La lotta è un istinto primordiale, radicato nel DNA umano e presente fin dalle civiltà antiche. In ogni cultura, i lottatori hanno avuto un ruolo chiave, sia come intrattenitori in tempo di pace sia come guerrieri pronti alla battaglia. L'Asia, in particolare, è spesso associata alle arti marziali, grazie alla sua dedizione nel preservare e perfezionare le tecniche di combattimento per scopi militari e sportivi.
Radici Antiche del Combattimento
La storia del combattimento affonda le radici in diverse culture. In Egitto, geroglifici nelle piramidi raffigurano egiziani che praticano arti marziali. I Sumeri in Mesopotamia utilizzavano tecniche di combattimento a mani nude. In Grecia, lotta, boxe e altri sport da combattimento erano parte integrante dei Giochi Olimpici fin dal 700 A.C. Durante l'Impero Romano, i gladiatori si affrontavano in sanguinosi duelli corpo a corpo.
In Tailandia, le arti marziali, inizialmente utilizzate per la guerra, divennero un'importante forma di intrattenimento. Oggi, la "Muay Thai" è lo sport nazionale, anche se persistono incontri clandestini con poche o nessuna regola. Nelle Filippine, nel XIX secolo, i combattimenti erano brutali e spesso mortali, con l'uso di pugni, gomitate, ginocchiate, calci, bastoni e pugnali. Questo tipo di eventi si svolgevano anche nelle isole Hawaii dagli immigrati filippini fino a quando queste isole entrarono sotto il dominio degli Stati Uniti.
L'Influenza Multiculturale negli Stati Uniti
Gli Stati Uniti sono un crogiolo di culture, il che ha favorito lo sviluppo di una ricca tradizione nelle arti marziali. Nei primi anni del 1700, gli incontri erano disorganizzati e senza regole, terminando solo con un knockout.
MMA: Più di una Sanguinosa Battaglia
Contrariamente a quanto si pensa, l'MMA è uno sport con regole precise. Le "Regole Unificate" ("Unified Rules of Mixed Martial arts") sono le più seguite, ma a volte si applicano quelle del "Pride" o del "Global Fight rules". Un arbitro supervisiona l'incontro e giudici valutano le tecniche, l'efficacia dei colpi, il controllo dell'avversario e la difesa. Gli incontri devono avvenire tra atleti di peso simile.
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L'MMA non è solo una lotta sanguinosa, ma un modo per connettersi con il proprio spirito combattivo interiore. Questo vale anche per le donne, che possono trovare nell'MMA un modo per alleviare lo stress, allenare corpo e mente, aumentare la fiducia in sé stesse e migliorare la forza di volontà. L'allenamento nelle arti marziali crea un senso di comunità e rispetto reciproco.
Vale Tudo: Il Precursore Brasiliano dell'MMA
Il Vale Tudo, uno sport da combattimento senza armi e a pieno contatto con poche regole, divenne popolare in Brasile nel XX secolo. Spettacoli circensi con incontri di Vale Tudo erano comuni negli anni '20. Il termine "Vale Tudo" entrò nell'uso popolare nel 1959-1960, quando fu usato per descrivere gli incontri interstile in uno show televisivo di Rio chiamato Heróis do Ringue ("Heroes of the Ring"). Membri della famiglia Gracie, esperti di brasilian ju jutsu, parteciparono allo show.
Il Vale Tudo rimase una sottocultura sotterranea fino agli anni '60, con incontri in dojo e palestre. La rivalità tra il brasiliano Jiu-Jitsu e Luta Livre alimentò la scena. Art Davie, ispirato dai video di Vale Tudo, propose a John Milius e Rorion Gracie di organizzare un torneo a eliminazione diretta chiamato "War of the Worlds".
Nascita dell'Ultimate Fighting Championship (UFC)
Nel 1993, WOW Promotions cercò un partner televisivo e si avvicinò a TVKO (HBO), SET (Showtime) e Semaphore Entertainment Group (SEG). Nello stesso periodo, promozioni concorrenti come Desafio, Universal Vale Tudo Fighting e Brazilian Vale Tudo Fighting emersero in Brasile, mentre in Giappone nacque Vale Tudo Japan. Il WVC e l'IVC, con sede a San Paolo, lanciarono molte stelle dell'MMA.
