxe femminile. La boxe professionale è rappresentata nei Giochi Olimpici solo a partire dal 2016. In USA e UK, la boxe diventa un doppio mezzo di espressione: per la comunità nera è un modo per esprimere la libertà di un popolo oppresso e discriminato. Icona ne è Jack Johnson (1878-1946), soprannominato il "Gigante di Galveston", campione mondiale di pesi massimi dal 1908 al 1915, e tuttavia vittima di insulti razzisti, per la comunità bianca: un mezzo di esaltazione del senso di appartenenza nazionale.

Le regole in vigore oggi prevedono, tra le altre cose, l'obbligo di guantoni, scarpe da boxe, proteggidenti, caschi e conchiglia per gli uomini. Nella seconda metà del XX secolo abbiamo visto l'ascesa di boxeur entrati nella leggenda, come Mohammed Ali (1942-2016), Mike Tyson, Floyd Mayweather Jr., Rocky Marciano, Jake LaMotta, George Foreman, o ancora Joe Frazier.

La Boxe negli Stati Uniti e l'Influenza Italiana

Dalla fine del XIX secolo fino agli anni trenta del XX secolo molti italiani scelsero di emigrare negli Stati Uniti d’America. New York city divenne una delle mete principali di chi salpava dall’Italia in cerca di fortuna nel nuovo mondo. Gli Stati Uniti, nell’800 conobbero un grande sviluppo industriale. Questo sviluppo fece sì che verso il paese a stelle e strisce arrivasse una grande massa migratoria alla ricerca di fortuna. Com’è noto, New York city divenne il simbolo della migrazione degli italiani. “La Grande Mela”, in generale tutta la east coast, divenne la dimora di italiani, ebrei e irlandesi. Fu proprio a New York, nella zona di Lower Manhattan, che sorse il quartiere simbolo della comunità italiana: Little Italy. La grande massa migratoria andò così a formare un proletariato multietnico che si ammassò nelle periferie delle grandi metropoli. L’onda della grande crescita industriale unita a questo massiccio flusso migratorio fecero da cornice per lo sviluppo della boxe negli Stati Uniti. Il pugilato, si diffuse in tutti gli stati federali e divenne uno dei principali sport praticati dalle classi più disagiate perché rappresentava un modo per uscire da difficili situazioni socio-economiche. Il 7 febbraio del 1882 segnò la rapida diffusione capillare della boxe nel continente americano. Questa accelerazione successe dopo il match valevole per il titolo mondiale dei pesi massimi tra Paddy Ryan e John Lawrance Sullivan.

L'Integrazione degli Italiani e i Campioni Italo-Americani

A differenza della situazione pugilistica degli afroamericani, segnata dalla segregazione razziale, gli italiani non ebbero questo sbarramento razziale. Il colore della pelle aiutò molto l’integrazione italiana nella società statunitense. Furono i figli di chi emigrò in America, nati lì, a scrivere pagine importanti nella boxe. Jake LaMotta, Rocky Graziano e Rocky Marciano rappresentavano il risultato del melting pot statunitense. Nati da genitori italiani e cresciuti per le strade dei quartieri popolari americani.

Leggi anche: Pugilato e identità nell'Italia fascista

  • Jake LaMotta: “Il Toro del Bronx” era di origine messinesi, nacque e crebbe nel Bronx di New York City. Fu campione del mondo dei pesi medi dal 1949 al 1951, si scontrò contro i migliori pesi medi del tempo: Marcel Cerdan, Ray Sugar Robinson e Tiberio Mitri. Una ricostruzione della sua vita venne portata nei fu ricostruita nel film Toro scatenato, di Martin Scorsese.
  • Rocky Marciano: Vero nome Rocco Marchegiano, nacque a Brockton (Massachusetts) nel 1923 di origini abruzzesi. Marciano è considerato come uno dei pugili migliore di tutti tempi, fu campione del mondo dei pesi massimi dal 1952-1956 e fu l’unico peso massimo a ritirarsi imbattuto per quarantatre incontri.
  • Rocky Graziano: Thomas Rocco Barbarella, conosciuto come Rocky Graziano fu un altro esponente illustre del mondo italo americano che raggiunse la vetta sportiva nel pugilato. Rocky era di origine mista, cioè abruzzese e siciliana. Nacque a Brooklyn. Divenne campione del mondo dei pesi medi nel 1947 vincendo l’incontro contro Tony Zale. La sua vita fu trasportata al cinema dal regista Robert Wise che diresse il film Lassù qualcuno mi ama (1956) dove nei panni di Graziano c’era Paul Newman.

