Il pugile che non accusa colpi: psicologia e manipolazione nel ventennio fascista

Introduzione

Il periodo del ventennio fascista in Italia è spesso oggetto di ricostruzioni storiche imprecise, talvolta persino "fantasiose" o tendenziose, che rischiano di attecchire soprattutto tra le nuove generazioni e tra coloro che hanno una conoscenza superficiale della storia contemporanea. È quindi essenziale analizzare il rapporto tra il regime fascista e gli italiani, svelando le falsità che celebrano un'immagine distorta del periodo.

Il controllo dell'informazione: le "veline" di Mussolini

Il controllo della stampa e della comunicazione rappresentò un obiettivo primario per il regime fascista, poiché significava il controllo della libertà di pensiero e, di conseguenza, della libertà di scelta. Nei primi anni del fascismo, questa funzione era affidata all'Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio, ma Mussolini ne comprese rapidamente l'importanza politica e accentrò a sé tale strumento.

Tra il 1923 e il 1928, diverse leggi soppressero di fatto la libertà di stampa, consolidando il controllo del regime sull'informazione. Nel 1934, l'Ufficio Stampa divenne un Sottosegretariato per la stampa e la propaganda, con competenze suddivise tra stampa italiana, stampa estera e propaganda. Nel 1935, il Sottosegretariato fu elevato a ministero della Stampa e Propaganda, e nel 1937 fu denominato ministero della Cultura Popolare, noto come Minculpop.

Il Minculpop inviava quotidianamente ai giornali "disposizioni di stampa" riservate, le cosiddette "veline". Questi fogli d'ordine, dattiloscritti su carta velina, fornivano istruzioni precise su cosa pubblicare e come farlo, influenzando l'opinione pubblica e plasmando l'immagine del regime.

Ad esempio:

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  • disposizione Min. Stampa e propaganda del 26.6.1935: «Non pubblicare fotografie di Carnera a terra».
  • disposizione Minculpop del 17.7.1939: «Non pubblicare fotografie e disegni di donne raffigurate con la cosiddetta ‘vita di vespa’».

Il clima poliziesco e la delazione

Le "veline" rappresentavano solo la punta dell'iceberg di un clima poliziesco che si affermava attraverso denunce, calunnie, spiate, paura e condanne. Questo clima pervase la società italiana, influenzando anche le dinamiche familiari.

Un esempio emblematico è tratto dal lavoro "Storie di antifascisti (dal Casellario politico della provincia di Massa-Carrara)", pubblicato in Quaderni di fare storia, n. 5 - Istituto storico della Resistenza di Pistoia, 2006. Il caso riguarda un socialista di Massa, nato nel 1880, di professione cavatore:

«[…] il 25 dicembre TP malmenò e scacciò di casa il figlio, giovane fascista, perché da molto tempo disoccupato […] Il giovane riferì così al caposquadra IE che il padre aveva staccato dalla parete della camera il ritratto del Duce e dopo di averlo stracciato e bruciato di aver pronunciato le seguenti frasi “Maledetto chi comanda”, “Vigliacco sei te!”. […] il caposquadra accompagnò il giovane dal segretario politico del luogo capomanipolo M. signor S. al quale il denunciante confermò l’accusa. TP fu diffidato».

Questo episodio illustra come la delazione, anche all'interno della famiglia, fosse uno strumento utilizzato dal regime per mantenere il controllo e reprimere qualsiasi forma di dissenso.

Primo Carnera: un simbolo manipolato

L'esempio di Primo Carnera, il "gigante" che conquistò il titolo di campione mondiale dei pesi massimi nel 1933, è emblematico della manipolazione operata dal regime fascista. Carnera divenne un simbolo dell'Italia fascista, ma la sua immagine fu accuratamente controllata e censurata. La disposizione di non pubblicare fotografie di Carnera a terra evidenzia la volontà del regime di proiettare un'immagine di forza e invincibilità, anche a costo di manipolare la realtà.

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