Nei primi eventi, i combattenti avevano abilità in una sola disciplina. Royce Gracie dimostrò l'efficacia del jiu-jitsu brasiliano, vincendo il primo campionato UFC sconfiggendo avversari più grandi. L'UFC mostrò diversi stili e combattenti, tra cui Ken Shamrock, Patrick Smith, Dan Severn, Marco Ruas, Gary Goodridge, Don Frye, Kimo Leopoldo, Oleg Taktarov e Tank Abbott. Sebbene il jiu-jitsu dominasse inizialmente, altri stili come wrestling, ground & pound, kickboxing, karate e boxe ebbero successo in seguito.
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L'Ultimate Fighting Championship (UFC) è oggi una società americana di promozione di arti marziali miste con sede a Las Vegas, Nevada, di proprietà e gestita dalla casa madre William Morris Endeavour. È la più grande compagnia di promozione MMA al mondo e presenta i combattenti di livello più alto. Dana White è il presidente dell'UFC dal 2001.
La Transizione del Vale Tudo all'MMA Moderno
A partire dai primi anni 2000, promozioni come Jungle Fight e Bitetti Combat abbandonarono le regole tradizionali del Vale Tudo a favore di quelle più sicure dell'MMA. Tuttavia, alcune promozioni continuarono a utilizzare le regole tradizionali, in particolare Meca World Vale Tudo e Rio Heroes. Oggi, gli eventi di Vale Tudo si svolgono ancora in Brasile, ma la loro natura violenta causa controversie nei media.
Pride FC: L'Età dell'Oro dell'MMA Giapponese
Nel 2005, Pride FC era la promotion di MMA più importante al mondo. L'acronimo MMA era spesso affiancato da termini come free fight o no holds barred. C'era la consapevolezza che si stesse assistendo alla nascita di un nuovo sport, con caratteristiche, limiti e possibilità ancora da definire.
Il 28 agosto di quell'anno, Mauricio "Shogun" Rua vinse il torneo dei pesi medi Pride, segnando un momento cruciale. In Pride, i tornei di categoria (e talvolta incontri openweight) si svolgevano in una sola notte, mettendo alla prova tecnica, resistenza e tempra dei combattenti.
Rua, proveniente dal Team Chute Boxe, si unì al roster di Pride. "Lavoravo in Brasile come modello, avevo fatto dei book fotografici, delle foto e delle sfilate di moda. Mi sono goduto l'esperienza, ma se devo essere sincero, mi sento un fighter da quando avevo 16 anni". Rua si fece un nome nei circuiti regionali, mostrando uno striking efficace e preciso.
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Pride era noto per la sua spettacolarità e la presentazione degli atleti. Gli assegni asiatici erano più generosi di quelli sudamericani e statunitensi. Pride viene ricordato come un vero bagno di sangue economico (con coinvolgimento della Yakuza), ma anche come l'Età dell'Oro delle MMA.
Il Contesto e le Regole di Pride
Il regolamento di Pride era diverso da quello attuale. Non era consentito colpire coi gomiti da terra, ma era possibile colpire con il ginocchio un avversario con quattro appoggi, oltre a soccer e stomp kick. Il round d'apertura durava 15 o 10 minuti, mentre i successivi duravano 5 minuti.
Pride presentava affascinanti gaijin (stranieri) che cercavano di farsi strada in Giappone. Il pubblico giapponese amava i Pesi Massimi provenienti dalla Russia e dall'Ucraina, come Fedor Emelianenko e Igor Vovchanchyn, ma apprezzava anche i combattenti di peso minore che sfidavano i colossi.
Fedor Emelianenko: L'Icona Glaciale
Essendo una delle culle delle arti marziali, il Giappone offriva spettacoli di alta qualità. Fedor Emelianenko, campione del mondo di Sambo, era glaciale, silenzioso e letale, la personificazione marziale del Terminator di Schwarzenegger. Dominò per sette anni di fila e vinse in tutte le sue apparizioni al Pride, fatto salvo un No Contest contro Minotauro Nogueira.
L'Accoglienza dei Combattenti Stranieri in Giappone
Rickson Gracie, a Pride 4, fu accolto come un figlio dalla folla giapponese. Gracie tenne un discorso pregno di valori marziali e stima per il suo avversario, conquistando il pubblico. "Io riporto indietro in Giappone lo spirito del Samurai". Alistair Overeem, Bas Rutten, Don Frye e Dan Henderson trovarono in Pride un ambiente ideale per crescere atleticamente e personalmente.