Tra gli anni trenta fino ai sessanta, gli italo americani furono i dominatori indiscussi della boxe americana. Non solo combattenti ma anche allenatori, fra cui Angelo Dundee leggendario allenatore di Muhammad Alì che era nato a Filadelfia da genitori calabresi. Il tratto che accomuna tutti questi grandi campioni e allenatori era l’essere nati in quartieri popolari delle grandi metropoli. Quartieri come Little Italy, o altre realtà che divennero agglomerati multietnici. Gli italiani che si insediarono in questi quartieri riuscirono a mantenere le proprie radici e trasmetterle ai propri figli tramite lo svolgimento di eventi rituali come processioni religiose e trasposizione delle feste tradizionali dei luoghi di provenienza nei rispettivi quartieri dove gli italiani si erano stabiliti. Quindi, i campioni citati prima, di fatto anche se americani di nascita, culturalmente erano italiani e in seguito seppero fondere queste due anime così distanti. Il melting pot italiano era sostanzialmente racchiuso in questo processo culturale. Per avere un altro campione italiano in terra americana bisognerà aspettare l’entrata in scena di Vito Antuofermo, che a differenza dei suoi predecessori fu un po’ un ritorno alle origini.

Jimmy Barry: Un Campione Dimenticato

Il 7 marzo 1870 nasceva a Chicago Jimmy Barry “la piccola feroce tigre”, un altro pugile dimenticato, anche dagli antichi storici della #boxe, solo Tracy Callis lo mette al primo posto nei mosca ed al 3 nei gallo e Herbert G. Goldman 21 nei mosca. Jimmy Barry era un picchiatore, pugile “naturale”, intelligente, veloce e agile. Un boxeur esplosivo, picchiatore con entrambe le mani e un infaticabile pugile che di solito ha combattuto con uomini più pesanti. Barry ha utilizzato uno stile di combattimento molto accorto, ottimo jab, abile nella difesa ma anche aggressivo. Ha vinto 61 incontri (40 ko) e pareggiato 10 match, è uno dei pochi pugili a ritirarsi imbattuto in tutta la sua carriera. Coloro che hanno visto Barry in azione lo hanno chiamato “Meraviglia”, Jimmy è stato anche un ottimo giocatore di pallamano. Di lui Joe Choynski che di pugili ne aveva visti tanti disse: “lo considero il più grande combattente che abbia mai visto. Aveva tutto: velocità, la scienza, la resistenza, la strategia sul ring , coraggio e una capacità di colpire inquietante. Nel 1897 a Londra il 6 dicembre combattendo per il mondiale dei gallo Barry riportò una vittoria per knockout al 20° round su Walter Croot, purtroppo dopo l’incontro Croot morì; Barry non fu più lo stesso combattente, non ha mai steso più un avversario preferendo una condotta più cauta senza colpire eccessivamente forte. Sette dei suoi ultimi nove attacchi ufficiali furono pareggi. Barry disse sempre che non ha mai dimenticato il volto di Croot, e che ci pensava sempre e aveva rimorsi anche se non fu colpa sua, ma da allora decise di non colpire più duramente.

L'Incontro con Gaspare Leoni

Altro aneddoto: Barry è stato avversario del primo italiano che ha combattuto per un mondiale Casper Leon detto “Sicilian Swordfish”, ovvero Gaspare Leoni nato a Palermo l’8 dicembre 1872 e deceduto a New York il 6 maggio 1926. Barry e Leon si sono affrontati 5 volte, con una prima vittoria di Barry per kot alla 28 ripresa per il titolo americano delle 105 libre poi altre 4 volte tutti pareggi tra cui il mondiale dei gallo il 30 marzo 1895 a Chigaco, il primo mai disputato da un italiano. In carriera Barry oltre a Leon ha battuto i migliori mosca e gallo del suo tempo come Jack Madden, Steve Flanagan, Dave Ross,Walter Croot,Johnny Ritchie,Jack Ward e Jimmy Anthony. Dopo il ritiro ha lavorato per lo Stato dell’Illinois, chiese l’arruolamento nella prima guerra mondiale e fece l’istruttore.

Le Regole del Pugilato Moderno

Il boxe (chiamato anche pugilato) come lo conosciamo oggi ha le sue origini nell'antica Grecia, noto come "pigmeo" o "pigmakhia" (che significa combattimento di pugni in greco), faceva parte di eventi e competizioni che si svolgevano nei giochi olimpici dell'antichità, in queste competizioni i combattenti indossavano cinturini di cuoio intorno alle mani per proteggere le nocche, non c'erano assalti a tempo limite, il vincitore veniva proclamato quando uno di loro si arrendeva o non poteva continuare a combattere.Ciò ha spesso causato la morte o la ferita grave dei concorrenti.Non esistevano neanchecategorie di peso, il che significava che i pesi pesanti erano vincitori nella maggior parte dei casi.La posizione di boxe che veniva praticata nei tempi antichi è la stessa di quella praticata oggi, con una postura avanzata della gamba sinistra, il braccio sinistro esteso a metà come guardia oltre ad essere usato per colpire (colpo chiamato jab ), e con il braccio destro pronto a colpire (diretto chiamato colpo), la testa dell'avversario era l'obiettivo principale e, secondo prove storiche, era molto raro colpire nelle aree centrali del corpo.

Nel 1719 James Figg, il favorito del pubblico e vincitore di molte partite di boxe fu proclamato Campione d'Inghilterra e detenne il titolo per quindici anni. Anni dopo Jack Broughton, uno dei seguaci di James Figg, cercò di trasformare i tornei di pugni clandestini dell'epoca in una vera competizione atletica e totalmente legale. Così nel 1743 Broughton scrisse il primo Codice di regole per i pugni con un pugno pulito noto come "London Price Ring Rules". In questo codice sono state stabilitele prime regole di base della boxe come:

  • Ii pugili hanno proibito di colpire sotto la vita
  • Il combattimento finiscequando uno dei combattenti viene abbattuto con un "Knockout" e dopo 30 secondi non può continuare a combattere, o se l'avversario cade dal ring e quindi non può entrare di nuovo nel ring e alzarsi nel raggio di un metro (circa 92 cm.) dal suo avversario.
  • Quando un avversario viene abbattuto, l'avversario non può colpirlo
  • La dimensione dell'anello deve essere 7,3 m (24 piedi) su ciascun lato.
  • Era vietato calciare, usare dita o unghie o ginocchia per ferire l'avversario.

Le regole del "London Price Ring Rules" hanno prevalso fino al 1867, quando è stato istituito il nuovo codice di regole che è ancora in tempi moderni ed è noto come "Marquis of Queensberry Rules". Questo nome è dovuto al fatto che questo set di regole era supportato da John Shoito Douglas che a quel tempo era il marchese di Queensberry.

Le regole del Queensberry avevano lo scopo di rendere la boxe uno sport molto più sicuro ed efficace per il combattente, poiché prima che non ci fossero limiti di tempo, i combattenti potevano continuare a combattere fino a quando il loro corpo non resisteva causando loro gravi problemi di salute. Inoltre, la mancanza di guanti ha causato molto spesso ai combattenti tagli e ferite che hanno reso lo sport molto sanguinante. Le nuove regole stabiliscono per la prima volta l'uso dei guanti sia per le competizioni professionistiche che amatoriali e viene stabilita una durata specifica del combattimento, oltre ad aggiungere la figura dell'arbitro che prenderebbe decisioni come nominare il campione o considerare un pareggio. Queste regole hanno determinato:

  • Un ringdi 24 piedi quadrati (7,3 metri) o che si avvicinasse a quella misura
  • Un limite di 3 minuti per ogni assalto, con 1 minuto di riposo.
  • Quando un combattente tiene il ginocchio a terra o si tiene dalle corde in uno stato di decomposizione, viene considerato un perdente.
  • L'uso dei guanti in tutti i combattimenti è obbligatorio
  • È vietato l'uso di qualsiasi parte del corpo diversa dalle mani per nuocere.
  • Qualunque pugile caduto sul pavimento del ring doveva alzarsi in meno di 10 secondi, altrimenti sarebbero stati considerati perdenti.

Queste regole sono sostanzialmente quelle che oggi sono accettate in tutto il mondo e nelle più importanti organizzazioni di boxe come il World Boxing Council (WBC) e la World Boxing Association (WBA). Dopo la creazione del WBC nel 1963, le competizioni di boxe presero un corso più commerciale e le regole furono tentate di rendere sempre più sicuri ed equi per i concorrenti. Tra questi c'era l'incorporazione di 3 giudici che determinano il vincitore del combattimento con un sistema a punti in cui il vincitore otterrà sempre 10 e il perdente 9 o meno: nel caso in cui ci sia molto dominio, il punteggio per il Il perdente dell'assalto può raggiungere 8 o 7. In caso di pareggio entrambi i combattenti mantengono il punteggio di 10. Abbiamo anche introdotto le categorie di peso che oggi hanno 17 diverse categorie. I combattimenti duravano 15 round, tuttavia, questo era molto pericoloso per i combattenti, perché la fatica rendeva in pericolo la salute di molti pugili. Nel 1983 il pugile Duk Koo Kim muore nel 14 ° round contro il Re Mancini e questo porta il World Boxing Council a cambiare il limite degli assalti a 12.