Il pubblico asiatico aveva un rapporto speciale con i campioni brasiliani, più vicini culturalmente e geograficamente. Rickson Gracie, Minotauro Nogueira e Murilo Bustamante erano combattenti e personaggi molto apprezzati. Wanderlei Silva sconfisse più volte l'idolo di casa Kazushi Sakuraba, ma non venne mai fischiato.
Wanderlei Silva: L'Ispirazione di Rua
Wanderlei Silva, campione dei Pesi Medi Pride, era un mito in carne ed ossa. Chi lo ricorda in UFC avrà in mente la sua versione meno aggressiva, ma chi lo visse al Pride non potrà dimenticare il dominatore incontrastato che non aveva paura di affrontare avversari più grossi.
Pride: Final Conflict 2005
Pride: Final Conflict 2005 è considerato un classico imprescindibile per i fan di MMA. Il torneo dei Pesi Medi del 2005 si svolse nell'arco di tre eventi tra aprile e agosto.
Nelle semifinali, Ricardo Arona sconfisse Wanderlei Silva, mentre Mauricio Rua mise fuori combattimento Alistair Overeem. La finale sarebbe stata quindi tra Arona e Rua.
La Finale: Arona vs. Rua
Rua aveva un motivo personale per battere Arona, che aveva sconfitto suo fratello Murilo. Rua, dotato di uno striking mutuato dalla muay thai e amante del jiu-jitsu, aveva low kick, stomp e soccer kick tra i suoi colpi migliori. Il primo "Shogun", aiutato dal regolamento Pride, era uno dei fighter più forti ed imprevedibili.
Arona, striker e power-wrestler straordinario, era un fenomeno nel submission grappling, con tre ori all'Abu Dhabi Combat Club e due ori e due argenti ai Mondiali di jiu-jitsu.
Arona era considerato il favorito nella finale. Davanti a quasi 48mila spettatori, il match iniziò in maniera guardinga. Rua prese l'iniziativa con un tentativo di butterfly kick, ma Arona accorciò le distanze e lo proiettò al tappeto.
Le Origini Storiche del Combattimento Misto
Il Mixed Martial Art (MMA) non è una novità. La più antica disciplina da combattimento misto conosciuta è il Kalaripayatu indiano. Studi moderni suggeriscono che i popoli europei, medio orientali, indiani e parte della Cina derivano dall'antica stirpe indoeuropea dei Kurgan, un popolo belligerante nomade con una cultura, religione, etnia, lingua e tecniche di combattimento comuni.
Le migrazioni indoeuropee portarono alla formazione delle civiltà degli Ittiti, degli Elleni (Greci) e dei Persiani, influenzando anche l'Europa occidentale e meridionale. Il popolo indoeuropeo più antico conosciuto, i Kurgan, erano chiamati anche il popolo della cultura dell'ascia da combattimento.
L'Evoluzione delle Discipline di Combattimento
La parola "Arti Marziali" venne usata nel 1500 d.C. e divenne comune negli anni '60 del XX secolo, quando vennero introdotte in occidente le arti marziali orientali. Il Karate, nato come Taiso (ginnastica propedeutica), fu introdotto nelle università giapponesi. In seguito, arrivarono il Judo di Jigoro Kano e l'Aikido di Morihei Ueshiba.
Negli anni '70, il cinema di Hong Kong rese popolare il Kung-Fu. Joe Lewis pianificò la nascita del "Full-Contact", mentre in Giappone nacque la kick boxing. La Thai Boxe, con gomitate, ginocchiate e clinch, emerse dall'anonimato. La Savate (Boxe francese) si fece conoscere. Negli anni '90, il Ninjutsu, il Jeet Kune Do, il Wing Chun e il Sambo Russo guadagnarono popolarità.
Il Vale Tudo, praticato in Brasile dagli anni '20, ottenne fama con Hélio e Carlos Gracie, fondatori del Brazilian Jiu-Jitsu, e la Lute Livre di João Alberto Barreto. La Sanda (Kick Boxing Cinese) emerse in Cina nel 1982, mentre in Russia il Sambo si divise in Sambo Combat e Sambo Sport. Satoru Sayama fondò lo Shoot Boxing, uno sport realistico che arrivò negli Stati Uniti come Shoot fighting e in Europa come Shoot Boxing.
La Nascita delle Organizzazioni di MMA
L'organizzazione professionistica di arti marziali miste denominata Shooto si sviluppò dal 1985 agli anni '90. Nel 1993 nacquero l'Ultimate Fighting Championship (UFC) e il Pancrase. Nel 1995 nacque il torneo Battlecade, dove Rick Blume coniò il termine "Mixed martial arts". Nel 1997 nacque il Pride Fighting Championship in Giappone.
MMA in Italia
In Italia, il Maestro di Sambo Giorgio D'Alessandro promosse tecniche di combattimento totale. Nel 1992, il Combat Free Syle fu fondato, e emersero insegnanti e atleti come Fabio Tumazzo, Matteo Biscottini, Marco Falchi, Dino Fuoco, Filippo Stabile, Ariel Colombo e Andrea Baggio. Grazie a Internet e alle vittorie di Rickson Gracie, si uscì dall'anonimato tecnico.
Il Puroresu e la Crisi della New Japan Pro Wrestling
Il termine puroresu deriva da una traslitterazione giapponese della pronuncia di “professional wrestling”. In sostanza, è lo stile del wrestling che si è sviluppato in Giappone a partire dalla Seconda Guerra Mondiale.
Inizialmente poco popolare, solo nel 1951 se ne iniziò a parlare nel grande pubblico, soprattutto grazie all’ascesa di Rikidozan, cioè del wrestler Mitsuhiro Momota, e della sua promotion JWA (Japanese Wrestling Association). Per questa ragione, Rikidozan, che venne tragicamente ucciso nel 1963, è considerato il “padre del puroresu”.
Il drammatico avvenimento contribuì alla scissione di alcuni lottatori dalla JWA e alla formazione di nuove promotion e icone leggendarie come Jushin “Thunder” Liger, Tiger Mask (gimmick ispirata al celebre manga), Keiji Muto, Mitsuharu Misawa, Giant Baba e Antonio Inoki, questi ultimi tre fondatori rispettivamente della Pro Wrestling NOAH, della All Japan Pro Wrestling (AJPW) e della New Japan Pro Wrestling (NJPW).
Il precedente di Rikidozan diede il via alla consuetudine giapponese del “wrestler-promoter”: gli atleti con un certo livello di status e influenza investono i loro fondi nella creazione delle loro nuove promotion mantenendo il ruolo attivo da lottatori. Se negli Stati Uniti la WWE ha consolidato un monopolio quasi totale, lasciando poche opportunità per nuove promotion indipendenti di grandi dimensioni, in Giappone, invece, il panorama è più frammentato e decentralizzato, permettendo la coesistenza di molte federazioni, anche con stili e filosofie diverse. Non è l'unica caratteristica che distingue nettamente il puroresu dal wrestling americano. In Giappone, infatti, la distinzione tra pratica sportiva e spettacolo è molto più netta, e il wrestling è considerato uno sport a tutti gli effetti. La dimensione teatrale dei promo è ridotta all’osso prediligendo una narrazione delle storie incentrata quasi esclusivamente sulle prestazioni nel ring.
La forte associazione del puroresu al realismo sfocia anche nella costruzione dei personaggi: le gimmick sono più realistiche; la distinzione tra i ruoli del babyface buono e dell’heel cattivo è meno netta ed è frequente che un lottatore attinga da entrambi i ruoli per definire la posizione e l’evoluzione narrativa del suo personaggio, spesso molto complessa.
La tradizione americana compensa la natura predeterminata degli incontri enfatizzando la dimensione drammatica, posizionando il professional wrestling nel perimetro dello sport-spettacolo, distanziandolo dalla dimensione competitiva. Le storie sono raccontate attraverso i dialoghi, i promo, i segmenti parlati, mentre nel ring le azioni si pongono come obiettivo primario quello dell’intrattenimento e della spettacolarità.
Il costume giapponese, più improntato al realismo e alla competitività, è invece riconosciuto per i suoi colpi in full-contact (cioè con colpi portati al massimo della potenza e dell’incisività) e per la preparazione pregressa dei suoi performer che, spesso, sono dotati di background nelle arti marziali miste (MMA), nel judo o nel karate. Gli incontri hanno finali chiari e nitidi che non danno eccessivo spazio alla drammaticità: è molto scoraggiato l’utilizzo di intromissioni esterne e di inganni per vincere gli incontri, e i performer, anche gli heel, hanno comunque una morale integra e sportiva.
La New Japan Pro Wrestling, la promotion giapponese fondata da Antonio Inoki nel 1972 e la più popolare in Giappone, non a caso decise di farsi portabandiera del cosiddetto “strong style”, un modo di combattere che fa largo utilizzo di colpi duri tipici delle arti marziali come calci, takedown e sottomissioni ponendo definitivamente questo stile come uno standard riconoscibile del wrestling giapponese.
I primi 30 anni della New Japan Pro Wrestling si caratterizzano per una crescita sostenuta del brand attraverso le collaborazioni con le promotion americane NWA (National Wrestling Alliance) e WCW (World Championship Wrestling), oltre che per l’accordo televisivo tuttora in vigore con TV Asahi per la trasmissione degli show televisivi.
È dagli anni 2000 che la visione di Inoki prende una piega più estrema: un’integrazione radicale del puroresu con le MMA e una collaborazione con la K-1, una promotion di kickboxing, per cercare di sfruttare l’onda di popolarità che stavano vivendo le arti marziali miste in quel momento. Una mossa che in realtà non piacque molto ai fan giapponesi, che accusavano Inoki di aver tradito l’identità della promotion snaturando totalmente i fondamentali della disciplina raccontando poche storie e cercando di far diventare la NJPW una federazione di MMA più che di pro-wrestling, portando a una forte crisi di seguito dei suoi incontri.
È proprio in questo contesto d’incertezza che si inserisce il ventitreenne Hiroshi Tanahashi.
Tanahashi: Il Salvataggio della New Japan Pro Wrestling
Nato nel 1976 a Ogaki, nella provincia di Nagoya, Tanahashi, dopo aver sognato di diventare un giocatore professionista di baseball, intraprende la carriera da giornalista, iscrivendosi alla facoltà di legge all’Università di Kyoto. In quegli anni, mentre parallelamente pratica wrestling amatoriale universitario, si avvicina anche al pro-wrestling dopo aver visto in azione Keiji Muto, la fazione dei “Tre Moschettieri” (Muto, Masahiro Chono e Shinya Hashimoto), Tatsumi “The Dragon” Fujinami (in onore del quale pensava al ring name di Dragon Hiroshi) e l’americano Shawn Michaels.
Poco dopo viene adocchiato dai talent scout della New Japan Pro-Wrestling e invitato ad un tryout per entrare nel dojo della federazione e ricevere l’allenamento necessario per diventare un professionista. Una volta terminato e conseguita la laurea, il suo debutto avviene nell’ottobre del 1999.
L'ascendente di Muto si fa sentire su Tanahashi fin da subito: il giovane si unisce al trio dei “Nuovi Tre Moschiettieri” insieme ai compagni Shinsuke Nakamura e Katsuyori Shibata: i tre erano considerati pronti per essere consacrati a nuove stelle del circuito. Non era chiaro, però, chi sarebbe potuto essere il futuro Ace, cioè il wrestler di punta di una compagnia, quello che rappresenta il volto della promotion e che spesso è considerato il migliore e il più affidabile sul ring.
La rincorsa al realismo del puroresu di Inoki influenzava rigidamente che tipo di aspetto, qualità e credibilità dovesse detenere un Ace. Privilegiava chi aveva un aspetto da duro, un look ordinario e poco attento all’estetica in voga, e una reale esperienza negli sport da combattimento (d’altra parte lo stesso Inoki passò gran parte della sua carriera a legittimare le sue abilità fuori dal wrestling professionistico, negli sport di combattimento propriamente detti).
Non è un caso, da questo punto di vista, che per via del suo passato da judoka e dello stile lottato caratterizzato da colpi molto duri, nella gerarchia dei “Tre Moschettieri” originali, il candidato perfetto a questo ruolo fosse Hashimoto. Poi c’era Chono, l’heel di punta della federazione per moltissimi anni e, infine, il carismatico Keiji Muto.
Tutti e tre questi candidati non ebbero però fortuna nel divenire Ace a tutti gli effetti. Hashimoto morì prematuramente per via di un aneurisma cerebrale; Chono fu attanagliato dagli infortuni al collo; e Muto, nonostante ebbe un’enorme influenza in Giappone grazie alla violenza nei suoi incontri (che portarono alla nascita della cosiddetta “scala Muto” e alla diffusione di mosse come il Flashing Elbow, lo Shining Wizard e il Dragon-screw leg-whip), finì spesso a combattere negli Stati Uniti, lottando anche in WCW. La sua innovativa gimmick, "The Great Muta”, ispirata al teatro kabuki, era poi oscura e fin troppo carica di teatralità, e quindi poco adatta per i canoni tradizionali.
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