Il Pugilato: uno Sport che Riflette la Società

Il pugilato, noto anche come “la nobile arte”, non è solo uno sport, ma un fenomeno culturale che riflette dinamiche sociali, simboliche e antropologiche. Attraverso i secoli, questa disciplina ha rappresentato una forma di rituale, di spettacolo e di lotta interiore, capace di incarnare valori universali e specifiche peculiarità delle società che l’hanno praticata.

Pugilato e ritualità

Nelle sue forme più antiche, il pugilato era intrinsecamente legato a pratiche rituali. Nella Grecia antica, ad esempio, gli incontri di pugilato erano spesso dedicati agli dèi, come Zeus, e si svolgevano durante le celebrazioni religiose. Anche in altre culture, la lotta fisica assume un significato sacro. Nella tradizione indigena americana, ad esempio, forme di combattimento rituale venivano utilizzate per risolvere conflitti o per dimostrare il valore individuale all’interno della comunità.

Pugilato e spettacolo

Con il passare del tempo, il pugilato ha assunto una dimensione sempre più spettacolare, diventando un mezzo per rappresentare le tensioni e le dinamiche sociali. Durante il XVIII e XIX secolo, in Inghilterra, il pugilato era uno sport praticato principalmente dalle classi popolari, ma osservato con interesse anche dalle élite. Negli Stati Uniti, il pugilato ha spesso riflesso le divisioni razziali e le questioni di identità etnica. Atleti come Jack Johnson, il primo campione del mondo afroamericano nei pesi massimi, o Muhammad Ali, che ha combinato il suo talento sportivo con un potente messaggio politico, hanno trasformato il pugilato in una piattaforma per affrontare questioni di giustizia sociale e diritti civili.

Pugilato e antropologia

Dal punto di vista antropologico, il pugilato rappresenta una metafora del conflitto umano. Ogni incontro è una rappresentazione simbolica della lotta per la sopravvivenza, della sfida contro l’altro e contro sé stessi. Il rituale del combattimento è anche un modo per dare forma a emozioni profonde e spesso inesprimibili. La rabbia, la paura, il dolore e il coraggio trovano nel pugilato una valvola di sfogo e una struttura attraverso cui essere incanalati e trasformati.

Nella società contemporanea, il pugilato continua a essere uno specchio delle tensioni culturali e sociali. Mentre le arti marziali miste (MMA) e altri sport da combattimento guadagnano popolarità, il pugilato mantiene una dimensione unica, legata alla sua storia e al suo simbolismo. Le palestre di pugilato, soprattutto nelle aree urbane, non sono solo luoghi di allenamento, ma anche comunità dove si insegnano disciplina, rispetto e determinazione.

L’antropologia del pugilato ci mostra come questa disciplina sia molto più di uno sport. Attraverso la sua pratica e il suo simbolismo, il pugilato riflette le dinamiche sociali, le tensioni culturali e le lotte interiori che definiscono l’essere umano.

Il Pugilato al Cinema

Il pugilato è stato certamente lo sport più rappresentato al cinema, non soltanto per la qualità delle sue storie, ma anche perché il combattimento nello spazio circoscritto del ring si presta bene alle riprese: sono sicuramente più di 500 le pellicole cinematografiche che gli sono state dedicate. Nel 1956 il regista Robert Wise girò Somebody up there likes me (Lassù qualcuno mi ama), ritenuto forse il film più verosimile sulla boxe e ricordato per la splendida interpretazione di Paul Newman. Si tratta della storia di un vero campione, Rocky Graziano (pugile italo-americano il cui vero nome era Rocco Barbella), nella quale si intrecciano con il pugilato i temi pesanti della mafia e della corruzione. La forza di volontà del campione prevarrà su pregiudizi e ingiustizie. Il film The harder they fall (Il colosso d’argilla), dello stesso anno, ispirato alla carriera del pugile Primo Carnera, ha diverse particolarità: vi recitarono, nelle parti sportive, due ex pugili, Max Baer e J.J. Nel film I mostri di Dino Risi c’è un malinconico episodio nel quale un ex-pugile mal ridotto (Vittorio Gassman) viene convinto dal suo ex-manager (Ugo Tognazzi), anche lui in difficoltà economiche, a tornare sul ring per guadagnare qualche soldo, con esiti disastrosi. Altri celeberrimi film dedicati al pugilato sono basati su personaggi vincenti. È la storia di un figlio di immigrati italiani che si riscatta e diventa vincitore, realmente o moralmente, delle avventure non soltanto pugilistiche in cui viene a trovarsi. Il mito di uno sport interamente maschile è stato infranto nel 2004 da Million dollar baby, di Clint Eastwood.

tags: #pugilato #americano #storia #origini

Post popolari: